Omicidio Mattarella – sentenza primo grado 1996

Il 6 gennaio 1980, come ogni domenica, il Presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella, si accingeva, in compagnia dei suoi familiari, a recarsi alla chiesa di S. Francesco di Paola, per assistere alla celebrazione della S. Messa. In tale occasione, come ogni volta che usciva per motivi privati, l’on. Mattarella aveva manifestato la precisa intenzione di non utilizzare la scorta di sicurezza predisposta a cura dell’Ispettorato Generale di P.S. presso la Presidenza della Regione Siciliana. Alle ore 12,45 circa l’On. Mattarella ed il figlio Bernardo, di venti anni, scendevano nel garage, sito in fondo ad uno scivolo prospiciente via Libertà e distante dall’abitazione circa 15 metri, per prelevare l’autovettura.

Il Presidente effettuava, quindi, la manovra di retromarcia e fermava l’auto sul passo carrabile per consentire alla moglie di prendere posto sul sedile anteriore ed alla suocera di sistemarsi sul sedile posteriore. Frattanto il figlio si attardava per chiudere la porta del garage ed il cancello che dallo scivolo immette nella strada.
Improvvisamente, al lato sinistro dell’autovettura, che era rimasta con la parte anteriore rivolta verso lo scivolo, si avvicinava un individuo dall’apparente età di 20-25 anni, altezza media, corporatura robusta, capelli castano-chiari sul biondo, carnagione rosea, indossante una giacca a vento leggera (“piumino” o “K-way”) di colore celeste, il quale, dopo avere inutilmente cercato di aprire lo sportello anteriore sinistro, esplodeva alcuni colpi d’arma da fuoco all’indirizzo dell’On. Mattarella, che sedeva al posto di guida. La vittima cadeva riversa sul lato destro e veniva parzialmente coperta dal corpo della moglie, che si era piegata su di lui, appoggiandogli le mani sul capo, nel tentativo di fargli da scudo.
Dopo avere esploso alcuni colpi, il giovane Killer si avvicinava ad una Fiat 127 bianca sulla quale si trovava un complice armato con il quale parlava per qualche attimo in modo concitato e dal quale riceveva un’altra arma con cui tornava a sparare contro il presidente Mattarella, già accasciatosi sul sedile dell’auto, dal finestrino posteriore destro della Fiat 132. In tale ultima occasione feriva anche la signora Irma Chiazzese, china sul corpo del marito.

I due assassini si allontanavano a bordo della Fiat 127 bianca che veniva poi ritrovata, verso le ore 14.00, poco distante dal luogo del delitto.
Al momento del rinvenimento, si constatava che sulla Fiat 127 erano montate targhe contraffatte: la targa anteriore era composta da due pezzi, rispettivamente “54” e “6623 PA”; quella posteriore da tre pezzi, rispettivamente “PA”, “54” e “6623”. Questi ultimi due pezzi presentavano superiormente del nastro adesivo di colore nero verosimilmente posto per meglio trattenerli alla carrozzeria. La Fiat 127 risultava sottratta, verso le ore 19,30 del precedente giorno 5 gennaio, a Fulvo Isidoro, che l’aveva momentaneamente parcheggiata, in seconda fila e con le chiavi inserite nel quadro, in via De Cosmi. Le targhe originali dell’auto (PA 536623) erano state alterate, come si è detto, mediante l’applicazione degli spezzoni delle targhe PA 549016 asportate dopo le 23,00 dello stesso giorno 5 gennaio, dalla Fiat 124 di Verga Melchiorre, posteggiata in via delle Croci.

Risultava quindi, e veniva evidenziato nel rapporto di P.G., che i luoghi dell’agguato, dei furti (della Fiat 127 e delle targhe della Fiat 124)e del rinvenimento della Fiat 127 distavano poche centinaia dimetri l’uno dall’altro. Nell’arco dello stesso giorno, 6 gennaio, l’omicidio veniva rivendicato con quattro contraddittorie telefonate. La prima giungeva all’ANSA alle 14,45: “Qui Nuclei Fascisti Rivoluzionari. Rivendichiamo l’attentato dell’On. Mattarella in onore dei caduti di Acca Larentia”.

La seconda giungeva al Corriere della Sera alle 18.48: “Qui Prima Linea. Rivendichiamo esecuzione Mattarella che si è arricchito alle spalle dei terremotati del Belice”. La terza telefonata perveniva alla Gazzetta del Sud di Messina alle 19.10: “Qui Brigate Rosse. Abbiamo giustiziato Mattarella. Segue comunicato”.

