“Condannate Gelli a sei anni di carcere” – La Repubblica 03.12.1987

Sei anni di reclusione. E’ questa la condanna chiesta ieri sera per Licio Gelli, accusato di sovvenzione di banda armata, dal pubblico ministero Pier Luigi Vigna al processo in corso davanti alla Corte d’ assise per l’ attività delle cellule nere in Toscana fra la fine del 1973 e i primi del 1975 e per l’ attentato al treno Palatino, compiuto il ventuno aprile del 1974 nei pressi della stazione di Vaiano in provincia di Firenze. Secondo Vigna il processo ha provato, al di là di ogni dubbio che Gelli concesse nella primavera del ‘ 74 un finanziamento di una ventina di milioni ad Augusto Cauchi e al di là del fatto se gli fu o meno detto a cosa in particolare quei soldi dovevano servire (furono utilizzati, secondo l’ accusa, per acquistare una partita di armi ed esplosivi). Gelli aveva fornito quei soldi al gruppo di Cauchi perché sapeva che esso era collegato ad altri gruppi che puntavano chiaramente a provocare un golpe, in una linea che rientrava chiaramente ha aggiunto Pier Luigi Vigna nella strategia di senso autoritario e anticostituzionale che lo stesso Gelli avrebbe poi esplicitamente delineato nella sua intervista al Corriere della Sera. Secondo il pubblico ministero, il racconto che Andrea Brogi, imputato e fra le principali fonti d’ accusa in questo processo, fa dei contatti fra Gelli e Cauchi e delle riunioni a Villa Wanda, ad Arezzo, in cui il finanziamento da parte dell’ ex-capo della P2 andò in porto, è pienamente attendibile e ha avuto riscontri precisi. Di rapporti anche pecuniari fra Gelli e Cauchi nella primavera del ‘ 74 ha detto Vigna hanno parlato funzionari della Ucigos di Arezzo sulla base di dichiarazioni di Giovanni Gallastroni, un altro imputato in questo processo, che ha ricordato anzi come proprio per tali contatti Cauchi fosse stato espulso dal Fronte della gioventù di Arezzo. Vi aveva accennato Luciano Franci nell’ agosto del ‘ 76. E Vincenzo Vinciguerra, un teste chiamato dalla difesa, ha aggiunto – affermò di aver saputo dallo stesso Cauchi che questi aveva avuto soldi da Gelli. Pienamente plausibile, secondo Vigna, anche la presenza all’ incontro di villa Wanda fra Cauchi e l’ ex maestro venerabile della P2, del maggiore dei carabinieri Salvatore Pecorella, arrestato nell’ inchiesta sul golpe Borghese e morto alcuni anni fa. Paolo Aleandri, un pentito nero romano, ha ricordato il pubblico ministero aveva parlato di Gelli proprio come mediatore fra ambienti della destra eversiva e alti ufficiali dei carabinieri. Non si trattò certo, secondo la pubblica accusa, di un regalo a titolo personale. Gelli, che era aretino e aveva grossi canali di informazione, sapeva perfettamente chi era Cauchi, che il suo era un gruppo al di fuori del Movimento sociale, che era in contatto con altri gruppi che puntavano decisamente al golpe. Una strategia che, secondo il pubblico ministero, perseguivano le cellule neofasciste toscane: stragi e attentati indiscriminati per spianare la strada al golpe. Prima di esaminare la posizione di Licio Gelli, Vigna aveva richiamato le difficoltà incontrate negli anni scorsi nelle indagini sull’ eversione di destra, contraddistinte dalla frammentazione degli atti e dai ripetuti depistaggi da parte di settori degli apparati statali, e aveva poi delineato la struttura della banda armata operante in Toscana in quegli anni. Dalle numerose riunioni sia locali che nazionali, ai contatti con Ordine nero e il Mar-Fumagalli, dagli approvvigionamenti di armi ed esplosivi (fra cui la partita che sarebbe stata acquistata a Viserba di Rimini con i soldi forniti da Gelli), ai vari attentati messi in atto, fra cui la strage di Vaiano, in una campagna di azioni indiscriminate che provocasse panico e la richiesta di ordine e che mettesse perciò in moto meccanismi golpisti. Una strategia ha detto Vigna di chiaro attentato alla costituzione dello Stato. Indipendentemente dalle dichiarazioni di Brogi, pienamente coerenti con gli altri dati processuali, nelle carte vi sarebbero secondo il pubblico ministero vari elementi di prova, comprese le dichiarazioni di altri imputati. Secondo il Pm, che concluderà oggi la sua requisitoria, vanno ritenuti organizzatori di banda armata Cauchi, Tomei ed Affatigato, mentre gli altri imputati vanno considerati semplici partecipi.

