“Ora ai giudici dell’inchiesta bis il compito di trovare i mandanti” – La Repubblica 19.12.1986

Due giorni e tre notti a sfogliare le carte, a discutere, a meditare, nella quiete di Villa Salina, nell’ hinterland della città. Poi, ieri mattina alle 11,30, dopo sessantré ore e mezzo di camera di consiglio, la decisione: gli autori della strage sul treno Italicus (4 agosto ‘ 74, dodici morti, 44 feriti), o per lo meno due di essi, hanno un nome e un volto. Sono Mario Tuti e Luciano Franci. Per loro è ergastolo. Tuti è già in carcere da una decina d’ anni.

Di ergastoli ne ha già avuti altri due, per aver assassinato a freddo due carabinieri e per aver strangolato, in carcere, un altro nero, Ermanno Buzzi, imputato della strage di piazza della Loggia Brescia. Franci era in semilibertà perché condannato a diciassette anni per altri attentati, meno cruenti di quello di San Benedetto Val di Sambro ma non meno feroci. Lo hanno arrestato in aula, subito dopo la sentenza, mentre scuoteva la testa incredulo, poco prima di accusare un mancamento durato pochi secondi. Per il terzo imputato di strage, Piero Malentacchi, quello che l’ accusa ha indicato come colui che collocò materialmente l’ ordigno sul treno Roma-Bologna alla stazione di Santa Maria Novella di Firenze, anche quello sul capo del quale pesavano gli indizi meno consistenti, se l’ è cavata, come in primo grado, con l’ assoluzione per insufficienza di prove. Ad ogni buon conto, non s’ era presentato in aula. Non si sa mai. E’ stata una decisione particolarmente sofferta quella presa dalla Corte d’ Assise e d’ Appello di Bologna. Perché si trattava di ribaltare completamente un verdetto che in primo grado era stato di assoluzione con formula dubitativa per tutti e tre gli imputati di strage. Allora, perfino il pm, Riccardo Rossi, si era schierato per quella soluzione compromissoria. Ma stavolta era diverso. Stavolta, l’ inchiesta-bis, aperta dalla procura dopo che una schiera di pentiti aveva deciso di parlare sulla strage, aveva fornito robusti supporti alla tesi dell’ accusa secondo cui la cellula nera aretina di Mario Tuti, appoggiata e coperta dalla P2 di Ligio Gelli che proprio ad Arezzo aveva la sua centrale, aveva organizzato una lunga serie di attentati ai treni, culminati proprio con la strage sull’ Italicus. E così, per la prima volta, una strage fascista non rimarrà impunita come invece è accaduto finora e i prossimi processi di Bologna (eccidio alla stazione), di Venezia (stragi di Peteano e di Brescia), di Catanzaro (massacro di piazza Fontana, inchiesta-bis) lasciano sperare in una soluzione che non sia di rabbiosa impotenza.
La ricostruzione dell’ accusa indicava in Tuti il geometra di Empoli che assassinò a freddo i due carabinieri che gli stavano facendo una perquisizione in casa il regista dell’ attentato, in Franci il palo alla stazione di Santa Maria Novella, dove lavorava come carrellista, in Malentacchi l’ esecutore materiale, colui che preparò e collocò sul treno l’ ordigno che esplose all’ uscita della lunga galleria di San Benedetto Val di Sambro. Si era, con questi nomi, agli organizzatori e agli esecutori della strage, ai livelli medi e bassi. E i livelli alti, i mandanti? Personaggi dell’ apparato statale, dei servizi segreti, di polizia e carabinieri, la loggia massonica di Licio Gelli, già tirata in ballo in altre occasioni come finanziatore di neofascisti e di attentati. Su tutti costoro indagano i giudici dell’ inchiesta-bis che hanno già incriminato l’ inafferrabile Stefano Delle Chiaie e un altro superlatitante, Augusto Cauchi, e indiziato Giuseppe Pugliese, già condannato a ventitre anni per l’ omicidio del giudice Vittorio Occorsio, Mario Catola, Lamberto Lamberti, Giancarlo Rognoni e Marco Ballan. Dicevamo dei pentiti neri. Sono le loro preziose testimonianze che hanno permesso alla Corte d’ assise d’ appello di imprimere un cambiamento di rotta alla vicenda. Sergio Calore, Angelo Izzo, Stefano Tisei, Andrea Brogi, Vincenzo Vinciguerra e anche Marco Affatigato, che pentito nel vero termine della parola non è, hanno ricostruito con dovizia di particolari la strategia eversiva dell’ estrema destra degli anni 70, il cui obiettivo massimo era il colpo di Stato.

Tisei ha raccontato di avere appreso dai pisani Catola e Lamberti che la strage era opera del Fronte nazionale rivoluzionario di Tuti. Andrea Brogi ha riferito di riunioni di neofascisti, dei finanziamenti di Gelli, di armi comprate e portate in giro per l’ Italia. Si voleva dare uno scrollone al sistema, hanno ripetuto i pentiti. Fu Gelli, ha precisato Brogi a finanziare il Cauchi per le armi. Allora si sapeva solo che era un massone e un importante industriale di Arezzo. Sergio Calore ha parlato di un progetto di attentato al presidente Leone. Dell’ uomo della massoneria ha parlato anche Affatigato: Ci avvicinò, ci chiese di attivarci in gruppi clandestini per compiere attentati. Offrì cinquanta milioni. Era alto uno e settanta, forse un po’ meno, grassoccio, quasi calvo, con gli occhiali. Sergio Calore ha ricordato che Tuti partecipò con Clemente Graziani, capo di Ordine Nuovo, ad una riunione il cui tema erano gli attentati alle Ferrovie. Ben diverso, insomma, lo spessore delle testimonianze dei pentiti rispetto a quella di Aurelio Fianchini, l’ unico supporto del processo di primo grado, un uomo esile, schiacciato dalla paura, ladruncolo di serie C che avrebbe raccolto in carcere certe confidenze-confessioni sfuggite a Franci. Quel Franci che lavorava alla stazione di Santa Maria Novella e che proprio la notte tra il 3 e il 4 agosto ‘ 74 cambiò turno per svolgere il suo lavoro sotto la pensilina del binario 11 dove si fermava l’ espresso 1486 chiamato Italicus. Finora, la giustizia, di fronte alle stragi nere, era apparsa come paralizzata.

Tutti assolti per Piazza Fontana e Piazza della Loggia; incredibili lungaggini per Peteano; risse tra magistrati inquirenti, depistaggi, inquinamenti, per la stazione di Bologna, fino ad una sentenza di rinvio a giudizio che sembra tanto ricca e calzante sul piano indiziario quanto fragile su quello della prova. Ora, finalmente, la schiarita con questa sentenza che va di pari passo, quanto ad efficacia deterrente, con le indagini che gli stessi magistrati di Bologna e il Pm di Firenze Pier Luigi Vigna stanno conducendo su tutti gli altri attentati che negli anni Settanta hanno sparso il terrore nel centro Italia. Chissà che, dopo tante delusioni, la giustizia non abbia imboccato la strada che porta ai burattinai che tiravano i fili della strategia della tensione.

Franco Coppola – La Repubblica 19.12.1986

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