La quarta ed ultima telefonata giungeva al Giornale di Sicilia alle 21.40: “Qui Brigate Rosse. Abbiamo giustiziato l’On.Mattarella. Mandate subito tutta la gente nelle cabine telefoniche di Mandello. Troverete il ciclostilato delle B.R.”, ma in realtà il ciclostilato non veniva rinvenuto. Le risultanze delle indagini venivano riferite dagli uffici di P.G. con rapporti dell’8 e 10 febbraio, del 14 e del 26 marzo e -da ultimo – del 23 dicembre 1980 con i quali, pur esprimendo il convincimento che l’On. Mattarella fosse stato ucciso per bloccare la sua azione di rinnovamento e moralizzazione della vita pubblica, si formulava la conclusione che non era stato possibile identificare né gli autori materiali né i mandanti del gravissimo delitto.

In data 24 dicembre 1980 gli atti venivano quindi trasmessi al Giudice Istruttore per la formale istruzione contro ignoti. Nel corso della ulteriore attività istruttoria, le indagini si svolgevano in una triplice direzione:

– da un lato veniva sempre meglio precisato, mediante l’escussione di numerosi testimoni e l’acquisizione di altra documentazione, il quadro complessivo in cui si era svolta l’attività politica ed amministrativa del Presidente Mattarella;
– da un altro lato, mediante intercettazioni telefoniche, indagini bancarie e patrimoniali, perizie tecniche – e in particolare balistiche, e soprattutto mediante le dichiarazioni di altri imputati che avevano deciso di collaborare con l’Autorità Giudiziaria (Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Marsala Vincenzo, Marino Mannoia Francesco), veniva approfondito il ruolo svolto nel perpetrare il delitto dalla “Commissione” e dai singoli imputati nell’ambito di “Cosa Nostra”.

-da ultimo, infine, venivano svolte approfondite indagini su Fioravanti Valerio e Cavallini Gilberto soprattutto dopo che Fioravanti Cristiano aveva dichiarato che il fratello gli aveva confidato di essere stato, insieme al Cavallini, l’autore materiale dell’omicidio del Presidente della Regione Siciliana.

In tale quadro venivano interrogati numerosi esponenti dei movimenti eversivi di destra e venivano acquisiti molti atti dei procedimenti penali instaurati contro di loro in varie parti d’Italia. In relazione a tali ulteriori acquisizioni e dopo che il Fioravanti Valerio e il Cavallini erano stati sottoposti con esito positivo a ricognizione personale da parte della Signora Irma Chiazzese, vedova del Presidente Mattarella, nei loro confronti veniva emesso, in data 19.10.1989, mandato di cattura quali autori materiali dell’omicidio del Presidente della Regione. Poco prima di tale data, e cioè nell’agosto 1989, Pellegriti Giuseppe e Izzo Angelo rendevano dichiarazioni sull’omicidio Mattarella, ma il G.l. riteneva palesemente mendaci le affermazioni degli stessi, sia per le modalità del racconto che per la inverosimiglianza di alcune circostanze riferite dal Pellegriti e soprattutto per le inequivocabili smentite che venivano immediatamente operate sulla asserita partecipazione da parte di alcuni soggetti, indicati come responsabili sia di tale delitto che di quello ai danni del Prefetto Dalla Chiesa, episodio sul quale pure il Pellegriti aveva reso dichiarazioni.

Veniva pertanto emesso mandato di cattura nei confronti di entrambi gli imputati per il reato di calunnia, nei termini specificati in epigrafe. Confermata comunque la matrice mafiosa dell’omicidio Del Presidente Mattarella, nonché le ulteriori risultanze processuali a carico degli esecutori materiali del delitto e quelle nei confronti del Pellegriti e dell’Izzo, il G.L disponeva il rinvio a giudizio di Greco Michele, Riina Salvatore, Provenzano Bernardo, Brusca Bernardo, Calò Giuseppe, Madonia Francesco e Geraci Antonino, ritenendoli responsabili del delitto, in quanto membri della “commissione”, organismo di vertice dell’organizzazione criminosa denominata Cosa Nostra; di Fioravanti Giuseppe Valerio e Cavallini Gilberto, in qualità di esecutori materiali e di Pellegriti Giuseppe e Izzo Angelo, perchè ritenuti responsabili del reato di calunnia.

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Maurizio Tramonte – dichiarazioni su Ermanno Buzzi

“In merito al punto 8 dello stesso appunto, posso aggiungere che scendemmo insieme dalla macchina, e prendemmo qualcosa con la coppia del Duetto nel bar sito in Piazza della Loggia. Nell’appunto dico nei pressi della piazza, ma credo che si trattasse proprio di questa, perché ricordo dei portici. Non ricordo altri particolari della coppia, ma erano entrambi del bresciano. Il conducente della FIAT li conosceva entrambi. Se nell’appunto non è indicata la targa, quasi certamente questa era della provincia di Brescia. Ricordo che si ripartì per Salò ognuno sulle proprie macchine, con davanti il Duetto”.