Giuseppe Zupo arringa 04.04.1991- prima parte

… perché è morto Gaetano Costa procuratore della Repubblica di Palermo. Per rispondere occorre ricostruire innanzi tutto il dove, il quando, il come.

… Dove? Quando? Palermo, fine degli anni 70. Palermo è una città difficile, pericolosa, sonnolenta, permeata di mafia in tutte le strutture, Palermo è una città piena di mafia. Così la descrive Rocco Chinnici, in un documento che richiameremo spesso, non solo per l’autorità della persona anch’essa suggellata dalla morte, ma perché in esso, in una lettura attenta e penetrante di alcuni suoi passaggi essenziali riteniamo vi siano le chiavi per entrare laddove a Costa e a Chinnici fu impedito di entrare. Si tratta dell’audizione del 25 febbraio ‘82 da parte della prima commissione referente del Consiglio Superiore della Magistratura, nel procedimento che come sappiamo dopo la morte di Costa si instaurò circa il comportamento dei sostituti Croce e Sciacchitano nella riunione del 9 maggio ‘80; riunione di cui tanto ci siamo occupati nell’istruttoria dibattimentale e di cui parleremo più estesamente in seguito.

Piena di mafia, ma quale mafia. La parola è generica e si rischiano equivoci se non la si colloca in un determinato contesto soprattutto economico e politico. Si veda ad esempio l’audizione del dr. Costa dalla Commissione parlamentare antimafia il 28 marzo ‘69 opportunamente pubblicata dal giornale L’Ora di Palermo il giorno dopo il suo assassinio. Lì egli coglieva con grande lucidità il nesso tra trasformazioni del tessuto economico dell’isola e mutamenti della mafia da agraria ad urbana, dal feudo e dalla guardiania alle mani sulle pubbliche amministrazioni delle città, agli appalti espressamente indicati anche nella tipologia delle possibili procedure truffaldine, ed eravamo ancora nel 1969 pensate che antiveggenza, che capacità di analisi. Quali erano dunque i connotati salienti della mafia della fine degli anni ‘70? Il sacco edilizio della città è ormai in gran parte consumato; c’è il filone dei lavori pubblici che dipende dalla forza dei legami con i settori amministrativi e politici per condizionare, innanzi tutto, il flusso del denaro pubblico che dal governo nazionale e regionale si riversa sulla città; e poi l’assegnazione degli appalti; questi ultimi servono anche, sebbene in misura che va attenuandosi, per il riciclaggio del denaro che viene dal filone più recente e più ricco: la droga. La droga ha assunto una tale importanza per l’intensificarsi del traffico internazionale verso gli Stati Uniti da porre, da tempo, problemi nuovi per l’investimento dell’immenso surplus finanziario della mafia.

… Del resto è Buscetta stesso che … di fronte alle insistenze di Falcone si confessa: tutte le famiglie palermitane sono coinvolte nel traffico degli stupefacenti; so con certezza perché riferitomi da Stefano Bontade e dallo stesso Salvatore Inzerillo che i più attivi nel traffico di eroina sono e qui segue l’elenco nel quale figura lo stesso Salvatore Inzerillo.

… Già da tempo dunque il surplus finanziario derivante dal traffico di droga ha imposto nuovi sbocchi e investimenti a più largo raggio, Palermo non basta più e ha un livello, questi investimenti, impensabile ai tempi della torbida economia delle campagne e anche in quella dei primi esperimenti sulle città. Ed ecco, ecco l’uomo, ecco il ruolo di Sindona ….il mago della finanza.

