L’inattendibilità delle dichiarazioni di Bertoli

(…) deve ritenersi assurdo, per tanto assolutamente incredibile, quanto sostenuto da Bertoli circa il progetto, meditato e deciso quando ancora si trovava nel kibbutz di Karmia, di esprimere in concreto la propria personale protesta di “anarchico individualista” contro le Autorità statuali e contro la società ritenuta ingiusta mediante un gesto eclatante, il lancio di una bomba, da compiere in occasione della commemorazione del dr. Calabresi nell’anniversario della sua uccisione. Un progetto che, secondo le ripetute affermazioni dello stesso Bertoli, aveva come presupposto per la sua realizzazione il presentarsi dell’unica occasione possibile, rappresentata nella specie dalla cerimonia che si sarebbe svolta alla Questura di Milano il 17 maggio ’73.

Orbene, Bertoli ha sostenuto, e più volte ribadito, di avere soltanto sperato e confidato che la cerimonia vi sarebbe stata, essendo cosa ovvia e logica – a suo dire – che a distanza di un anno dalla morte non sarebbe certamente mancata la commemorazione del Commissario vittima del terrorismo.

Sicché, sempre seguendo il suo racconto e attribuendogli un pur minimo credito, Bertoli avrebbe raggiunto Milano nel pomeriggio del 16 maggio senza neppure sapere se le condizioni e l’occasione per attuare il suo proposito si sarebbero verificate. E infatti è lo stesso Bertoli a spiegare, prima al P.M. poi al Giudice Istruttore, che solo verso le ore 8 del 17 maggio ’73 aveva appreso, dalla lettura del Corriere della Sera, che nella mattinata stessa si sarebbe tenuta la cerimonia nel cortile della Questura in via Fatebenefratelli. Appresa quella notizia e avuta conferma della propria previsione, meglio definita – usando le sue parole – “una supposizione, anzi una certezza morale”, Bertoli si era recato in piazza del Duomo e di qui in via Fatebenfratelli percorrendo via Manzoni.

L’autore dell’attentato stragista ha sempre sostenuto, e lo ha fatto con continui riferimento alle proprie scelte filosofiche e politiche, di aver a lungo meditato di compiere un gesto eclatante, quello appunto di lanciare una bomba, per vendicare la morte dell’anarchico Pinelli e in segno di protesta contro tutti coloro che, Autorità o comuni cittadini, avevano manifestato cordoglio e indignazione per l’uccisione del commissario Calabresi, da lui ritenuto responsabile dell’uccisione del Pinelli.

Per il vero, della serietà e fermezza di un tale proposito è quanto meno lecito dubitare considerato che, stando alle sue stesse dichiarazioni, Bertoli, poco prima di intraprendere il viaggio da Haifa a Marsiglia, aveva anche pensato di eseguire l’attentato a Pisa nell’anniversario della morte dell’anarchico Serantini, rinunciando al progetto per la contingente ragione di non aver trovato un mezzo di trasporto che gli consentisse di essere a Pisa in tempo utile.

E’ allora lecito, se non doveroso, domandarsi quale dei due progetti stesse a cuore al Bertoli: chi intendeva vendicare, Serantini o Pinelli ?

contro chi intendeva protestare facendo esplodere la bomba, contro la situazione che determinò la morte del Serantini (avvenuta nel corso di scontri con le forze dell’ordine) o contro le Autorità e cittadini milanesi ?

Ma non si tratta degli unici interrogativi. Ve ne sono altri, correlati con altrettante incongruenze, che le dichiarazioni del Bertoli pongono come ineludibili: è mai possibile, o anche soltanto verosimile, che un’azione tanto grave, e tanto “importante” nelle intenzioni dell’autore (l’attentato nel corso della cerimonia per il commissario Calabresi), che l’attuazione di un progetto tanto a lungo meditato e assurto a gesto nobilitante e conclusivo (Bertoli, sono sue parole, aveva messo in conto di poter essere ucciso nel corso o a seguito dell’azione) fosse affidata al caso, al verificarsi di una condizione ipotizzata o sperata ma della quale il Bertoli, per sua stessa ammissione, non aveva la minima certezza ?

Si può ragionevolmente credere che l’autore dell’attentato non solo si fosse procurato la bomba a mano (sottraendola a dei militari !) ma l’avesse anche a lungo conservata e occultata, l’avesse poi portata con sé facendo ricorso a inverosimili stratagemmi, comunque correndo il grave rischio di esserne trovato in possesso, nella prospettiva di compiere un’azione contemplata in termini di mera possibilità ?

Come è possibile non rilevare l’evidente incongruenza di un Bertoli che da un lato, a suo dire, si guarda bene dallo sbarcare dalla nave “Dan” a Genova, pur potendo farlo, ma prosegue per Marsiglia per evitare di essere fermato dalla polizia per via del passaporto falso o per la pendenza dell’ordine di cattura, e dall’altro affronta i rischi connessi agli ulteriori controlli di frontiera cui sarebbe stato sottoposto ? Per quanto astuto nell’occultare l’ordigno, ora nel bagaglio ora sulla persona, poteva essere scoperto e allora come avrebbe spiegato il possesso, non di un coltello o di una pistola, ma di una bomba ? E tale rischio Bertoli avrebbe corso consapevolmente per compiere qualcosa che, lo afferma lui stesso, gli si presentava come assolutamente incerta ?

E ancora: se è vero, come è vero, che il viaggio da Israele fu organizzato meticolosamente da Bertoli per consentirgli di sbarcare a Marsiglia il 13 maggio e, soprattutto, di essere a Milano nel pomeriggio del giorno 16, per tanto proprio nell’imminenza della cerimonia in Questura, come conciliare tutto ciò con la semplice speranza (“supposizione o certezza morale” che dir si voglia) che quella cerimonia vi sarebbe stata ?

Infine, come è possibile credere che un simile attentato, tanto grave negli effetti e significati ma altrettanto “importante” per chi si apprestava a compierlo, possa essere dipeso nella decisione e nella esecuzione dalla lettura di un quotidiano? E se la notizia della cerimonia (confinata nella pagina della cronaca milanese) gli fosse sfuggita, cosa ne avrebbe fatto Gianfranco Bertoli della sua tanto agognata azione eclatante, da eseguire – secondo i suoi dichiarati propositi – non a caso, cioè contro innocenti cittadini, ma contro rappresentanti dello Stato ? si sarebbe tenuta la bomba in tasca in attesa di altra favorevole ed altrettanto ipotetica occasione ?

La risposta a quest’ultimo interrogativo è fornita dallo stesso Bertoli: “se la celebrazione non vi fosse stata, me ne sarei andato” ! Si tratta di interrogativi che trovano conclusiva risposta solo nell’assoluta inattendibilità delle dichiarazioni rese dal Bertoli sullo specifico punto in esame, in quanto illogiche, incongruenti e inverosimili, implicanti necessariamente una versione menzognera dei fatti, che dovrà essere compresa e spiegata.

Estratto sentenza appello strage della Questura di Milano – 22.02.2005

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