(…) Come già ho avuto occasione di precisare con il Capitano Giraudo e il Maresciallo Botticelli – questo è il richiamo appunto alla relazione di servizio a seguito della quale lei venne iscritto al registro indagati – devo aggiungere che i rapporti con il Buzzi presso l’area di servizio Agip di cui ho parlato si sono svolti in modo drammatico. Quando ci siamo allontanati dalla Porsche del Buzzi a bordo della quale vi erano le due ragazze, ci siamo portati Luigi ed io e lo stesso Buzzi a una certa distanza dalle auto. Presa visione delle foto allegate alla nota 1963/30-5 del 4/01/1996, la foto di questa area di servizio, posso precisare che ci siamo portati sulla sinistra dell’edificio guardando la foto. La Porsche e la nostra auto erano posizionate proprio dinanzi alle pompe di benzina con la parte anteriore verso destra. In sostanza siamo andati in un punto nel quale le due ragazze e il gestore del distributore non potessero vederci. Ricordo che c’era un certo movimento sebbene fosse abbastanza tardi. Saranno state circa le 22. Eravamo molto tesi e determinati perché lungo tutto il tragitto da Salò avevamo pensato a come comportarci per costringere il Buzzi a fornire tutte le spiegazioni di cui avevamo bisogno. Gli abbiamo puntato due pistole. Io gli ho infilato la canna di revolver in bocca e Luigi gli ha puntato l’altra pistola credo all’addome. Anche Buzzi era molto teso e spaventato. Ricordo che a seguito della nostra condotta perdeva sangue dalla bocca. Io, infatti, gli avevo premuto violentemente la canna della pistola sul palato. Volevamo sapere a ogni costo chi fosse il Carabiniere per il quale faceva il confidente. Per noi era importante sapere quel nome in quanto solo in tale modo sarebbe stato possibile intervenire su questo militare attraverso le conoscenze che Fachini aveva nell’ambiente dei servizi segreti. In particolare le conoscenze del Fachini avrebbero consentito un intervento sul militare, finalizzato a indurre questo ultimo a pressare il Buzzi. (…)

Tornando al discorso su Buzzi, ricordo che a seguito della nostra insistenza questo ultimo cominciò a fornire qualche indicazione sul conto del militare del quale era confidente. Prima disse che si trattava di un ufficiale, poi disse che era un capitano. Alla fine fece il nome del capitano Delfino. In ordine alla telefonata allarmata che aveva fatto allo Zorzi, Buzzi si era giustificato spiegando che questo capitano dopo la strage aveva mutato l’atteggiamento nei suoi confronti. Nel senso che aveva iniziato a fargli molte domande come se sospettasse qualcosa, proprio con riguardo alla strage. Per me questo giustificazione del Buzzi non era assolutamente credibile, posto che non aveva alcun senso che detto militare si rivolgesse a lui per attingere eventuali notizie con riferimento alla strage se veramente il Buzzi fosse stato solo un confidente in grado di fornire indicazioni relative alla malavita comune. Proprio alla luce di queste considerazioni io e Luigi ripetevano che in realtà il Buzzi si fosse fatto scappare qualche mezza affermazione con il capitano relativa a quanto era effettivamente in sua conoscenza. L’incarico che avevamo ricevuto da Maggi Carlo Maria e da Melioli era quello di far parlare il Buzzi a ogni costo. Devo dire che la tensione era tale che saremmo anche potuti arrivare ad ucciderlo. Al fine le spiegazioni del Buzzi non ci hanno convinto totalmente. Avevamo però ottenuto il nome del suo referente e abbiamo deciso di relazionare il tutto a Melioli e agli altri, lasciando andare il Buzzi. Al Buzzi abbiamo anche chiesto notizie del secondo ordigno in quanto era nostra intenzione rientrarne in possesso. Lui ha detto che lo teneva nascosto e che della cosa avrebbe parlato direttamente con Zorzi. Non so dire che fine abbia fatto quell’ordigno. Anni dopo parlando con Melioli ho appreso che non è mai stato restituito dal Buzzi. Il giorno successivo all’incontro con Buzzi ho riferito quanto accaduto a Melioli che è andato su tutte le furie nell’apprendere che la situazione era nelle mani di un delinquente comune, confidente dei Carabinieri che avrebbe potuto tradirci in qualunque momento anche perché non motivato politicamente. (…)

Melioli ha quindi convocato una nuova riunione presso la libreria Ezelino. In quell’occasione Melioli ha contestato al Maggi, al Fachini e allo Zorzi che la scelta per un così delicato incarico, il trasporto e la custodia dei due ordigni fosse caduta su una persona come il Buzzi sul conto della quale aveva raccolto anche altre indicazioni negative da parte dei camerati bresciani. Nell’occasione Melioli ha preteso che Maggi, Zorzi e Fachini facessero la roulette russa affinché anche loro dimostrassero il loro coraggio. Mettessero la loro vita nella mani di Dio e corressero gli stessi rischi che lui aveva corso venendo a Brescia a mettere la bomba. La cosa non deve stupire in quanto nel nostro ambiente a quell’epoca la roulette russa veniva vista come un gesto eroico”.