“D’Alessandro: Fianchini non mentiva”

Quarant’anni dopo Felice D’Alessandro ha cambiato nome. (…) La condanna a quindici anni che gli era stata inflitta per l’omicidio di Donello Gorgai è stata considerata estinta: oggi D’Alessandro è un libero cittadino, ce continua tuttavia a proclamare la propria innocenza. Ha accettato di incontrare l’autore di queste note, insieme alla collega Antonella Beccaria, durante un suo breve soggiorno a Bologna.
(…) Chiarisce subito comunque un punto fondamentale: Fianchini non diceva il falso. “Aurelio non era un mentitore. Rispettava un suo codice d’onore, ed era davvero impegnato a scoprire la verità sulle azioni dei terroristi neri toscani e sulla strage dell’Italicus”.
“Ma la bugia di Franci legato a un albero e minacciato?”.
“Non ci fu nessuna minaccia. Come poteva del resto un tipo mingherlino come Fianchini minacciare un uomo grande e grosso come Franci? Quella dell’albero fu una bugia per così dire tattica, che egli volle raccontare alla Bonsanti per non far individuare l’amica presso la quale Franci aveva pensato di andare a rifugiarsi. Fu uno sbaglio, perché fece perdere di credibilità a tutto il racconto sulle confidenze ricevute: io infatti criticai duramente Fianchini per questa menzogna”.
“Come andò dunque la sera dell’evasione?”.
“Andò che Franci fuggì con noi perché temeva qualche brutto gesto da parte dei suoi camerati in carcere. Aveva paura di Tuti e di una sua vendetta.Fu Franci a procurarsi il seghetto fornito da una delle guardie, giovane e fascista. La fuga era malamente improvvisata: appena superato il muro di cinta io non trovai più la borsa dove avevo conservato il diario, persa nel buio. E ci accorgemmo che non c’era la macchina che Fianchini aveva promesso. Io, figlio di ferroviere, proposi subito di cercare un treno per arrivare a Roma: ci mettemmo a correre, ma Franci era pesante, rimase indietro, si perse, e io non avevo voglia di stare ad aspettarlo”.
“Nella borsa smarrita era contenuta anche una lettera che con Fianchini avevate progettato di inviare alla redazione de “L’Espresso”. Scrivevate che il fascista Franci era “depositario di molte informazioni” riguardanti le organizzazioni paramilitari fasciste e i rapporti tra queste e “vari organi dello Stato: magistratura, polizia, servizi segreti”. Che cosa realmente Franci vi aveva confidato in carcere?”.
“In realtà con me non era entrato in troppi particolari. Diceva di avere amici potenti, e mi parlò di massoneria, ma non mi disse per esempio, che Cauchi aveva avuto rapporti diretti con Licio Gelli”. (…)
“Nel diario lei riportò diversi riferimenti da parte del Franci alla strage dell’Italicus, li conferma?”. (…)
“Certamente, confermo quelle frasi. Anche se è giusto ricordare che in carcere io preferivo comportarmi con molta cautela, e non fare troppe domande. Franci diceva di conoscere molte persone importanti, ma non mi azzardavo a chiedere come mai avesse rapporti tanto in alto. Franci mi disse che l’esplosivo dell’Italicus era di tipo diverso da quello che lui aveva nascosto da qualche parte. Già come faceva a saperlo? Poi mi raccontò di essere stato in servizio quella sera a Santa Maria Novella, e di aver visto due poliziotti (ora non ricordo bene se in divisa o in borghese) uno dei quali salì sul vagone dell’Italicus, quello che poi saltò in aria, e faceva cenni a qualcuno”.
“Secondo lei, dunque, cosa sapevano Franci e Malentacchi della strage dell’Italicus? Erano direttamente coinvolti? Fianchini ha detto che uno aveva messo la bomba, l’altro aveva fatto da palo…”.
“Fianchini, come ho detto, aveva avuto da Franci altre e più dettagliate informazioni. Anch’io mi sono chiesto se fossero stati loro a mettere la bomba, ma per la verità non ho avuto questa sensazione. Credo tuttavia che ne sapessero parecchio: anche se non erano gli esecutori materiali, conoscevano chi aveva fatto la strage, e a noi dicevano soltanto una parte delle cose che sapevano. Malentacchi mi giurò un giorno che l’Italicus non era stata una loro azione, spiegando che per quel tipo di bomba occorreva una certa perizia. Capii che essi avvertivano di far parte di un ingranaggio, ma non erano in grado di controllarlo. C’era probabilmente una regia, ma poi le diverse cellule agivano con una propria autonomia. Oggi si direbbe che lavorano ‘in rete’, loro ne facevano parte ma il vero cervello era altrove. E tutti e due si chiedevano come mai le inchieste si fermassero ai pesci piccoli, senza cercare di arrivare ai mandanti. Avevano un gran paura di Tuti, questo sì”.

Estratto libro “Italicus” di Paolo Bolognesi e Roberto Scardova

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