La P2 nella sentenza ordinanza del G.I.P. Vella 1980

La non contestabile funzionalità della impresa delittuosa dell’Italicus all’attuazione di un preciso disegno politico, genericamente definito “strategia della tensione”, ha doverosamente determinato l’estensione dei limiti della indagine istruttoria in direzioni che apparentemente potevano essere considerate divergenti da quelle denunziate da quel disegno, la natura la complessità e la concezione sua avendo invece coinvolto, come è noto, comportamenti ed attività anche di delicatissimi organismi ed istituzioni del Paese.
a) Sicché non risultò casuale la trasmissione in data 11 gennaio ‘77, per conoscenza a questo ufficio, di un esposto-denuncia diretto da tale Ing.Francesco Siniscalchi di Roma ai magistrati Vigna e Corrieri — rispettivamente Sostituto Procuratore della Repubblica e Giudice istruttore presso il Tribunale di Firenze, titolari della istruttoria del procedimento per l’omicidio del Magistrato Vittorio Occorsio-, nel quale, premessa la sua dichiarazione di militante nell’istituzione massonica dal 1951 e di convinto assertore dei suoi ideali ritenuti come utili agli interessi del Paese, rappresentava epigraficamente fatti in quella verificatisi e comportamenti di esponenti della stessa a suo parere meritevoli di approfondimenti e valutazione, specificamente da parte dei destinatari della denuncia ed eventualmente gli altri Magistrati interessati alla istruttoria di processi politici per delitti attribuiti alla destra extraparlamentare. In particolare, dopo avere illustrato con cenni significativi l’atmosfera pesante della istituzione, indicava nella “ormai famosa” (per non dire famigerata) riservatissima Loggia P2 l’organismo utilizzato da alcuni esponenti della stessa – collegati a militari di grado elevato, ad uomini politici Italiani e stranieri- per il perseguimento di finalità eversive.

A conforto di tali sue affermazioni il Siniscalchi produceva 49 allegati indicando poi tutta una serie di giornalisti è pubblicisti che di quei fatti si erano interessati nei loro scritti editi su quotidiani e periodici nazionali (ff.1 a 15/72).

Sulla scorta di tali indicazioni, nonché di altre che lo stesso Siniscalchi forniva nei suoi interrogatori dell’11 e del 14 febbraio, integrato quest’ultimo da altro memoriale e documenti, si procedeva all’esame dei testi, all’acquisizione di altra docu­mentazione, al riscontro di circostanze dedotte come utili per l’istruttoria della specifica vicenda (fascicoli 72 e 72 bis).

Alla stregua delle risultanze cui è stato possibile pervenire, deve osservarsi: in primo luogo oggetto della indagine di specie è stata la ricerca e la acquisizione di prove di fatti e comportamenti di esponenti o aderenti alla istituzione massonica, comunque riconducibili alla strage dell’Italicus e risultanti penalmente rilevanti. Entro questi limiti naturali ed istituzionali è stata espletata la indagine la quale ovviamente non intendeva, perché non doveva, accertare fatti vicende e condotte propri della vita di quella istituzione, assurta a non sempre commendevole e lusinghiera dignità di soggetto-oggetto di notizia di larga diffusione sulla stampa italiana, cosi, coll’occasione, superandosi l’anacronistico tabù di una irrazionale, incostituzionale ed illogica segretazione di vago ed indebito sapore carbonaro.

Nel rigoroso rispetto di quei limiti si è accertato che nella secolare istituzione della comunione massonica di palazzo Giustiniani (ricostituita dopo l’abbattimento del regime fascista che, perché libera as­sociazione apolitica di uomini liberi; ne aveva decretato nel ’26 lo scioglimento con la confisca dei beni e la persecuzione dei suoi esponenti, prestigiosi e non, di vertice e di base), esisteva tradizionalmente un gruppo di soci non organizzati né associati in alcuno dei circoli o logge in cui l’istituzione si articola, la eminenza e delicatez­za delle funzioni pubbliche da essi esercitate suggerendo, per il particolare clima socio-politico del nostro Paese, che la loro appartenenza alla massone­ria fosse protetta da una particolare riservatezza. Erano i c.d. “fratelli coperti”, noti solo “alla me­moria del gran Maestro” (per così dire il capo del governo della comunione eletto per un triennio e rieleggibile per altri due) e che presso di essi co­stituivano la cosiddetta Loggia P2 (“propaganda due”). Nel 1971 il gran Maestro Lino Salvini – eletto nel 1970 per il triennio 70-73 – affidava la segreteria organizzativa di detta loggia a tale Licio Gelli, che di fatto già da tempo ne aveva la direzione esclusiva, tanto da averle conferito una denominazione propria, “Raggruppamento Gelli” f.89/72). A costui, industriale di Arezzo e con esperienze politico-militari vissute come legionario di Spagna ed ufficiale dell’eser­cito repubblichino, venivano attribuite non certo meritorie imprese anti partigiane durante la Resistenza (ff.97 e 98/72). L’attività del Gelli -di cui apparivano fortemente sospette le molteplici ed in­tense relazioni con ambienti politici ed economici nazionali ed esteri, taluni di dichiarato orientamento di destra, – nell’ambito della istituzione dava luogo a vibranti e profondi dissensi da parte dei vari soci, specie di quelli di grado più elevato, da alcuni, dei quali si formulavano esplicite accuse contro di lui per suoi collegamenti e responsabilità chiaramente eversive. Tanto che nel corso dei lavori della Giunta esecutiva dell’Ordine (che sarebbe il governo della istituzione) del 10 luglio ’71, il gran Maestro Salvini, in un suo intervento, si sarebbe dichiarato “preoccupato per il gran numero di genera­li e colonnelli (150) facenti parte della loggia ‘propaganda’”. Ed avrebbe affermato anche: “non è tol­lerabile un gruppo di potere nella massoneria”.  A costo di perderli, meglio eventualmente un serpe di fuori che un serpe in seno. Prendere singolarmente i generali, se possibile distribuirli nelle logge. Gelli prepa­rerebbe un colpo di Stato”. (93-94/72).