…. al vertice di un impero che sugge linfa dai traffici della mafia; ma per fortuna, e lo possiamo ben dire, a un certo punto il meccanismo si inceppa, qualcosa non ha funzionato secondo le aspettative. Si sono fatte molte ipotesi in proposito, era l’uomo che aveva appunto salvato la lira, l’uomo della provvidenza; una reazione dei vertici sani dell’economia di fronte ad uno strapotere che diventava ogni giorno più invadente e pericoloso; un errore nelle alleanze politiche … Sta di fatto che qualcosa non funziona e il meccanismo si inceppa. Cuccia e la Banca d’Italia non coprono i giochi, negli Stati Uniti la potentissima banca sindoniana va in fallimento e vanno in fallimento di conseguenza le banche italiane collegate al giro. La reazione è violentissima, almeno in Italia; Cuccia, Cuccia è lui il Gotha dell’industria italiana, Mediobanca è colui che ha fatto il bello e il cattivo tempo nell’economia italiana ma da quaranta anni a questa parte; Cuccia subisce due attentati … Ambrosoli liquidatore delle banche del finanziere di Patti, uomo integerrimo e competente per tanti versi simile a Costa anche nel destino, viene assassinato il 12 luglio del ’79, siamo nei dintorni. Sui vertici della Banca d’Italia si abbatte un ciclone senza precedenti con l’arresto di Sarcinelli e il mancato arresto, ma solo in extremis dello stesso governatore della Banca d’Italia, … in America non si scherza e lì Sindona viene arrestato senza tanti complimenti e malgrado i graziosi affidatari di tanti illustri personaggi nostrani tra i quali l’ex Procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo, anche lui della stessa loggia massonica P2; dietro tutto la regia … della loggia massonica P2. Una regia presente anche in quella sorta di colpo ad effetto fatale che doveva essere il finto sequestro di Sindona ad opera di un gruppo terroristico di sinistra.

… Un sequestro operato in America dove Sindona il 3 agosto del ’79, guardate le date, sparisce dall’hotel Pierre sua residenza in stato di libertà sulla parola e dove ricompare, come Garibaldi ferito ad una gamba, ma molto meno nobile, il 16 ottobre successivo. Nell’intermezzo il 9 ottobre del ’79 viene fermato dalla polizia a Roma mentre sta recapitando all’avvocato Guzzi una delle lettere del cosiddetto sequestrato, tale Vincenzo Spatola di professione almeno quella dichiarata, costruttore edile in Palermo. Si accerterà poi che il finto sequestro di Sindona è stato concertato e gestito da ambienti massonici e piduisti che hanno ospitato Sindona a Palermo e dalla cosca mafiosa dei Gambino, quelli americani e quelli italiani, degli Spatola, degli Inzerillo, dei Bontade.

… la messa in scena del finto sequestro mira sicuramente e accertatamente a ricattare ambienti che contano per ottenere finalmente l’avalla ad una operazione di salvataggio con denaro pubblico.

… l’incontro tra Bontade e gli altri Spatola, Inzerillo etc. come è noto, avvenne tra Sindona, Bontade e Inzerillo nell’agosto del ’79 sapete dove? negli uffici dell’altro costruttore di famiglia Rosario Spatola.

Ecco dunque il livello signori della Corte… a cui si situava all’epoca dell’omicidio Costa il raggruppamento mafioso degli Inzerillo, Bontade, Spatola, Gambino, Di Maggio…. questa cosca dominante che la fa da padrona forte dell’intreccio con settori importanti, assai importanti dell’apparato politico finanziario espresso da Sindona.

…. Tutto questo era, ci sembra, abbastanza chiaro anche al consigliere Falcone il quale così scriveva nel mandato di cattura del 9 luglio ’83: “Per quanto concerne l’Inzerillo” diceva Falcone “basterà richiamare l’ordinanza di rinvio a giudizio nel procedimento penale contro Spatola Rosario ed altri del 26 gennaio ‘82 che ha trovato autorevole conferma nella sentenza dibattimentale etc. Da tale provvedimento emerge che il predetto Inzerillo era il capo indiscusso della cosca mafiosa di Uditore Passo di Rigano, collegata con quella dei cugini Gambino degli USA e che lo smercio dell’eroina in tale paese era la più lucrosa delle attività illecite di tale organizzazione.

… La famiglia di Inzerillo era particolarmente legata a quella di Stefano Bontade… i motivi di tale guerra ormai sono chiari… il predominio nel traffico degli stupefacenti, dalle dichiarazioni di un imputato particolarmente attendibile perché riscontrate etc. risulta in sintesi che Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo consapevoli della forza delle proprie organizzazioni e delle loro alleanze intendevano fare la parte, loro, del leone nella spartizione dei proventi del traffico degli stupefacenti estromettendo le altre organizzazioni e in particolare quella dei corleonesi capeggiati da Riina…. Anzi era intenzione del Bontade e degli Inzerillo di attirare in un tranello i capi delle cosche avversarie per sterminarli. Il tranello però non funzionò e la vendetta contro Bontade etc fu bestiale.”

