“Qualcuno ha visto un risparmiatore?” – L’Espresso 01.12.1974

(…) Se si spinge lo sguardo lungo la storia recente della Borsa italiana, si comprende immediatamente perché l’entusiasmo di questi giorni è ancora più di facciata che di sostanza e perché il tanto atteso risparmiatore tarda a spuntare: dal 1969 ad oggi il listino non ha conosciuto un momento di pace e, fra rialzi e ribassi, alla fine chi ci ha rimesso le penne è sempre stato appunto il piccolo risparmio. Le cifre e le storie che coprono questo periodo sono fitte e interessanti. Nel novembre 1969 la Borsa raggiunse il massimo assoluto dopo la lunghissima discesa iniziata nell’estate del 1961, quando l’indice di Mediobanca si trovava a quota 115. Il rialzo del 1969 recuperò in parte i danni provocati da quasi dieci anni di Borsa assonnata e stanca e alla quale solo il boom degli anni 1965-67 aveva dato un po’ di fiato. L’indica Mediobanca raggiunse infatti quota 80: ben 35 punti al di sotto del livello del ’61. Visto con il senno di poi, quel rialzo è stato in realtà una specie di piccola rincorsa per il successivo tuffo che avrebbe portato il listino al livello più basso degli ultimi dieci anni.
A partire dall’aprile del 1970, infatti, l’indice cominciò a scendere e si fermò soltanto due anni dopo, a quota 48. Questo primo scivolone costò complessivamente assai caro al mercato azionario e soprattutto al piccolo risparmio sulle cui spalle fu scaricata la maggior parte dei danni. Nell’aprile del 1970, infatti, il valore totale dei titoli quotati alla Borsa di Milano era pari a circa 9.200 miliardi di lire in base alle quotazioni del momento. Due anni dopo non ne restavano che 6.600: 2.600 miliardi erano stati inghiottiti dal ribasso. In verità furono anche di più, ché nel frattempo erano arrivati sul listino nuovi titoli e alcune società avevano aumentato il capitale: il mercato si era cioè ingrossato. Un conto più esatto è questo: nell’aprile del 1970 il valore “nominale” dei vari titoli quotati in Borsa aveva raggiunto un totale di quasi 3.800 miliardi, mentre due anni dopo erano già stati superati i 4 mila miliardi. Intanto però era accaduto questo: che nel 1970 il valore dei titoli quotati in Borsa era pari a quasi due volte e mezzo il loro valore nominale, mentre due anni dopo questo rapporto era sceso a poco più di 1,6.
Con la Borsa in quelle condizioni, all’inizio del 1972, accadde quel che era giusto accadesse. Il listino trovò i suoi maghi, ma soprattutto uno: Michele Sindona.
Cominciarono ad essere imbastite le prime operazioni per attrarre di nuovo i risparmiatori intorno al listino. Furono inventate e lanciate, dal clan del finanziere siciliano, le azioni “a crescita garantita”, cioè che andavano sempre su. Intanto, la Borsa era stata trasformata in una specie di terra di conquista: scalate, società che passavano di mano, nuovi nomi che spuntavano, nuovi personaggi che facevano promesse sempre più affascinanti. Il debutto di Anna Bonomi, di Roberto Calvi, della stessa Montedison come istituzione borsistica sono di quegli anni.
La lira andava sempre peggio e al risparmiatore veniva offerto di partecipare ad operazioni sempre più grandi, sempre più lucrose, ma anche sempre più spericolate. Viste oggi, alcune cose di allora, sembrano addirittura sognate: “Nella primavera del 1973”, spiega Renato Cantoni, “il 25-30 per cento di tutte le operazioni di Borsa transitava direttamente per il giro di Sindona, in pratica la Banca Unione”. Il motore cioè che faceva marciare quella massa di miliardi era controllato da un tale che tre anni prima nessuno sapeva chi fosse, e sul conto del quale, si raccontavano le storie più incredibili.
Nel giugno del 1973 Sindona, e i suoi co-protagonisti (Bonomi, Calvi, Montedison) avevano talmente schiacciato l’acceleratore che il valore totale delle azioni quotate in Borsa era quasi raddoppiato rispetto a 14 mesi prima: dai 6.600 miliardi a oltre 12.000; il rapporto fra valore complessivo dei titoli quotati e il loro valore “nominale” aveva raggiunto una punta altissima: 3,08 rispetto all’1,6 del marzo 1972.
Tutto questo era stato reso possibile dalla spettacolosa campagna-acquisti di Sindona: si è calcolato che soltanto intorno alla Banca Unione si aggirassero più di 5 mila risparmiatori famelici e desiderosi di “farsi amministrare” dal mago di Patti. Le successive vicende sono note.
Proprio nel giugno del 1973 ci fu un primo scossone, provocato dal fatto che nemmeno Sindona riusciva più a sostenere le assurde quotazioni alle quali lui stesso aveva spinto la Borsa e dal fatto che la politica di “denaro facile” stava per finire. Vennero allora imbastite le due operazioni Finambro e Invest: marchingegni per spremere ai risparmiatori quei miliardi che servivano e che né Sindona né Anna Bonomi erano capaci di tirar fuori.
Finì come tutti sanno. Le due operazioni furono bloccate. Intanto la politica del denaro si fece sempre più stretta e avara. Invece di nuovi fondi, la Borsa si trovò a lottare contro una continua emorragia di denaro liquido. Sindona, Pagliarulo e altri ci rimisero le penne e i loro imperi saltarono per aria. Il listino si tuffò a capofitto e sul risparmio si abbatté la più crudele “patrimoniale” che un fiscalista potesse immaginare: dal giugno ’73 al novembre del 1974 il valore nominale dei titoli quotati è diminuito di 4.000 miliardi che, aggiunti ai 3.000 del ribasso ’70-72, fanno una montagna di denaro: 7.000 miliardi, appena 1.300 in meno di quanto valga oggi la Borsa italiana.

Giuseppe Turani – L’Espresso 01.12.1974

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