“Da pretore a avvocato di Gelli” – La Repubblica. 18.05.1990

Alto, robusto, stempiato, un tono di voce roboante, la convinzione di essere sempre dalla parte della ragione, agganci importanti nelle principali città italiane: è questo il biglietto da visita dell’ avvocato Fabio Dean, mediatore tra i rapitori e la famiglia Celadon. E’ partito da Perugia, una città che apparentemente è fuori dai grandi circuiti ma in pochi anni è riuscito a diventare uno dei legali più famosi e si dice anche meglio pagati della penisola. E’ il difensore di fiducia di Licio Gelli. Di Dean si fida ciecamente e il legale tre annni fa ha annunciato ai giudici Pizzi e Bricchetti il rientro in Europa del Maestro Venerabile. Non ha soltanto i contatti giusti questo avvocato. E’ un ottimo penalista e la fama se l’ è guadagnata sul campo dopo aver cominciato la carriera in magistratura. E’ stato pretore a Lodi e a Ugento. Poi ha scelto la libera professione. A Perugia gli scontri in punta di diritto con l’ avvocato Stelio Zaganelli, ex sindaco socialista del capoluogo umbro, sono bene fissati nelle menti di tutti gli uditori giudiziari che hanno assistito alle infuocate udienze che hanno segnato gli esordi di questo legale molto spesso alla ribalta delle cronache. E’ a Fabio Dean che nel luglio dello scorso anno l’ avvocato Roberto Montorzi consegnò una lettera, poche righe per rinunciare all’ incarico di parte civile nel processo per la strage avvenuta alla stazione di Bologna. Si aprì un caso che si trascina ancor oggi. Montorzi si pentì e si traformò in accusatore della magistratura dopo un incontro con Licio Gelli. Ma non è per questo che consegnò la missiva a Dean. Sono stato suo allievo a Perugia, spiegò. E ancor oggi Dean è docente associato di diritto penale presso la facoltà di giurisprudenza dell’ università di Perugia, incarico che sicuramente non lascerà mai anche se la professione lo porta in giro per l’ Italia per difendere celebri boss della malavita. Alla città dove è nato 58 anni fa da una famiglia di origini triestine è legatissimo.

Ha sposato Valentina Cucchia, erede di una delle dinastie più ricche della capitale eugobina. Un matrimonio felice, con quattro figli. Il maggiore siede già nello studio del padre come procuratore legale. E’ a Perugia che l’ avvocato Fabio Dean, politicamente un riformista moderato, si è conquistato la notorietà esplosa all’ inizio degli anni Ottanta quando scoppiò lo scandalo del toto nero. Fu incaricato di difendere l’ onorabilità della locale società calcistica, che all’ epoca militiva in serie A, e del suo gioiello, il centravanti della nazionale italiana Paolo Rossi. Un compito che divideva con l’ avvocato Enzo Paolo Tiberi che pochi mesi fa è stato fra i candidati alla carica di Gran Maestro della massoneria. Nel 1981 entrò a capofitto negli affari massonici. Accettò la difesa di Licio Gelli occupandosi anche degli altri componenti della famiglia. Ha assistito il figlio del venerabile, Raffaello, quando fu arrestato per ordine della magistratura pratese. E’ grazie alla conoscenza del diritto di Dean che Gelli ha evitato una condanna per sovvenzione di banda armata. I giudici fiorentini dopo aver processato il capo della P2 sono stati costretti a riconoscere di non poter procedere per questo reato per la convenzione europea di estradizione.

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“Gli amici eccellenti del povero Licio” – Il Tempo 17.12.2015

«Io Licio Gelli non lo conoscevo bene, la prima volta che lo incontrai fu su presentazione dell’allora presidente del consiglio regionale toscano Paolo Benelli, nell’anno di grazia 2009. Perchè invece non chiede a chi lo conosceva benissimo come Carlo De Denedetti o (se fosse vivo, ndr) l’avvocato Agnelli, che nel 1978 gli regalò un telefono in orso massiccio?». Francesco Pazienza, consulente dei Servizi di Giuseppe Santovito negli anni caldi della P2, dell’omicidio Calvi, della strage di Bologna. Parla di Gelli e dei questuanti che ancora due anni fa facevano la fila per vederlo.

