“La strategia della distruzione” – L’Espresso 11.08.1974

La bomba sul treno Roma-Brennero è scoppiata troppo tardi. Se fosse esplosa, com’era stato calcolato, nella lunghissima galleria appenninica la strage sarebbe stata totale: la notte sul 4 agosto con le sue centinaia di morti sarebbe rimasta nella storia.
Un progetto così atroce può essere il prodotto della disperazione o di un ragionamento a tavolino che soppesa freddamente i costi e gli utili. Nel primo caso si ha a che fare con i resti di una banda di esaltati: criminali di poco carattere e poco cervello, illusi fino a ieri che il potere era a portata di mano dei loro padroni, e impazziti di paura e di rabbia quando, dopo Brescia, hanno visto saltare le loro aspettative, morire alcuni camerati, e i giudici cominciare a mordere un po’ in quel segreto di Pulcinella che sono da anni le trame nere. Questa gente è capace, come la tracina che sussulta attaccata ad un amo, di fare ancora del male; ma per poco. La stupidità che la fa pericolosa le dà anche poco tempo.
La seconda ipotesi, assai più verosimile, è molto più preoccupante. Abbiamo in questo caso la strage nella galleria programmata come un episodio tattico di un disegno strategico: ritroviamo quella vecchia conoscenza che è la strategia della tensione. Ma la ritroviamo aggiornata, anzi cambiata. Ha lo stesso vestito insanguinato, che copre però un’idea nuova.

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La vecchia strategia della tensione, quella che debuttò con le bombe alla Fiera di Milano nel ’69 ed ebbe il suo gran momento con l’eccidio di Piazza Fontana aveva la qualità funzionale della semplicità assoluta. Operava infatti sulla base di tre presupposti. Primo: l’Italia crede che la bomba alla Banca dell’Agricoltura ce l’ha messa l’anarchico Valpreda. Secondo: questa convinzione crea uno stato d’animo ostile alle sinistre. Terzo: in questo stato d’animo un colpo di Stato di destra gestito in proprio o appoggiato da militari è bene accolto, o quanto meno suscita reazioni limitate, facilmente controllabili.
Questa strategia si è sviluppata con coerenza fino a un certo punto, regalandoci attentati di varia specie ed efferatezza: poi si è inceppata. Troppe cose non hanno funzionato come dovevano, a cominciare dal fatto che gli italiani si sono rivelati meno stupidi del previsto. E così a poco a poco un disegno di provocazione e di terrore rettilineo è entrato in crisi. Una data cruciale in questo processo fu il 7 aprile 1973, quando Nico Azzi restò ferito nel gabinetto di un direttissimo Genova-Roma mentre stava innescando un ordigno esplosivo di grande potenza. Da allora gli strateghi della tensione, che non sono soltanto fascisti in camicia nera, ma uomini e forse inseriti nell’apparato statale, non hanno più potuto illudersi di ingannare l’opinione pubblica. Ma non per questo hanno desistito dal far esplodere bombe.
Adesso è caduto anche l’ultimo velo. Tutti i presupposti della strategia della tensione “prima maniera” si sono vanificati. Si sa benissimo che le bombe a Piazza Fontana come altrove non le hanno messe i rossi, bensì i fascisti. Il paese anziché appoggiare gli eversori di destra li vorrebbe impiccati. E i militari che dovevano effettuare o coprire il colpo di Stato hanno le mani legate: chi è in prigione (pochi), chi ha perduto il posto dove era pericoloso (pochissimi), chi sta acquattato e prega Iddio che non si sappia mai quel che ha fatto.
E allora la strategia della tensione si rovescia e punta su una carta diversa. Dopo il referendum e le elezioni sarde che mostrano da che parte va il paese, le bombe sono firmate. Il 28 maggio nella piazza insanguinata di Brescia si trova il messaggio di Ordine Nero che dice: Siamo stati noi. Lo stesso messaggio ci arriva oggi, dopo la strage del treno. Dice “Giancarlo Esposti è stato vendicato”. Ma la frase chiave è un’altra: “Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e quando ci pare”.
Se il paese arrivasse a crederlo la partita sarebbe vinta a metà. Quel che non è riuscito come truffa riuscirebbe come ricatto. E questa sarebbe la via breve. E’ improbabile che le forze che armano Ordine Nero ci facciano gran conto. Gli italiani che non si sono lasciati ingannare dalla strategia numero uno sono abbastanza smaliziati per non farsi fregare dalla strategia numero due. Ma c’è la via più lunga: ed è quella di accrescere la confusione, il disordine e l’impotenza di una Repubblica arrivata nella stretta in cui deve cambiare per sopravvivere. La bomba cade mentre si discutono in Parlamento le misure più impopolari degli ultimi vent’anni, mentre la maggioranza perde colpi e il compromesso storico è rilanciato come proposta. Essa minaccia all’interno: ci saranno guai grossi. Non funzionerà niente, avrete sangue e dolori. E avverte gli stranieri: non venite in Italia con i vostri marchi e fiorini: vedete? Ci si muore! E avverte anche a un altro livello: non prestate denaro a un paese in questo stato: sarebbe una pazzia. Non sostenete politicamente un alleato che è una frana. E’ un discorso che all’estero trova ancora orecchie attente, che dal Portogallo alla Grecia non vogliono imparare nulla. Ed è da quelle orecchie che gli strateghi del terrore si sentono garantiti. Si crei comunque il caos: provocando tutti i disastri possibili. Poi si vedrà.
Di dover pagare hanno poca paura. Rischiano avventurieri e disperati: chi li muove è convinto che la resa dei conti, la situazione punitiva rappresentata da uno sbocco a sinistra non ci sarà, perché il quadro internazionale non lo consente e gli equilibri decisi a Mosca e a Washington devono sempre essere salvati (lo hanno detto perfino Fanfani e Moro nelle loro relazioni al consiglio nazionale della DC, che nuove operazioni a sinistra sarebbero contestate dalle grandi potenze!). Dunque, vale la pena di tentare. E’ un gioco disperato, e se ne accorgeranno a proprie spese.

Fabrizio Dentice, L’Espresso 11.08.1974

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