… Al predominio della cosca Bontade, Inzerillo, Di Maggio, e company fanno da contrappunto per completare il quadro di quella Palermo, di quella città di Palermo primo: un lavoro della commissione antimafia vasto e complesso, ma che ha inciso poco sui nodi essenziali per motivi facilmente intuibili dopo quanto abbiamo cercato di ricordare. Secondo: un mondo politico nazionale e siciliano fortemente intimidito dall’eliminazione brutale ed oscura di uomini come Aldo Moro, è morto nel ’78 un anno prima …. E l’eliminazione di Michele Reina segretario provinciale dello stesso partito assassinato il 9 marzo ’79 dopo avere annunciato, appena poche ore prima, di volere aprire il governo dell’isola alle forze sane dell’opposizione.

… Terzo punto: un mondo della giustizia magistrati e polizia giudiziaria fermo quando non acquiescente, nel quale comunque la paura si taglia a fette. L’ultimo processo memorabile alla mafia quello cosiddetto dei 114 si era risolto malgrado gli sforzi del povero giudice Terranova, anche lui ammazzato, prima di Costa, in una memorabile sconfitta davanti ai giudici di Catanzaro e si trattava di fatti vecchi di dieci anni prima e più, poi il vuoto tanto che il consigliere Martorana sentito in questa aula ha dovuto annaspare indietro fino al 1970 per cavare dalla sua memoria un processo di rilievo, e non è che non vi fossero stati delitti e delitti di ogni genere: dagli omicidi di Reina a quello del sindaco di Castelvetrano al colonnello dei carabinieri Russo al mafioso Di Cristina, alle decine di confidenti della polizia sistematicamente eliminati come ha ricordato il questore Immordino dando un quadro veramente impressionante della situazione da lui trovata al momento dell’assunzione della carica in Palermo nel dicembre del ’79. Ed è la stessa situazione in cui alla Procura della Repubblica di Palermo arriva un uomo dal nome comune in Sicilia: Gaetano Costa.

… Ed un commento ci ha colpito per la sua sobria intensità, un articolo del giornalista Mario Farinella, gettato giù a caldo, come si suol dire, su l’Ora del giorno successivo all’omicidio, leggiamolo:

“ Nessuno del resto era meno simbolo di Tano Costa, si può dire anzi che era l’antisimbolo, era l’antisimbolo per cultura, per educazione, per naturale disposizione. Si considerava ed era soltanto un caparbio amministratore della giustizia, un uomo apparentemente comune, disadorno, dalla vita semplice; essenziale nelle parole, nei gesti, nel lavoro e perciò era un magistrato di audace modernità, razionale e puntiglioso, comprensivo, di raro rigore morale ed intellettuale. Lo si è visto nel modo di affrontare e impostare le inchieste sulle cosche e intricate trame internazionali della mafia, quelle che a primo vedere ne avrebbero determinato la morte.”

…. un siciliano di razza schietta che viene da una terra, Caltanissetta, dove la mafia agraria aveva espresso le sue massime autorità, un uomo affabile e colto, forte, pacato, schivo e concreto, conoscitore profondo di uomini e cose. Ha combattuto la mafia in altri processi, ne segue l’evolversi la sua audizione dalla Commissione antimafia nel ’69, i suoi appunti sul tema, la sua assidua ed attenta partecipazione al convegno di magistratura democratica a Palermo ne sono conferma. Sa come muoversi in un ambiente nuovo, infido e pericoloso come quello di Palermo. – Io ebbi la sensazione che Costa fosse molto, ma molto prudente – esclama il pur prudentissimo consigliere Chinnici, ma questa virtù non ha salvato né l’uno, né l’altro.

… Tra Costa e Chinnici, così diversi tra loro, corre presto intesa e reciproca stima, sanno di potersi fidare l’uno dell’altro, in una città … in cui non ci si può fidare di nessuno.

… Bisognava dunque essere accorti, agire senza clamori, valorizzare in una situazione per tanti aspetti paurosa, gli elementi positivi che sembravano accennare ad una ripresa. Alla Regione il giovane Presidente Piersanti Mattarella sembra infatti intenzionato ad andare a fondo nel rinnovamento della pubblica amministrazione, a cominciare dal Comune di Palermo, quel Comune dove troppo spesso la mafia ha fatto il bello e il cattivo tempo.