Pazienza ma lei ha le prove di quello che dice?

«Purtroppo non c’è più l’avvocato Gianni Agnelli che nel 1978 mandò a Gelli questo telefono d’oro con un biglietto che diceva «perché le nostre conversazioni siano impreziosite». Ma quello che dico io è facilmente riscontrabile negli atti di processi tenutisi a Milano e a Firenze e in altre sedi giudiziarie anche se i suoi colleghi pubblicano solo gli atti che servono a dimostrare determinati teoremi».

Lei come si spiega che invece il suo nome sin dal 1981 sia stato associato a quello di Gelli?

«Faceva comodo al pensiero unico e ai suoi sacerdoti. Ci sono ben due sentenze del tribunale di Milano che sostengono che io con la P2 e Gelli non ebbi niente a che fare. Io ero un nemico della P2».

Nemico ci sembra eccessivo

«È così. Avevo cercato di portare via il Corriere della sera al gruppo di Tassan Din. Che poi era sponsorizzato da Gelli e Ortolani. E ci sono delle registrazioni telefoniche depositate presso il tribunale di Milano in cui Tassan Din proprio a Gelli chiede: “chi cazzo è questo Pazienza”…e io ero la persona che stava cercando di salvare il Corriere dalla P2».

Pure! E per conto di chi?

«Ma proprio di Calvi, di cui ero consulente. E l’incarico era quello di portare via la Rizzoli dalle loro mani. Gelli era quello che era, e siccome tutti citano atti e sentenze io le dico che presso il tribunale di Firenze ci sta la deposizione della allora segretaria di Gelli che nel 1978 scartò il regalo aureo di Agnelli a Gelli recapitato da un corriere…ma queste sentenze i suoi colleghi evidentemente non le hanno volute leggere…».

Gelli è stato condannato per i depistaggi della strage di Bologna.

«La bomba fu un errore del gruppo terroristico di Carlos che stava trasportando esplosivo e che era in transito quel giorno a Bologna, a livello internazionale oramai questa cosa si dà per assodata, poi gli uomini del Pci indirizzarono le indagini sugli ambienti dell’estrema destra…lo sapeva anche l’ex capo della polizia Vincenzo Parisi, che in aula disse che per capire Bologna bisognava capire quello che stava succedendo a livello internazionale…e lo sapevano i servizi francesi che avevano Carlos nel mirino».

Lei ha lavorato per i servizi segreti di Giuseppe Santovito?

«Esattamente e la mia missione era quella di tenere i rapporti con la Francia e l’Arabia Saudita, tenga presente che all’epoca io parlavo l’arabo quasi perfettamente e in Italia nel Sismi a malapena masticavano l’inglese…inoltre fui io a presentare a Santovito il capo dei servizi francesi il marchese Alexandre De Maronch che con i nostri avevano pochissimi rapporti…».

Chi conosceva veramente bene Gelli?

«Oltre a De Benedetti, esistono le registrazioni delle conversazioni in cui Gelli diceva di avere in mano la sua domanda di iscrizione alla P2 mentre si trovava ancora recluso nel carcere svizzero di Champ Dollon, anche lo stesso Ugo Pecchioli, l’esponente del Pci che si occupava dei servizi segreti…è tutto scritto nella sentenza alla P2. Quel grandissimo magistrato che era Severino Santiapichi scrisse che “definire la P2 una loggia segreta era una buffonata”, perché la conoscevano tutti…e quando Gelli riceveva i potenti a Roma all’Excelsior o al Grand Hotel si creavano ingorghi di traffico tali che si doveva raddoppiare il servizio dei vigili urbani».

