“Entro l’86 chiuderemo le nostre inchieste sulle stragi” – Repubblica 14.12.1986

Ieri si sono trovati tutti insieme, per confrontare i risultati del loro lavoro: i magistrati di Brescia (strage di piazza della Loggia, 1974), di Bologna (strage della stazione, 1980), di Firenze (attentati ‘ 74-75 e strage di Natale, 1984), di Napoli (strage di Natale). Un vertice preparato in silenzio, così come in silenzio si sono incontrati altre volte nel corso di questi ultimi mesi, da quando è stato deciso che solo indagando insieme sarebbe stato possibile imboccare la via giusta. Un incontro che dura anche oggi, e del quale sono protagonisti, questa volta, i giudici venuti da Bologna. Le cose da dirsi sono tante. Dispersi nelle carceri di mezza Italia, quei giovani che furono il braccio armato del vertice del complotto, continuano a offrire spiegazioni, a raccontare le loro storie. Il quadro che si va delineando acquista contorni sempre più nitidi. Alcuni magistrati promettono: “Entro l’ 86 riusciremo a chiudere”. Mancano però le confessioni dei grandi capi, dei leader che tenevano i contatti con Gelli e coi servizi segreti deviati, e potrebbero ritardare ancora. Quello che si sa di loro è stato fatto mettere a verbale dai molti gregari che si sono pentiti. Poi le confessioni sono state affidate a un computer, attraverso il quale sono stati elaborati anche i dati delle molte inchieste e dei processi legati all’ eversione nera. I risultati a cui sono arrivati i magistrati di Bologna nascono anche da questo esame tecnico degli anni del terrore. Vediamo dunque quali sono i vari filoni di indagine dei magistrati che si occupano delle stragi “nere” e come e in qual misura essi indicano una strategia unitaria sia dal punto di vista politico che operativo. Prendiamo il via da Bologna. I magistrati hanno individuato una struttura occulta e clandestina, definita di “sicurezza”, che nasce negli anni sessanta (convegno sulla strategia della tensione all’ hotel Parco dei Principi), e che si ritrova nel 1980 “pressochè intatta nelle sue finalità” nel gruppo di Musumeci, Gelli e Pazienza. A questo “livello superiore occulto” insieme al Venerabile ci sarebbe anche un certo Fabio De Felice, già inquisito per il golpe Borghese, ex deputato del Msi (fu espulso nel ‘ 53 per aver votato a favore di Segni) e poi entrato nell’ entourage di Filippo De Jorio, consigliere regionale della Dc. Dicono a Bologna: “De Felice si presenta come centrale per la sua funzione di collegamento tra eversione di destra, servizi segreti e P2”. Secondo molti pentiti infatti De Felice appartiene anche, insieme a Paolo Signorelli e Massimiliano Fachini, al vertice operativo “capace di ricondurre a unità strategica le attività illegali, esercitate sotto varie denominazioni”. Punto di riferimento operativo delle attività eversive, “delle istanze golpiste e stragiste” fu il gruppo di “Lotta di Popolo” nel quale confluirono Delle Chiaie, Signorelli, De Felice, Fachini. Dunque unità operativa tra i neofascisti del Lazio (Signorelli) e del Veneto (Fachini). 00 Di Fabio De Felice ha parlato soprattutto il pentito Aleandri, che fu interrogato anche dalla commissione P2. All’ origine erano due i fratelli De Felice: Fabio e Alfredo erano noti negli ambienti di destra come “i fratelli Karamazoff”. Nella loro villa al Terminillo si riunivano i congiurati del “Fronte Nazionale”: appena le indagini sul golpe Borghese puntarono su di loro, fuggirono insieme al De Jorio. I De Felice a Londra. De Jorio a Montecarlo: sempre in contatto con Licio Gelli attraverso il giovane Aleandri, che faceva da staffetta e che adesso ha raccontato tutto per filo e per segno. E veniamo a Firenze. Le inchieste principali sono due: il giudice istruttore Rosario Minna si occupa degli attentati “neri” dal ‘ 74 in poi; mentre i sostituti procuratori Vigna e Chelazzi indagano (in collaborazione con la magistratura di Napoli) sulla strage di Natale. Minna ha già emesso diversi mandati di cattura e due di questi sono significativi: Augusto Cauchi (legato a Licio Gelli) e Stefano Delle Chiaie, latitante dal ‘ 75, e forse rifugiato in Spagna. “Il gruppo che operava in Toscana” ha detto il capo della Digos fiorentina Mario Fasano “non era isolato ma agiva in una strategia più ampia”: la strategia delle stragi. Armi ed esplosivo furono acquistati a Rimini nell’ aprile del ‘ 74. In quello stesso mese Augusto Cauchi aveva ricevuto da Gelli un finanziamento di venti milioni. “Cauchi ci raccontò” ha detto un testimone “che era un finanziamento da usare nel caso i comunisti avessero vinto il referendum sul divorzio”. Alle Fonti del Clitumno il carico di armi fu diviso in due: una parte finì a Mario Tuti e l’ altra a Giancarlo Esposti ucciso nel giugno di quell’ anno a Pian di Rascino. Del trasporto di quelle armi sono stati accusati anche due neofascisti, Fabrizio Zani e Cesare Ferri, coinvolti nella strage di Brescia. Un teste racconta che i soldi di Gelli servirono per acquistare quell’ arsenale, ma non è stata trovata la prova che Gelli li abbia sborsati per quello scopo. Anche i sostituti Vigna e Chelazzi che si occupano della bomba sul Napoli-Milano hanno inviato dodici comunicazioni giudiziarie, di cui sette a mafiosi (tra i quali il grande “boss” Pippo Calò) e quattro alla camorra. Una è stata notificata al deputato missino Massimo Abbatangelo. Mercoledì prossimo il Parlamento dovrà dunque prendere atto di tutti i segnali che indicano nella P2 il principale centro eversivo di questi anni. Ieri Giovanni Spadolini è tornato a ripetere con risolutezza un concetto già apparso sulla Voce repubblicana di giovedì: “Siamo sempre stati tra coloro che hanno combattuto la P2 a viso aperto. Abbiamo avuto qualche parte non secondaria nello scioglimento della loggia segreta nell’ estate di quattro anni fa e non abbiamo nulla, proprio nulla, da temere da un accertamento rigoroso e completo della verità, senza ombre nè reticenze. In questa ansia di giustizia non ci animano calcoli strumentali od obiettivi che non coincidano con la salvezza delle istituzioni democratiche”. I radicali, col segretario Negri, insistono affinchè il dibattito sulla P2 non venga “strangolato” in 36 ore. E con Massimo Teodori commentano i mandati di cattura di Bologna: “Si ha a che fare o con un teorema deduttivo che fa risalire la strage a Gelli oppure serve una impostazione giudiziaria che voglia riesaminare i collegamenti e le connivenze in cui si inserirebbe Gelli”. Non ci si può fermare a Gelli – dice Teodori – ma si devono chiamare in causa “i presidenti del Consiglio, i ministri, le alte sfere militari, le alte sfere dei servizi segreti…”.

Sandra Bonsanti – La Repubblica 14.12.1985

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