Tale sospetto traeva ispirazione anche dalla natura delle questioni che si sapeva essere frequente oggetto dei dibattiti tra gli aderenti del c.d. “Raggruppamento Gelli” e nelle riunioni che in esso si svolgevano (f.89/72) ove si discutevano temi di carattere squisitamente politico (come ad esempio l’attribuzione di “tutte le manifestazioni di violenza al patrocinio ed al sostegno dei sindacati”: ivi; l’opinione del fat­to ritenuto notorio che “il Partito Comunista russo, in accordo con quello italiano stia sperimentando un nuovo tipo di tattica per il colpo di Stato” (f.90/72) e non argomenti di carattere esoterico, culturale e morale volti al miglioramento delle coscienze come prescrivono le Costituzione dell’Ordine.

Tale Sambuco, affiliato alla Costituzione, amico ed intimo collaboratore del gran Maestro Salvini, riferi­va e che agli inizi del ‘74 costui ebbe rapporti col Generale Miceli, all’epoca capo del SID e pur esso affiliato alla massoneria nella Loggia P2, – che gli avrebbe nell’occasione affibbiato il nome di copertura di “Dr.Firenze” (circostanza questa non con­testata dal Salvini f.43  r./72 bis) – e che il Salvini non si sarebbe allontanato per le ordinarie fe­rie estive del 74  perché “prevedeva che vi sarebbe stato un golpe” (f.3/72 bis): fatto che il Salvini invece ha negato.

I dati sopra illustrati sono i soli, nella loro necessitata schematicità utilizzabili per la formulazione di un giudizio pertinente  sulle supposte connessioni tra ambienti ed esponenti della masso­neria di palazzo Giustiniani ed i fatti del processo. La selezione operata apparirà riduttiva rispet­to alla cospicuità della documentazione e delle dichiarazioni acquisite ma la esigenza di rigoroso rispetto dei limiti oggettivi dell’indagine, determinati dalla inalterabile specificità dei fatti e delle circostanze, non consente arbitrarie divagazioni verso tematiche e questioni improprie, né può lecitamente concedersi la utilizzazione degli strumenti del processo penale per finalità estranee alla funzione che gli è propria.

Tanto premesso, occorre però doverosamente rilevare, – pur nella obbligatoria constatazione dell’assoluta carenza nel materiale istruttorio di elementi che giustifichino anche la più vaga supposizione di un coinvolgimento qualsiasi della massoneria o dii taluni suoi esponenti nei fatti del processo-, l’assoluta non estraneità alla produzione e gestione di comportamenti genericamente riconducibili alla c.d. “strategia della tensione” di taluni di quegli esponenti.

E’ invero, appena sufficiente coordinare i non pochi riferimenti testuali che dai documenti prodotti (direttamente o per acquisizione presso altri giudici) è dato ricavare e relativi: a fatti ed atteggiamenti attribuiti, responsabilmente, ad esponenti di primo piano della comunione massonica; ad oscuri e non disinteressati collegamenti degli stessi con note personalità dell’estrema destra nazionale ed interna­zionale, europea ed oltreatlantico; a vicende della vita politica nazionale e di taluni paesi d’Europa , taluni protagonisti delle quali sono risultati affiliati alla nota Loggia P2: coordinare, ripetesi, tali riferimenti con le notorie dichiarate finalità del disegno di destabilizzazione politica del nostro Paese per legittimamente infierirne la fondatezza dei sospetti denunciati. (fasc.72 e 72 bis).