“Ecco come Gelli e Pazienza s’impossessarono del Sismi” – La Repubblica 10.01.1987

Il primo processo ai delitti della P2 è ormai alle soglie: il 19 comincerà a Bologna il dibattimento sulla strage alla stazione del 2 agosto del 1980. Una udienza breve, poi un rinvio determinato dalla necessità di consolidare l’ aula del tribunale. Entro la fine di febbraio sospetti esecutori e alcuni sospetti ispiratori dell’ eccidio più atroce (85 morti) nella storia di questi anni sfileranno davanti ai giudici. Si alzerà così il sipario su un disegno politico-criminale sostanzialmente di destra, dietro al quale si sono mossi personaggi che hanno scandito delle loro imprese la cronaca di questi anni: Licio Gelli e il vertice della P2, i gruppi neofascisti romani e veneti, uomini come Aldo Semerari (ucciso dalla camorra), Paolo Signorelli, i fratelli De Felice, Massimiliano Fachini, i servizi segreti della P2, il braccio armato della loggia di Gelli Fioravanti, Francesco Pazienza. E non più soltanto sullo sfondo, quella banda della Magliana forse troppo a lungo sottovalutata, che porta direttamente al capo mafia Pippo Calò, sospettato anche nell’ inchiesta sulla strage del Natale ‘ 84. Per la prima volta dei giudici saranno chiamati a emettere una sentenza su quell’ intreccio fra ambienti diversi che finora sembrava un modo astratto di definire un insieme di fatti ed episodi concreti ma anche lontani fra loro. Giudici coraggiosi e intemerati come li ha definiti Norberto Bobbio, sono gli autori della sentenza ordinanza che gli Editori Riuniti pubblicano alla vigilia del processo di Bologna, proseguendo nella tradizione già iniziata con la pubblicazione dei documenti dei giudici di Palermo e con gli atti d’ accusa contro Sindona dei giudici di Milano. Saranno Norberto Bobbio, il sostituto procuratore fiorentino Pierluigi Vigna e l’ ex sindaco di Bologna Renato Zangheri a presentare mercoledì a Roma il volume (La strage, l’ atto di accusa dei giudici di Bologna) che raccoglie, insieme alla sentenza ordinanza dei giudici Zincani e Castaldo, anche un capitolo (il sistema di potere della P2) della requisitoria dei Pm Mancuso e Dardani. La tesi accusatoria è nota: la bomba alla stazione fu opera di un gruppo di fascisti guidati da Valerio Fioravanti, nell’ ambito di un’ ampia trama che ha visto convergere interessi di ambienti neofascisti e ambienti legati a Licio Gelli. E la strage del 1980 costituisce non un episodio isolato, ma il punto di massima espansione della progettualità complessiva. I passaggi meno noti Meno noti sono invece i molti passaggi attraverso i quali i giudici ricostruiscono insieme al quadro generale, anche il ruolo di ciascuno dei protagonisti. E sconosciuti, finora, erano importanti dettagli che hanno permesso di approfondire il ritratto della coppia Gelli-Pazienza e dei suoi protettori politici al di là di quanto era stato già fatto dalla Commissione Anselmi. Pazienza farà la sua prima comparsa pubblica mercoledì prossimo a Roma nel corso del processo per gli appalti in Irpinia. Ha chiesto un’ unica garanzia: quella di poter alloggiare non in carcere ma in una caserma dei carabinieri. Ed ha promesso: Se mi concedono tre udienze parlerò per tre giorni di seguito. Di cosa? Anche dei delitti di Reagan e di Haig, come ha annunciato nel momento del suo ultimo arresto? L’ avvocato Nino Marazzita ritiene di sì, e spiega che dovrebbe trattarsi di crimini commessi in America. Pazienza ha sempre sostenuto di non aver mai incontrato Licio Gelli e di non conoscere il capo della P2. I giudici di Bologna non gli credono e hanno raccolto tutti gli elementi sui quali basano le loro accuse. Nel capitolo dedicato al sistema di potere di Gelli, il sostituto procuratore Mancuso afferma che la carriera di Gelli fu favorita da Andreotti: Esistono solo elementi frammentari scrive il magistrato sulle protezioni che resero possibile questa operazione (di convogliare nella massoneria i gradi superiori dell’ esercito n.d.r.); ma anche nella loro parzialità questi dati sono estremamente