Myriam Cappuccio Florio – dichiarazioni 30.05.1981

Sono la vedova del colonnello della GdF Salvatore Florio deceduto il 26.7.1978. Per quanto mio marito fosse molto riservato, ogni tanto capitava che parlasse con me del suo lavoro, soprattutto in momenti di difficoltà. Nell’agosto-settembre 1973 io ebbi bisogno di una cura dentistica. A ben ricordare era settembre e ci rivolgemmo all’ufficiale medico della GdF, dr Piccinini, per chiedere un consiglio. All’epoca mio marito comandava l’ufficio “I” del 2° Reparto del comando generale del corpo. Il dr. Piccinini ci consigliò di rivolgerci al prof. Colasanti Antonio con studio dentistico in Roma, al quale ci indirizzò. Intrapresi pertanto le cure presso il Colasanti, il quale si mostrò fin dall’inizio molto gentile. Preciso che spesso mi accompagnava mio marito giacché le sedute erano pomeridiane. La cordialità del Colasanti aumentò sempre di più sino a divenire per così dire eccessiva. Lo stesso invitò mio marito a dargli del tu, aggiungendo chiaramente che sapeva benissimo dell’incarico particolare che mio marito aveva all’interno del corpo. Debbo dire che mio marito si meravigliò non poco e rimase molto seccato. Peraltro fui io stessa a pregarlo di consentirgli di finire le cure e di non essere scortese con il Colasanti. Quest’ultimo ci invitò anche qualche volta a cena; una volta mio marito mi riferì che il Colasanti lo aveva invitato ad una riunione massonica dicendogli che si sarebbe trovato fra amici. Io chiesi candidamente a mio marito perché non ci andasse e lo stesso mi rispose, arrabbiato, che lì c’era “quel lestofante di Gelli”. Devo a questo punto evidenziare che avevo già sentito qualche altra volta mio marito parlare di Gelli come oggetto di indagini della GdF, in special modo da quando aveva preso il comando del 2° Reparto. Per la verità in precedenza avevo vagamente percepito che la indagine aveva riguardato l’attività di Gelli nel contesto del gruppo Lebole per il quale operava, ma credo che poi non aveva trascurato eventuali aspetti riferentesi la massoneria. Allo stato dei miei ricordi non saprei essere più preciso. Quello che posso dire è che le valutazioni sul Gelli erano del tutto negative. Una sera, sarà stato il marzo-aprile 1974, il Colasanti invitò me e mio marito al ristorante ritrovo romano White Elephant. C’era il Colasanti e un’altra coppia di suoi amici. Al tavolo accanto, un tavolo rotondo, vi erano diverse persone, una delle quali ad un tratto si alzò, si diresse al nostro tavolo e disse, rivolto a mio marito: “Colonnello, lei si è fatto una cattiva opinione di me, ma si ricrederà”. Mio marito si girò appena, molto stupito ed imbarazzato, e non rispose nulla all’interlocutore cui non rivolse la parola. Io rimasi da un lato molto stupita del fatto che lo sconosciuto neppure si era presentato a nessuno degli astanti e dall’altro lato mortificata giacché il comportamento di mio marito mi era apparso comunque sgarbato. La serata comunque proseguì normalmente dopo l’imbarazzo iniziale, giacché lo sconosciuto fece ritorno immediatamente al suo tavolo. Al ritorno, in macchina, dissi a mio marito che era stato un cafone e lo stesso mi rispose che lo sconosciuto era “quel lestofante di Gelli”. Aggiunse: “Ma tu non sai chi era quello”. Era veramente molto arrabbiato, nonostante avesse un carattere calmo e riflessivo. Mi disse che aveva capito che cercavano di adescarlo, di intrappolarlo o qualcosa di simile. In quei mesi si parlava molto nell’ambiente della nomina del nuovo Comandante Generale della GdF, essendo prossima la scadenza del generale Borsi di Parma. Ritengo opportuno evidenziare che i rapporti tra suddetto comandante e mio marito, il cui ufficio dipendeva direttamente da lui, erano stati ed erano improntati alla massima reciproca stima. Nel luglio del 1974 si seppe che era stato nominato nuovo comandante del Corpo il generale Raffaele Giudice, circostanza che stupì moltissimo l’ambiente giacché si trattava di un nome assolutamente al di fuori della rosa dei candidati. Ricordo che mio marito ci rimase di stucco e se ne rattristò. Rammento con precisione che mi disse: “Questo è massone. Vuoi vedere che mi tolgono dal mio posto?”. Devo precisare che a quel posto mio marito teneva perché era innamorato del suo lavoro.
