L’attività di depistaggio – sentenza strage di Brescia luglio 2015 – prima parte

E’ questa, forse, la pagina più amara della vicenda in esame, come altri hanno già autorevolmente rilevato. Non è un fuor d’opera introdurla nell’ ambito della valutazione degli elementi di prova a carico di Carlo Maria Maggi.
Dagli atti processuali emerge, in effetti, la prova certa di comportamenti ascrivibili ai vertici territoriali dell’Arma dei Carabinieri e ad alti ufficiali del S.I.D., che sono incompatibili con ogni principio di lealtà e fedeltà ai compiti istituzionali loro affidati. Le distorsioni operate nel processo di trasmigrazione, verso la naturale sede giudiziaria, delle informazioni acquisite in ordine alle pericolose derive verso cui da mesi si erano avviate le frange della destra eversiva che nel Nord Italia e soprattutto in Lombardia ed in Veneto erano fortemente radicate hanno indubbiamente giovato al prosperare dell’ attività di ricompattamento delle fila degli ex ordinovisti e consentito la concreta attuazione di progetti destabilizzanti dei quali sussistevano da tempo segnali inquietanti.

Nulla si è mosso. Almeno non nella direzione istituzionale. E quando pure è stato fatto, l’ottica seguita, almeno per ciò che riguarda i Servizi segreti, non è stata certo quella di consentire agli inquirenti di fare luce sull’ accaduto, sulle trame sottostanti, sui responsabili. E’ doveroso domandarsi: cui prodest?

La risposta è fin troppo ovvia, ove si tenga conto del contesto politico dell’ epoca e dell’ attenzione che pezzi importanti dell’ apparato, civile e militare dello Stato, e centrali di potere occulto prestavano all’ evoluzione del quadro socio-politico del Paese, condividendo l’interesse – comune a potenze straniere che godevano di un osservatorio privilegiato grazie alla massiccia presenza sul territorio di basi militari e di operatori dei servizi di intelligence – a sostenere l’azione della destra, anche estrema, in chiave anticomunista.

L’azione di depistaggio – termine destinato ad entrare nel lessico giuridico con ben altra portata a seguito dell’introduzione dello specifico omonimo reato nel codice penale – non può avere altro senso se non quello di sviare l’attenzione della magistratura dai reali responsabili dell’attentato. E’ sotto tale profilo che essa assume, in questo processo, la valenza di indizio, grave e preciso, a carico di Maggi e del suo gruppo operativo, rispetto ai quali è stata alzata una rete di protezione, fatta di ritardi, omissioni, tentennamenti, connivenze, sviamenti, cortine fumogene, che hanno gravemente pregiudicato i tempi, la durata e gli esiti delle indagini.

Ma, ancora una volta, procediamo con ordine, nel dare conto, di tali conclusioni sulla base degli atti processuali. Si è già fatto cenno, nel trattare la posizione di Tramonte, al carteggio interno fra i vertici del S.I.D.. Trattasi di prove documentali di notevole rilevanza, in quanto dimostrano, inequivocabilmente, come l’atteggiamento dei Servizi segreti militari verso l’Autorità giudiziaria fosse tutt’altro che collaborativo. Ritiene la Corte di accogliere in toto i rilievi unanimemente mossi sul punto dai difensori delle Parti civili Comune di Brescia, Natali, Trebeschi Giorgio e altri alla quasi nulla importanza attribuita a tale aspetto dalla sentenza di primo grado, appena attenuata da quella d’appello.

Per non incorrere nel rischio di ulteriori sottovalutazioni, giova ripercorrere la cronologia ed il contenuto di quel carteggio interno, che ruota attorno a due dei più importanti appunti informativi del Centro CS. di Padova: quelli allegati alle note del 23 maggio e del 8 luglio 1974. Sempre nel trattare la posizione di Tramonte, è stato fatto riferimento alla nota trasmessa il 23 maggio 1974 dal magg. Bottallo, capo del CS. di Padova, al gen. Maletti ed alle peculiari caratteristiche della stessa. Trattasi, infatti, con evidenza, di una nota non ufficiale, perché manoscritta, priva di numero di protocollo e del seguente testuale tenore:

“Sig. Generale, unisco un appunto “informale” su argomento oggetto di conversazione. Ritengo che, volendo proseguire nell’azione in maniera incisiva, esista la possibilità di individuare componenti ed intenzioni di uno o, probabilmente, due dei ‘gruppi’ citati”.

In data 25 maggio, la risposta di Maletti, che, in calce alla medesima nota stila e sottoscrive la seguente annotazione – collegata con tanto di freccia al secondo periodo e diretta al col. Genovesi, che la riscontra – “sì. Dire con mia lettera s.n. che proceda senz’altro”.

La non ufficialità del rapporto epistolare fra il capo del Reparto D e il capo del C.S. di Padova, dunque, perdura con l’ordine del primo di non protocollare neppure la risposta da dare al secondo, ordine puntualmente eseguito, come si evince dalla minuta in atti.