Una siffatta valutazione rischia di apparire gratuita, se pur suggestiva, ed impropria in questa sede solo se si prescinde da due rilievi che la natura delle vicende, la struttura dei fatti di cui esse constano ed il grado di efficienza funzionale dei poteri esercita­ti dall’inquirente impongono doverosamente di formulare. E’, intanto, non controvertibile il fatto, per altro storicamente dimostrato, che la inefficienza delle strutture giudiziarie, risolventesi in disarmante e disperante impotenza è espressione manifesta degli intenti del potere politico, indisponibile a munire di mezzi idonei organismi ed istituzioni dello Stato dalla attività dei quali esso può essere sindacato e, al limite, condizionato. Sicché per luminose e puntuali che siano apparse le intuizioni di Giudici e pubblici ministeri nel togliere i nodi in cui risultavano oscuramente ed illecitamente avvinte emi­nenze del potere; per specifici ed individualizzati che risultassero riferimenti non equivoci ed impli­cazioni obbiettive nelle vicende criminose degli an­ni ‘60 e ‘70, di strutture politico-istituzionali fon­damentali del nostro Paese: le indagini si sono si­stematicamente impannate nelle sabbie mobili del dubbio e dell’incertezza, indotti dalla impossibilità di dilatarle ed approfondirle, per la paralizzante consapevolezza dei molteplici condizionamenti istituzionali cui il Giudice è soggetto, pur nella proclamata e sanzionata sua indipendenza. E di tale realtà questo processo – in alcune pagine del quale essa è documentata – ed altri della nostra storia giudiziaria recente, sono la eloquente dimostrazione. Deve quindi il giudice, cui pure richiesto di testimoniare al paese, con i suoi giudizi sui fatti conosciuti, le interrelazioni di questi con la storia della comunità di cui quelli sono espressione, (i giudizi sui fatti e sui comportamenti degli uomini per pretendere legittimità e validità non possono ridursi a mere operazioni di aritmetica processuale, eseguite nel miraggio di una improbabile asetticità spirituale), rappresentare anche l’atmosfera politico-sociale nella quale quei fatti, quelle condot­te si sono svolti per legittimamente derivarne elementi ed argomenti utili alla più compiuta verifica delle prove acquisite. La interpretazione e valutazione delle quali – ed è altro rilievo necessario in questa sede ed utile per l’esatta intelligenza di quanto successivamente si esporrà-, non può compiersi secondo i canoni tradizionali o meglio secondo i criteri validi per quelle relative ai processi di routine e propri di un certo tempo e di un certo tipo di società.

Posto che sia mai stata codificata la tecnica della interpretazione e valutazione delle prove- e non risulta che lo sia, essendo essa oggetto di ricerca e materia di studio della scienza processual-penalistica,- è evidente che essa, pur immutabile nel principio finalistico della necessità per l’accertamento della verità (art.299 C.P.P) deve sintonizzarsi culturalmente con lo spirito dei tempi, con la struttura dei fatti, con le tecniche criminose in questi espresse, sempre prevalenti o quantomeno concorrenti con quelli degli organismi delle istituzioni che devono contrastarle.
E se ciò è innegabilmente vero, non può discono­scersi la esigenza di rilevare delle vicende conosciute lo spirito e l’atmosfera; di esprimere il colore, lo spessore, il sentore che delle stesse è dato di cogliere; di leggere negli atti e nei fatti degli uomini, alla luce di tale rilievi ed al di là dell’apparenza formale di essi, il significato loro più vero e più autentico, nessuno sforzo essendo mai sufficiente per soddisfare quella necessità di verità ed il ricorso al dubbio potendo risultare, prima che un fallimento, un comodo alibi per coscienze fragili.

Per tutte le considerazioni fin qui formulate, se, ripetesi non può non concludersi, quanto agli episodi della loggia P2 della massoneria di palazzo Giustiniani e ai comportamenti di taluni esponenti della stessa, -per la loro irrilevanza penale, allo stato, e quindi per la loro inidoneità a legittimare, in ordine agli stessi, la istituzione di una azione penale – in altre sedi giudiziarie taluni aspetti di quelle vicende sono oggetto di cognizione-, è però legittimo affermare che la fumosa ambiguità dei comportamenti di taluni di quegli esponenti, le non documentabili ma trasparenti ragioni di inopinate escursioni politico economiche dagli oscuri bassifondi del collaborazionismo politico ai ruoli di eminenze troppo grigie di livello internazionale, le insistite e mai documentalmente smentite accuse di inverecondi intrallazzi e collusioni di tanti prestigiosi esponenti di quella loggia con figure stigmatizzate nei loro illeciti da pronunce giudiziarie di magistrature italiane e straniere: sono dati, fatti e circostanze che autorizzano l’interprete a fondatamente e legittimamente ritenere essere quella istituzione, all’epoca degli eventi considerati, il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale; e ciò in incontestabile contrasto con le proclama­te finalità statutarie della istituzione.

Sentenza ordinanza G.I.P. Vella 1980 pag 91-102

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