In Questura c’è Immordino, anch’egli siciliano verace, buona tempra che non vuole andare in pensione lasciando lo sfascio che ha trovato. E nel Palazzo di giustizia se Pizzillo Presidente della Corte di Appello ha ritardato di 6 mesi la presa di possesso della carica da parte di Costa e con il Procuratore generale Viola non c’è grande affiatamento, con Chinnici si ragiona, ci si incontra, a volte in gran segreto, si collabora ad instaurare un nuovo clima nei due uffici incoraggiando i giovani magistrati ed educandoli ad una conduzione non superficiale delle indagini più pericolose e difficili.

… Ognuno forte o debole che sia, preparato o meno viene investito di responsabilità messo alla prova, consigliato e sostenuto, non è un pool orrenda parola di importazione, è una scuola, scuola di formazione umana e professionale … un esercizio di disciplina sui fatti concreti della vita di ogni giorno, quei fatti che per un magistrato inquirente si chiamano inchieste, reati, processi, un esercizio delicato e a Palermo in certi casi assai pericoloso.

Da qui l’insistenza di Costa a non personalizzare l’inchiesta, … Una sollecitudine invano, disperatamente invocata a Roma, signor Presidente, signori giudici vi abbiamo prodotto quei verbali del Consiglio Superiore che sono un’altra pagina della storia giudiziaria del nostro paese, quelli in cui viene sentito il consigliere Amato, leggetele perché il consigliere Mario Amato dopo poco anche lui stava sul selciato ucciso, guarda caso, dalla stessa parte che oggi viene indiziata dell’omicidio Mattarella.

… Ed è inequivocabile l’accenno che Gaetano Costa fa alla giornalista Bartoccelli all’indomani dell’assassinio di Mario Amato ad opera del terrorismo neofascista. “Ultimamente”, dice, “un giornale del nord mi chiese di indicare un sostituto della Procura esperto in un particolare settore, dice Costa, mi sono rifiutato e ho detto che tutti i magistrati della Procura sono competenti in tutto”. Avevano capito tutto questo i sostituti della Procura di Palermo? comprendevano il peso che gravava sulle spalle di quell’uomo?

… Ebbene cosa avvenne nella sostanza quel mattino del 9 maggio di 11 anni fa?

… il procuratore già da alcuni mesi stava lavorando su una pista promettente e a lui più congeniale, quella dell’intreccio affari politica che si dipartiva da alcuni appalti truccati del Comune di Palermo, impugnati dal Mattarella e andava su, oltre i nomi dei costruttori che per altro facevano sempre capo alla cosca denunciata da Immordino. … Costa sapeva dunque che la direzione in cui il Questore aveva mosso le sue forze era quella giusta … Immordino aveva fatto a lui e a Chinnici discorsi chiari e largamente condivisi. … Ed insieme a Chinnici avevano stabilito, i tre, di tener duro di non rompere le righe, di fare è testuale la frase – fronte unico – per restaurare l’autorità dello Stato e con essa almeno un minimo di legalità.

Che avrebbe significato in una situazione del genere fare poche convalide come volevano Croce e Sciacchitano: sette-otto su ventotto ha detto Croce al Consiglio Superiore della Magistrature, ma Pignatone che era stato tra i convocati alla riunione a casa di Sciacchitano la sera precedente, dice schiettamente che – noi altri avendo già esaminato detto documento sapevamo che se ne poteva salvare comunque ben poco -. Ha risposto in proposito lo stesso Martorana, fonte insospettabile, nella sua deposizione al Consiglio Superiore della Magistrature,- se le convalide fossero state poche il fatto sarebbe apparso come una clamorosa smentita del rapporto stesso-, con la conseguenza questo non è ancora Immordino questo sono io, che il sostituto Aliquò dice – il Procuratore ebbe ad esplicitare di possibili accuse di connivenza con i mafiosi-, che sarebbero venuti dagli ambienti della polizia a quel punto.