Segue l’annotazione manoscritta e firmata con la quale il col. Genovesi, il 10 luglio, esprime al gen. Maletti il proprio pensiero: “Non ritengo si possa dire solo ‘qualcosa o due nomi’, ma sono del parere che tutto, per la sua gravità, debba essere urgentemente riferito all’A.G., sia pure attraverso organi di P.G. Per le decisioni.”. Quasi piccata la risposta di Maletti, il quale, il giorno successivo, scrive al suo vice: ” <Dire almeno due nomi> era espressione figurata. Ritengo anch’io che della vicenda debba essere messa al corrente l’AG. Intanto, rappresentiamo (‘per le decisioni’) a Sig. C.S.”. Con calma, con molta calma: in effetti, l’appunto riservato, contenente le informazioni della fonte Tritone di cui alla nota del 8 luglio, viene inoltrato al Capo Servizio, gen. Vito Miceli, il 13 luglio, ed all’ordine (definito “urgente”) dello stesso – “Diciamo tutto agli organi P.G. interessati (conservando traccia delle segnalazioni)“- Maletti dà seguito solo il 15 luglio, demandandone al Genovesi l’esecuzione. In realtà, nulla accade. Anzi, la documentazione proveniente dal S.I.D. dimostra che vi è stato un netto ripensamento dei vertici sull’atteggiamento da tenere.

Il 3 agosto, invero, il col. Genovesi, facendo riferimento, a strage avvenuta, alla nota inviata da Bottallo il 23 maggio, esprime a Maletti il suo dissenso sulla comunicazione delle informazioni in loro possesso nei seguenti termini: “Recentemente V.S. mi ha dato fornito foglio di CS Padova. Alla luce dei recenti ed attuali fatti, sarei del parere di non ‘far procedere’ nella direzione richiesta dal Centro e di fare, invece, cadere la cosa. Un elemento di prova della non validità della fonte può scaturire dal ‘sorriso enigmatico’, a domanda sugli attentati (per dare ad intendere di saperne) e, poi, della necessità di dover acquisire notizie al riguardo. Contrasto evidente che denuncia una potenziale ‘bufala’. Per le definitive decisioni di V.S”.

Sconcertante la risposta di Maletti del 4 agosto, data in cui ha luogo la strage dell’Italicus: “Concorderei se non dovessi rischiare anche il ‘bidone’ soprattutto ora che il nuovo fatto terroristico suggerisce intensificazione azione info nella direz. Extra dx”.

Sta di fatto che neppure la nuova strage smuove i vertici del S.l.D. e a prevalere è ancora la linea del silenzio. In realtà, il 17 luglio figura come trasmesso al Centro C.s. di Padova un marconigramma a firma Maletti, col quale quest’ultimo dispone che, “qualora non ancora provveduto”, il contenuto della nota n. 4873 del 8 luglio (si badi, non anche quello dell’ appunto precedente, allegato alla nota di Bottallo) sia portato a conoscenza dell’Arma territoriale e che copia della comunicazione sia trasmessa anche all’ufficio centrale. Trattasi, tuttavia, di un sicuro falso. Ed in effetti:

a) il testo del marconigramma è evocativo di una precedente comunicazione di identico tenore, della quale non è stata trovata traccia;

b) è in atti altro marconigramma a firma di Maletti, recante la data del 13 luglio ed indirizzato ai Centri C.s. ed al Raggruppamento degli stessi, col quale veniva raccomandata la massima vigilanza verso ex appartenenti al Fronte Nazionale, ad Ordine Nuovo e al M.A.R. avendo varie fonti segnalato la possibilità di attentati eversivi su scala nazionale tra il 10 e il 15 agosto, ma, nel contempo veniva inibita , fino a nuovo ordine, la comunicazione delle informazioni anzidette all’Arma dei Carabinieri, alla Polizia di Stato ed alle Autorità militari.

c) non si è trovata traccia neppure dell’avvenuta comunicazione all’Arma territoriale e tanto meno di un riscontro da parte di quest’ultima, nonostante l’esplicita richiesta in tal senso, contenuta nel marconigramma;

d) il mar. Felli ha escluso di avere avuto notizia di quel comunicato;

e) 1’11 novembre 1980 è stato sequestrato, presso l’abitazione del gen. Maletti, un appunto relativo all’incontro tenutosi il 6 agosto 1974 presso il S.I.D. con tutti i capi dei centri territoriali, dal quale emerge che, ancora a quella data Bottallo chiedeva istruzioni sulle modalità con cui comunicare ai CC. ed alla Polizia notizie destinate ad essere trasfuse in atti di polizia giudiziaria;

f) a metà agosto ancora non era stata effettuata alcuna segnalazione, posto che, con nota del 7 agosto, il gen. Maletti rappresenta al gen. Miceli che il Centro di Padova “ha un’ottima fonte (Tritone) che potrebbe essere bruciata da un’intempestiva segnalazione agli organi di P.G.” e che Miceli, con nota del 14 agosto, risponde: “attendiamo seguito da PD“. Il marconigramma del 17 luglio aveva, dunque, la funzione di “coprire” artificiosamente il perdurante vuoto di notizie all’ A.G. ed agli organi di polizia giudiziaria su quanto appreso dalla fonte Tritone.

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