La nomina del generale Giudice, per quanto ricordo, avvenne il primo agosto; mi correggo: in tale data avvenne la presa di possesso dell’ufficio. Cinque giorni dopo, i miei ricordi sono nitidi in proposito, giacché si tratta di fatti impressi nella mia memoria, il generale Arturo Dell’Isola, capo di Stato Maggiore del corpo fino a quel momento, venne sollevato dall’incarico e spostato a Milano. Il nuovo comandante generale nominò al suo posto il generale Donato Lo Prete. Il generale Dell’Isola telefonò a mio marito e con amarezza gli disse di preparare le valigie perché fra poco sarebbe toccato anche a lui. Il 10 o 12 di agosto mio marito mi disse che gli era stata preannunciata un’ispezione da parte del nuovo comandante Giudice; mi disse di cominciare a fare le valigie perché era sicuro che sarebbe stato trasferito. Dopo l’ispezione mi disse ancora che non gli era stato fatto alcun rilievo, tutt’altro. Aggiunse però che aveva capito che sarebbe stato comunque trasferito, giacché considerato dal generale Giudice persona non di sua fiducia. Di lì a poco mio marito venne convocato al comando generale e gli venne proposta la sede di Catanzaro, che avrebbe costituito un evidente declassamento, stante i titoli e lo stato di carriera di mio marito. Analoga considerazione va fatta per l’altra delle sedi proposte, Messina, che peraltro mio marito non voleva, anche perché in Sicilia vi è il centro d’interessi del generale Giudice. Finì peraltro con l’accettare la sede di Genova che costituiva una sistemazione accettabile. Mio marito mi disse con chiarezza, senza dilungarsi troppo, che era stato spostato a causa del mancato ingresso in massoneria, come avrebbe voluto Gelli Licio. Mi risulta che mio marito si sfogò e si confidò a lungo con il generale Dell’Isola e De Laurentiiis. Durante la permanenza a Genova, io rimasi a Roma con i figli, mio marito cominciò a subodorare qualcosa di non chiaro in ordine a traffico di petroli. Era molto turbato e non mi disse particolari; rammento tuttavia che una volta mi disse “qui scoppia una bomba” e che mi confidò le speranze che non ne restasse coinvolto il corpo della GdF. In quel periodo so che ricevette molte pressioni dal colonnello Trisolini, che lui chiamava “l’anima nera di Giudice”, del quale era effettivamente il factotum. Mi pare che fosse aiutante di campo di Giudice, come lui proveniente da altra arma. Le pressioni rivolte a mio marito erano effettuate per contrastare dei trasferimenti che mio marito disponeva per opporsi in qualche modo agli oscuri traffici dei vertici che aveva intuito. Mio marito rimase 1 anno e 5 mesi a Genova e successivamente riuscì ad ottenere il comando della 9° legione di Roma. Anche lì peraltro dava troppi fastidi al Comandante Generale. Talché venne trasferito al Comando della Scuola Sottufficiali. Era in continuo attrito con il generale Giudice, fino al punto che , allorché vi era qualche ricevimento e a Catania durante l’estate, che noi usavamo passare ivi, mio marito non voleva assolutamente andarvi se vi era il generale Giudice. Nel giugno del 1978 il generale Giudice effettuò una visita presso la Scuola Sottufficiali comandata da mio marito, nel cui studio fra i due vi fu un’animata discussione. So che a un certo punto mio marito disse a Giudice che gli avrebbe detto al più presto tutto quanto era venuto a sapere su di lui. Non so che cosa rispose il generale Giudice, ma mi risulta che la prese sul ridere ed abbracciò per la prima volta mio marito. Al colloquio assistette il generale Danilo Montanari, comandante della Scuola. Costui mi confermò quanto io appresi da mio marito e mi ricordo che mi disse testualmente: “Ho assistito ad un incontro-scontro di tipo mafioso”, riferendosi all’abbraccio del generale Giudice e al suo atteggiamento. Nel raccontarmi l’episodio il Generale Montanari lodò molto il coraggio e l’onestà di mio marito. Purtroppo mio marito venne a mancare in data 26 luglio 1978, circa un mese dopo l’episodio del quale ho detto.