C’erano già. Ma perché la riunione allora, perché la riunione di quel mattino del 9 maggio ? … non poteva egli, il Procuratore capo, imporsi o trovare vie meno esposte, più diplomatiche per raggiungere l’obiettivo ? … Fu dunque un errore quella riunione in piena mattina tutti nella stanza del capo con fuori avvocati, parenti e giornalisti e un città dal fiato sospeso ?
No, per come era fatto Gaetano Costa fu un atto di necessità. E occorre dire che questo è il punto più oscuro e più inquietante del comportamento dei due sostituti incaricati dell’inchiesta e di chi come Scozzari, con la sua riconosciuta intelligenza, lucidamente vi dette mano, perché ? se il dubbio circa la tenuta del rapporto poté essere onesto, onestamente andava manifestato e subito al Procuratore capo.

… E qual’era, qual’era l’impedimento a parlare delle proprie perplessità con un capo così sollecito, affabile e comprensivo? e invece no, si va avanti con gli interrogatori, si fa intendere chiaramente o addirittura, si dice … che si tratta di acqua fresca e tutti saranno fuori in capo a poche ore. Poi la sera ci si raduna in pochi, si guardano le carte, ma non erano coperte da segreto istruttorio ? evidentemente il garantismo di qualcuno funziona a senso unico e ci si galvanizza per l’indomani e tutto questo alle spalle del Procuratore, tradendone la fiducia anzi preparandosi a fronteggiarne la forte personalità in una situazione per lui di obiettiva difficoltà, quale? L’indomani a un’ora, a un’ora e mezza da quando il duo Croce e Sciacchitano gli porta la bella notizia del rifiuto di convalidare i fermi ammantata di scrupoli garantistici, scadevano i termini.

Costa capisce, capisce il detto ed il non detto, intuisce che nella riunione notturna di cui gli si da notizia ora, si è stabilito un fronte che minacciava di sabotare la prima risposta forte dello Stato alla mafia dopo 10 anni di vuoto. Non è uomo di imposizioni brutali.

… Tra i nomi del rapporto vi erano pezzi da novanta, veramente paurosi ha detto Immordino che pur in tanti anni di polizia nell’isola di questi pezzi deve averne incontrati tanti e Costa decide di metterli alla prova quei suoi discepoli … per sapere su chi può fare veramente affidamento e da chi eventualmente guardarsi. Qui a nostro avviso sta la spiegazione di quel suo atteggiamento ostinato e radicale, convalida globale, che egli contrappone a quello altrettanto globale di Scozzari, scarcerazione globale.

Tra l’una e l’altra sponda dovranno schierarsi, pensa, e qui rivelarsi, scoprire il fondo del loro carattere e quando tutti si saranno dislocati si deciderà, lì, il da farsi con una soluzione che comunque non getti a mare il rapporto. Ed è qui che interviene l’imprevedibile e la situazione va fuori controllo; Croce o Sciacchitano, uno dei due certamente, lo dice Martorana al Consiglio Superiore della Magistratura, con tono ghiattante gli lancia la sfida: a questo punto li convalidi lei. Cosa avreste fatto al mio posto?

chiede Costa ai sostituti che silenziosi e sgomenti gli si stringono attorno dopo che la sfida è stata raccolta senza parole, senza questioni, col semplice tratto di quella firma solo un po’ più dilatato e grande del solito, come ricorda Geraci. … Costa dunque era riuscito a tener fermo l’obiettivo di non sfaldare il fronte esterno tra forza di polizia e magistratura inquirente ed aveva raggiunto anche l’obiettivo interno di conoscere e pesare meglio i suoi collaboratori, ma a quale prezzo, a quale prezzo! lui ormai era un bersaglio, il bersaglio, questo a Palermo lo capivano anche le pietre.

Il modo con cui il duo Croce e Sciacchitano aveva dato la notizia… aveva senz’altro aggravato un esposizione a quel punto, per altro, inevitabile. Chinnici che la leggeva bene dice al Consiglio Superiore della Magistratura: – allora ebbi la sensazione che ci fosse stata una affermazione come per dire noi non ci entriamo in tutta questa faccenda-. La verità è che chi si chiamava fuori, come i due sostituti, di rischi seri non ne correva perché la questione per la mafia, per quella mafia non era di vendicare un preteso torto, bensì di leggere bene anch’essa la situazione e individuare i punti di forza del campo nemico, come faceva Costa, i soggetti capaci e irriducibili che potevano minacciarla e questi soggetti non si chiamavano certo né Croce né Sciacchitano.