significativi. Innanzitutto la frequentazione di Gelli con Andreotti, per anni ministro della Difesa; e inoltre i rapporti, da questo legame probabilmente favoriti, che misero in contatto Gelli con ambienti Nato e che gli consentì di ottenere commesse per importi assai rilevanti. Forte di queste protezioni Gelli poté quindi in breve tempo iniziare con successo l’ opera di proselitismo. Il lavoro di Gelli viene interrotto solo con la scoperta degli elenchi nel marzo del 1981; ma già da tempo è cominciata una sostituzione del Venerabile con Francesco Pazienza, il quale fa la sua prima comparsa nel 1978. Mancuso ha raccolto la testimonianza del professor Franco Ferracuti, consulente del Sisde del generale Grassini nella qualità, di selezionatore degli aspiranti alle assunzioni civili presso il Sisde, amico di Semerari, piduista. Secondo Ferracuti, era stato Michael Ledeen a indicare Pazienza, per conto del Centro della George Town University quale esperto di terrorismo che avrebbe potuto collaborare con il Sisde. Il Ferracuti (ma poi anche Grassini) gli risponde negativamente. Ferracuti ha detto ai giudici che Ledeen, contrariato, passò sulla mia testa e andò a contattare un ministro in carica se non addirittura il presidente del consiglio dei ministri in quel momento (da poco vi era stato il ritrovamento del cadavere dell’ onorevole Moro) in visita negli Usa. So che questo grosso esponente politico venne direttamente contattato da Ledeen, mi sembra di ricordare che l’ esponente politico fosse l’ on. Andreotti che dimostrò interessamento alla cosa. I depistaggi dopo la strage Scrive Mancuso: Sta di fatto che Pazienza entrò non nel Sisde di Grassini ma nel Sismi di Santovito. Appare evidente come l’ inserimento di Pazienza al vertice del nostro servizio militare sia avvenuto grazie all’ interessamento dell’ allora presidente del Consiglio. Poteva Pazienza non essere in contatto con Gelli che in quegli stessi mesi (luglio ‘ 78) dava ai piduisti il recapito telefonico di un ufficio del Sismi in Piazza Barberini come segreteria generale della loggia? Pazienza-Musumeci-Santovito-Gelli: ecco chi dirigeva, formalmente o informalmente, il Sismi in quel fatidico 1980 sostiene Mancuso. Cosa fece il Sismi per impedire ai magistrati di Bologna di far luce sulla strage lo raccontano i giudici Zincani e Castaldo. Appena le indagini cominciarono a puntare sui vari Signorelli, Semerari, Fachini ecc. che avrebbero portato direttamente al cuore della P2, misero in moto quella serie di depistaggi che oggi costituiscono uno dei principali atti d’ accusa nei confronti di esecutori e ispiratori. Inventarono una pista internazionale a sostegno della quale si mobilitarono in massa. E’ divenuto finalmente chiaro scrivono i giudici il motivo per cui Gelli si attivi personalmente mobilitando l’ intero apparato della P2 inserito nei servizi per coprire le responsabilità degli autori della strage: esso è costituito dall’ esistenza di un vincolo associativo occulto che collega gli ambienti della P2 alla esecuzione della strage, vincolo rivelato anche da altri delitti come quello Pecorelli. La P2 mobilita prima di tutto l’ Olp, attraverso i buoni rapporti del colonnello Giovannone. I palestinesi rilasciano interviste, rivelano che responsabili della strage sono la falange, misteriosi neofascisti italiani e tedeschi. Gli inquirenti vanno in Libano più volte. Oggi i giudici scrivono che da una parte i loro colleghi distolsero l’ attenzione dai personaggi chiave dell’ inchiesta, dall’ altra Giovannone, passato direttamente agli ordini di Santovito, acquisiva verso l’ Olp ulteriori titoli di benemerenza. Segue il depistaggio a cui tutto il vertice Sismi partecipa, costituito dalla valigia alla stazione di Bologna con indizi che portano alla pista tedesca e esplosivo simile a quello del 1980. Infine, il depistaggio Ciolini anche quello di pura marca P2. Quanto a Pazienza, d’ accordo con Santovito, avrebbe ispirato alcune delle veline che accreditavano la fantomatica pista internazionale, tanto cara a Licio Gelli.