La morte di mio marito si verificò a causa di un incidente stradale che a me e agli altri congiunti apparve il più strano di questo mondo. A questo punto devo brevemente premettere che mio marito aveva avuto in precedenza l’assegnazione di un autista piuttosto impetuoso nella guida che lo aveva impensierito, tanto da indurlo a chiedere che fosse cambiato. Circa quattro mesi prima del tragico incidente, a mio marito venne assegnato un nuovo autista che ben presto si dimostrò molto calmo, bravo ed affezionato; guidava in maniera estremamente prudente, cosa importante dati i frequenti viaggi in macchina. Peraltro mio marito era, da sempre, molto pignolo circa lo stato della macchina di servizio e della nostra personale, che faceva continuamente controllare. Mi ricordo che qualche volta l’ho anche richiamato, evidenziandogli che tale eccesso di scrupolo ci costava troppi soldi. L’incidente di cui ho detto si verificò alle 19,00 del 26 luglio 1978 all’altezza del casello di Carpi sulla superstrada che immette all’autostrada. Per la verità sullo stato dei luoghi non posso essere precisa, giacché non li conosco bene. Posso dire che, a quanto potetti apprendere, l’incidente si verificò in ottime condizioni di visibilità ed a poche centinaia di metri dal casello. Mio marito ed il suo autista provenivano da Vipiteno, ed erano partiti nel pomeriggio alle ore 16,30, come ebbi ad apprendere poi dai colleghi che li avevano visti partire. Peraltro mio marito mi aveva telefonato un giorno prima o due, dicendomi che non aveva intenzione di partire subito dopo il pranzo, bensì dopo un congruo riposo per lui e soprattutto per l’autista. Intendo evidenziare di aver saputo qualche circostanza in ordine all’incidente che sarebbe stato ricostruito da un giornalista del giornale “La Sicilia” di Catania, che si trovava con la sua auto, vicinissimo alla macchina di mio marito. Ho saputo che la macchina di mio marito avrebbe avuto ad un tratto un pauroso sbandamento per circa 300 metri, come se fosse stata completamente priva di controllo, e sarebbe andata a finire a collidere con una Mercedes proveniente dal senso opposto. Nell’impatto morirono i due occupanti la Mercedes nonché mio marito ed il suo autista. Vi fu un’inchiesta della GdF ed un rapporto della polizia stradale, ma nulla saprei riferire di preciso al riguardo. Ho dato l’incarico di seguire la vicenda all’avvocato Giuseppe Valensise del foro di Roma. Intendo evidenziare la mia prima reazione fu quella di pensare che avessero manomesso la macchina. Precisamente la stessa considerazione ebbe a fare il fratello di mio marito, avvocato Nino Florio presidente dell’ordine di Catania. Posso dire peraltro che diversi organi di stampa avanzarono perplessità e dubbi sulle circostanze della morte di mio marito. Una circostanza che mi pare importante far presente alle S.V. riguarda un fascicolo contenuto nella cassaforte di mio marito presso il comando della Scuola Sottufficiali. Preciso che qualche volta avevo avuto modo di vedere quella cassaforte giacché all’occorrenza vi tenevamo qualche gioiello e qualche pezzo di argenteria di famiglia, per non lasciarlo in casa. In una di siffatta occasione avevo avuto modo di vedere un grosso fascicolo recante la scritta in grassetto “Riservatissimo” ed avevo avuto modo di apprendere da mio marito che vi teneva della documentazione riguardante fatti e atti del generale Giudice, del colonnello Trisolini e dei loro collaboratori: ciò nel caso gli fosse fatto qualche torto più grosso dei precedenti ai fini delle carriere. Dopo la morte di mio marito i tenenti colonnelli Corda e Orioli, forse alla presenza del colonnello Sanna, successore di mio marito, aprirono la cassaforte e fecero un inventario. Mi vennero consegnati pezzi di argenterie e gioielli di proprietà, fascicoli personali riguardanti la carriera di mio marito ed anche il grosso fascicolo recante la scritta “Riservatissimo” del quale ho detto prima. All’interno peraltro rinvenni appena tre o quattro carte che neppure ho voluto leggere e che sono tuttora in mio possesso. Non rinvenni affatto la cospicua documentazione che sapevo esservi. (…) Mi sono peraltro chiesta perché mai mi hanno dato il fascicolo con le poche carte del quale ho detto. (…)
ADR I collaboratori strettissimi del generale Giudice erano il colonnello Trisolini, ed il suo capo di Stato Maggiore, generale Donato Lo Prete. Quest’ultimo, amicissimo del generale Giudice, era particolarmente visto con diffidenza da mio marito per i suoi innumerevoli agganci politici e per i suoi strettissimi rapporti con il comandante generale.
ADR Non saprei precisare quali ufficiali accompagnarono il generale Giudice nell’agosto 1974 in occasione della visita e ispezione all’ufficio “I” 2° Reparto comandato da mio marito. Peraltro ho le fotografie scattate nell’occasione e mi riservo di far pervenire qualche copia alla S.V.

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