Concutelli Pierluigi – “Organizzare la lotta armata?” – 2008

(…) la prospettiva armata sacrifici ne richiedeva. Eccome. Prima di tutto dovevi tagliare i contatti con tutto quello che avevi alle spalle: amici, famiglia, fidanzata. Dovevi rinunciare alla vita “borghese”. Sapendo che la strada che stavi per imboccare avrebbe potuto portarti o al cimitero o, nella migliore delle ipotesi, al carcere fino al resto dei tuoi giorni. E poi dovevi sempre muoverti in un ambiente ostile. Dovevi diventare invisibile, non destare mai sospetti, muoverti con estrema prudenza. Bastava il minimo errore, una piccola trascuratezza e zac, la mannaia: o ti arrestavano o peggio ancora ti ammazzavano. E addio sogni di rivoluzione.
La cosa più difficile fu superare i tabù che chi fa una scelta totale deve superare. Il primo è quello degli affetti: andavano eliminati o almeno allontanati. Perché quando sei braccato, quando vivi in clandestinità non te li puoi permettere. Non puoi concederti nulla. Il secondo tabù, e tra i fascisti era duro da superare, era quello dell’extralegalità. Commettere reati: rapine, sequestri, furti. Un limite che per molti, in un ambiente in cui i valori come ordine e onestà erano norme di vita, era difficile valicare. Come può un ragazzo educato, perbene, di buona famiglia, compiere un salto nel vuoto come questo? Infine il tabù più importante e allo stesso tempo più drammatico: mettere in conto di uccidere, di spargere sangue. Una guerra allo Stato, una rivoluzione come quella che noi volevamo fare, però, non poteva essere realizzata senza sangue.
Una cosa ancora più grave: la guerra che ci preparavamo a fare era una guerra che contemplava il fratricidio. Sparare contro italiani ed essere umani uguali identici a te. Tra le nostre fila si stava intanto avviando una specie di selezione darwiniana: chi era rimasto dopo lo scioglimento del MPON e dopo i processi era pronto per la lotta armata. (…)

Estratto “Io, l’uomo nero”

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