Leonardo Messina – dichiarazioni 03.06.1996

Nell’agosto del 1991 il Miccichè mi disse che nella zona di Enna, in un posto che non specificò, si trovavano riuniti Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola.
Costoro, come ebbe a riferirmi lo stesso Miccichè successivamente, si trattennero nella zona di Enna sino al febbraio del ’92, data in cui si svolse una riunione formale della Commissione Regionale, alla quale parteciparono anche Angelo Barbero, Salvatore Saitta ed altri rappresentanti provinciali, dei quali non mi fece i nomi. Provenzano, Riina, Madonia e Santapaola, dall’agosto ’91 sino agli inizi del ’92, si trattennero nella zona di Enna per discutere di un progetto politico finalizzato alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno di una separazione dell’Italia in tre stati: uno del Nord, uno del Centro e uno del Sud. In tal modo, Cosa Nostra si sarebbe fatta Stato.

Il progetto era stato concepito dalla massoneria. A tal riguardo, intendo chiarire che Cosa Nostra e la massoneria, o almeno una parte della massoneria, sono stati sin dagli anni ’70 un’unica realtà criminale integrata. Il progetto aveva anche l’appoggio di potenze straniere. Era stata stanziata la somma di mille miliardi per finanziare il progetto. Coinvolti in tale progetto erano non solo esponenti della criminalità mafiosa e della massoneria, ma anche esponenti della politica, delle istituzioni e forze imprenditoriali.

Il progetto consisteva nella futura creazione di un nuovo soggetto politico, la Lega Sud o Lega Meridionale – che doveva essere una sorta di “risposta naturale” del sud alla Lega Nord.
A proposito della Lega Nord, quando io proposi al Miccichè di uccidere Bossi in occasione di un suo viaggio a Catania nel settembre – ottobre ‘91, questi mi spiegò che Bossi era in realtà un “pupo” e che il vero artefice del progetto politico della Lega Nord era Miglio, dietro il quale c’erano Gelli e Andreotti. Mi disse anche che la Lega Nord era finanziata da forze imprenditoriali del nord, non meglio precisate, che avevano interesse alla suddivisione dell’Italia in tre stati separati. Quando Miccichè, che aveva appreso quanto sopra poiché era lui ad ospitare Riina e gli altri nel suo territorio, mi fece tale discorso, era presente pure Giovanni Monachino, “uomo d’onore” della famiglia di Pietraperzia, il quale faceva da vivandiere a Riina e agli altri.

Durante la permanenza di Riina e gli altri nella zona di Enna, io incaricai Remigio Augello, figlio di una persona che ha un negozio di carte di parati a S. Cataldo, di predisporre e collocare nella zona ove Riina e gli altri si riunivano, un’apparecchiatura che serviva ad intercettare sia i telefonini sia le radio della Polizia per garantire la sicurezza dei vertici di Cosa Nostra. Io non dissi all’Augello a quale scopo serviva l’apparecchiatura, né che in quella zona si trovavano Riina e gli altri. L’Augello fu costretto ad acquistare a Catania un’antenna più potente di quella originariamente installata. L’Augello fu portato sul luogo, che io non conosco, dal Monachino e da Potente Mario (cugino di Borino Miccichè e altro “uomo d’onore” della famiglia di Pietraperzia). L’Augello non è uomo d’onore. E’ una persona alla quale io avevo fatto dei favori.

In particolare, avevamo simulato il furto di una sua Lancia integrale di colore bianco del valore di circa 50 milioni di lire (furto denunciato a Catania). L’autovettura fu venduta all’officina Giambra di S. Cataldo per 9 milioni di lire. L’Augello lucrò dall’assicurazione la somma di circa 50 milioni di lire. Ciò avvenne nel 1991.
Inoltre, gli feci consegnare della droga da Sessa Michele, trafficante di Napoli, regalandogli del denaro. Il Sessa alloggiava all’hotel Elios di S. Cataldo, luogo dove doveva avvenire la consegna nel 1991. Senonchè, io venni a sapere che l’albergo era sorvegliato dalla polizia, sicché feci alloggiare il Sessa nell’abitazione dell’Augello, che si trova in una parallela di Piazza degli Eroi. La consegna di 200 grammi di eroina avvenne davanti il ristorante “La flambè” di S. Cataldo.
Le riunioni che si svolsero dall’agosto in poi furono preparatorie della riunione allargata tenutasi nel febbraio ’92. Dopo tale ultima riunione, il Miccichè mi disse che era stato deciso di uccidere Falcone. Non mi parlò degli altri argomenti che erano stati discussi.