Maurizio Tramonte – dichiarazioni su Ermanno Buzzi

“In merito al punto 8 dello stesso appunto, posso aggiungere che scendemmo insieme dalla macchina, e prendemmo qualcosa con la coppia del Duetto nel bar sito in Piazza della Loggia. Nell’appunto dico nei pressi della piazza, ma credo che si trattasse proprio di questa, perché ricordo dei portici. Non ricordo altri particolari della coppia, ma erano entrambi del bresciano. Il conducente della FIAT li conosceva entrambi. Se nell’appunto non è indicata la targa, quasi certamente questa era della provincia di Brescia. Ricordo che si ripartì per Salò ognuno sulle proprie macchine, con davanti il Duetto”.

(…) Come già ho avuto occasione di precisare con il Capitano Giraudo e il Maresciallo Botticelli – questo è il richiamo appunto alla relazione di servizio a seguito della quale lei venne iscritto al registro indagati – devo aggiungere che i rapporti con il Buzzi presso l’area di servizio Agip di cui ho parlato si sono svolti in modo drammatico. Quando ci siamo allontanati dalla Porsche del Buzzi a bordo della quale vi erano le due ragazze, ci siamo portati Luigi ed io e lo stesso Buzzi a una certa distanza dalle auto. Presa visione delle foto allegate alla nota 1963/30-5 del 4/01/1996, la foto di questa area di servizio, posso precisare che ci siamo portati sulla sinistra dell’edificio guardando la foto. La Porsche e la nostra auto erano posizionate proprio dinanzi alle pompe di benzina con la parte anteriore verso destra. In sostanza siamo andati in un punto nel quale le due ragazze e il gestore del distributore non potessero vederci. Ricordo che c’era un certo movimento sebbene fosse abbastanza tardi. Saranno state circa le 22. Eravamo molto tesi e determinati perché lungo tutto il tragitto da Salò avevamo pensato a come comportarci per costringere il Buzzi a fornire tutte le spiegazioni di cui avevamo bisogno. Gli abbiamo puntato due pistole. Io gli ho infilato la canna di revolver in bocca e Luigi gli ha puntato l’altra pistola credo all’addome. Anche Buzzi era molto teso e spaventato. Ricordo che a seguito della nostra condotta perdeva sangue dalla bocca. Io, infatti, gli avevo premuto violentemente la canna della pistola sul palato. Volevamo sapere a ogni costo chi fosse il Carabiniere per il quale faceva il confidente. Per noi era importante sapere quel nome in quanto solo in tale modo sarebbe stato possibile intervenire su questo militare attraverso le conoscenze che Fachini aveva nell’ambiente dei servizi segreti. In particolare le conoscenze del Fachini avrebbero consentito un intervento sul militare, finalizzato a indurre questo ultimo a pressare il Buzzi. (…)

Tornando al discorso su Buzzi, ricordo che a seguito della nostra insistenza questo ultimo cominciò a fornire qualche indicazione sul conto del militare del quale era confidente. Prima disse che si trattava di un ufficiale, poi disse che era un capitano. Alla fine fece il nome del capitano Delfino. In ordine alla telefonata allarmata che aveva fatto allo Zorzi, Buzzi si era giustificato spiegando che questo capitano dopo la strage aveva mutato l’atteggiamento nei suoi confronti. Nel senso che aveva iniziato a fargli molte domande come se sospettasse qualcosa, proprio con riguardo alla strage. Per me questo giustificazione del Buzzi non era assolutamente credibile, posto che non aveva alcun senso che detto militare si rivolgesse a lui per attingere eventuali notizie con riferimento alla strage se veramente il Buzzi fosse stato solo un confidente in grado di fornire indicazioni relative alla malavita comune. Proprio alla luce di queste considerazioni io e Luigi ripetevano che in realtà il Buzzi si fosse fatto scappare qualche mezza affermazione con il capitano relativa a quanto era effettivamente in sua conoscenza. L’incarico che avevamo ricevuto da Maggi Carlo Maria e da Melioli era quello di far parlare il Buzzi a ogni costo. Devo dire che la tensione era tale che saremmo anche potuti arrivare ad ucciderlo. Al fine le spiegazioni del Buzzi non ci hanno convinto totalmente. Avevamo però ottenuto il nome del suo referente e abbiamo deciso di relazionare il tutto a Melioli e agli altri, lasciando andare il Buzzi. Al Buzzi abbiamo anche chiesto notizie del secondo ordigno in quanto era nostra intenzione rientrarne in possesso. Lui ha detto che lo teneva nascosto e che della cosa avrebbe parlato direttamente con Zorzi. Non so dire che fine abbia fatto quell’ordigno. Anni dopo parlando con Melioli ho appreso che non è mai stato restituito dal Buzzi. Il giorno successivo all’incontro con Buzzi ho riferito quanto accaduto a Melioli che è andato su tutte le furie nell’apprendere che la situazione era nelle mani di un delinquente comune, confidente dei Carabinieri che avrebbe potuto tradirci in qualunque momento anche perché non motivato politicamente. (…)

Melioli ha quindi convocato una nuova riunione presso la libreria Ezelino. In quell’occasione Melioli ha contestato al Maggi, al Fachini e allo Zorzi che la scelta per un così delicato incarico, il trasporto e la custodia dei due ordigni fosse caduta su una persona come il Buzzi sul conto della quale aveva raccolto anche altre indicazioni negative da parte dei camerati bresciani. Nell’occasione Melioli ha preteso che Maggi, Zorzi e Fachini facessero la roulette russa affinché anche loro dimostrassero il loro coraggio. Mettessero la loro vita nella mani di Dio e corressero gli stessi rischi che lui aveva corso venendo a Brescia a mettere la bomba. La cosa non deve stupire in quanto nel nostro ambiente a quell’epoca la roulette russa veniva vista come un gesto eroico”.

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