“Gli amici eccellenti del povero Licio” – Il Tempo 17.12.2015

«Io Licio Gelli non lo conoscevo bene, la prima volta che lo incontrai fu su presentazione dell’allora presidente del consiglio regionale toscano Paolo Benelli, nell’anno di grazia 2009. Perchè invece non chiede a chi lo conosceva benissimo come Carlo De Denedetti o (se fosse vivo, ndr) l’avvocato Agnelli, che nel 1978 gli regalò un telefono in orso massiccio?». Francesco Pazienza, consulente dei Servizi di Giuseppe Santovito negli anni caldi della P2, dell’omicidio Calvi, della strage di Bologna. Parla di Gelli e dei questuanti che ancora due anni fa facevano la fila per vederlo.

Pazienza ma lei ha le prove di quello che dice?

«Purtroppo non c’è più l’avvocato Gianni Agnelli che nel 1978 mandò a Gelli questo telefono d’oro con un biglietto che diceva «perché le nostre conversazioni siano impreziosite». Ma quello che dico io è facilmente riscontrabile negli atti di processi tenutisi a Milano e a Firenze e in altre sedi giudiziarie anche se i suoi colleghi pubblicano solo gli atti che servono a dimostrare determinati teoremi».

Lei come si spiega che invece il suo nome sin dal 1981 sia stato associato a quello di Gelli?

«Faceva comodo al pensiero unico e ai suoi sacerdoti. Ci sono ben due sentenze del tribunale di Milano che sostengono che io con la P2 e Gelli non ebbi niente a che fare. Io ero un nemico della P2».

Nemico ci sembra eccessivo

«È così. Avevo cercato di portare via il Corriere della sera al gruppo di Tassan Din. Che poi era sponsorizzato da Gelli e Ortolani. E ci sono delle registrazioni telefoniche depositate presso il tribunale di Milano in cui Tassan Din proprio a Gelli chiede: “chi cazzo è questo Pazienza”…e io ero la persona che stava cercando di salvare il Corriere dalla P2».

Pure! E per conto di chi?

«Ma proprio di Calvi, di cui ero consulente. E l’incarico era quello di portare via la Rizzoli dalle loro mani. Gelli era quello che era, e siccome tutti citano atti e sentenze io le dico che presso il tribunale di Firenze ci sta la deposizione della allora segretaria di Gelli che nel 1978 scartò il regalo aureo di Agnelli a Gelli recapitato da un corriere…ma queste sentenze i suoi colleghi evidentemente non le hanno volute leggere…».

Gelli è stato condannato per i depistaggi della strage di Bologna.

«La bomba fu un errore del gruppo terroristico di Carlos che stava trasportando esplosivo e che era in transito quel giorno a Bologna, a livello internazionale oramai questa cosa si dà per assodata, poi gli uomini del Pci indirizzarono le indagini sugli ambienti dell’estrema destra…lo sapeva anche l’ex capo della polizia Vincenzo Parisi, che in aula disse che per capire Bologna bisognava capire quello che stava succedendo a livello internazionale…e lo sapevano i servizi francesi che avevano Carlos nel mirino».

Lei ha lavorato per i servizi segreti di Giuseppe Santovito?

«Esattamente e la mia missione era quella di tenere i rapporti con la Francia e l’Arabia Saudita, tenga presente che all’epoca io parlavo l’arabo quasi perfettamente e in Italia nel Sismi a malapena masticavano l’inglese…inoltre fui io a presentare a Santovito il capo dei servizi francesi il marchese Alexandre De Maronch che con i nostri avevano pochissimi rapporti…».

Chi conosceva veramente bene Gelli?

«Oltre a De Benedetti, esistono le registrazioni delle conversazioni in cui Gelli diceva di avere in mano la sua domanda di iscrizione alla P2 mentre si trovava ancora recluso nel carcere svizzero di Champ Dollon, anche lo stesso Ugo Pecchioli, l’esponente del Pci che si occupava dei servizi segreti…è tutto scritto nella sentenza alla P2. Quel grandissimo magistrato che era Severino Santiapichi scrisse che “definire la P2 una loggia segreta era una buffonata”, perché la conoscevano tutti…e quando Gelli riceveva i potenti a Roma all’Excelsior o al Grand Hotel si creavano ingorghi di traffico tali che si doveva raddoppiare il servizio dei vigili urbani».

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