Orazio Giannini – dichiarazioni 08.07.1981

“A D.R. Vengo informato, in questo momento, che è intenzione della S.V. chiedermi chiarimenti in ordine a quanto risulta essere stato riferito dal col. Bianchi in merito ad una mia telefonata fattagli in occasione della perquisizione eseguita a Castiglion Fibocchi il 17/3/1981. Sono disposto a fornire tutti i chiarimenti del caso, e pertanto espongo quanto segue.

Il giorno 17 marzo scorso, intorno alle ore 12 o forse dopo (comunque nella tarda mattinata), il mio aiutante di campo cap. CAPRINO (che sostituiva il cap. LO GIUDICE) mi passò al Comando Generale una telefonata. Quando mi posi all’ascolto, mi resi subito conto che si trattava di una telefonata anonima. L’ignoto interlocutore, che telefonava da Roma (non era, infatti, una chiamata interurbana) disse sostanzialmente questo: “Stia attento, i suoi finanzieri stanno effettuando una perquisizione e sequestrano dei documenti che non hanno niente a che vedere con il mandato che hanno ricevuto. Fra questi documenti ci sono degli elenchi relativi alla loggia massonica P 2 in cui potrebbe anche essere incluso il suo nome, e quello di molti altri generali e ufficiali, ivi compresi ufficiali della Guardia di Finanza. Infatti la magistratura di Milano li ha incaricati di indagare sul caso Sindona e non su altro”.
Non mi venne in mente di chiedergli come mai era informato della cosa. Restai molto preoccupato, perché con questa telefonata si prospettava il rischio che altre gravi ombre si addensassero sull’intera Guardia di Finanza, e per questa esclusiva ragione mi determinai a telefonare immediatamente a Milano al Nucleo Regionale, cercando del col. Bianchi, in quanto subito dopo la telefonata anonima avevo parlato con il capo di stato maggiore col. Farnè per conoscere se risultasse un’operazione di Polizia Giudiziaria in corso ad opera del Nucleo regionale di Milano e da lui mi era stato appunto detto che apposita comunicazione di servizio del predetto Nucleo aveva informato i1 Comando Generale che alle 9 di quel giorno 17 marzo sarebbe iniziata un’operazione per conto della Magistratura di Milano. A Milano mi venne detto che il col. Bianchi era fuori, ed allora i io lasciai detto di rintracciarlo e di farmi chiamare, cosa che appunto avvenne più tardi, in ora che non sarei in grado di precisare (penso che ciò sia avvenuto intorno alle 16,30-17). Dissi al Bianchi di chiamarmi non al radiotelefono, ma su linea  riservata. Ricevuta questa seconda telefona (sempre in Ufficio), ebbi con il Bianchi il seguente colloquio: “Guarda che mi è stato riferito che stai facendo dei sequestri di documenti relativi alla P 2, nei quali potrebbe esserci anche il mio nome. Stai attento perché, oltre al mio nome, mi è stato detto che dovrebbero esservi anche quelli di diversi altri generali ed alti ufficiali sia dell’Esercito che della Finanza, e se la cosa trapela all’e­sterno questa volta il Corpo si inabisserà e non lo potrà più salvare nessuno”. Quindi il mio invito non aveva certamente lo scopo di “bloccare” l’operazione, ma di far sì che il tutto venisse fatto con la discrezione più totale al fine di evitare fuga di notizie».

Alla mia comunicazione, il Bianchi osservò che tutto quello che era stato sequestrato era in buste sigillate e non era stato visto da nessuno. Disse anche che tutto era stato fatto su indicazione della Magistratura, con la quale egli aveva preso ulteriori contatti, e che tutto si era svolto con la regolarità e segretezza più assoluta. Più tardi, verso sera, il col. Bianchi mi richiamò, confermandomi che le cose si erano svolte con la massima “perfezione”, tanto che erano intervenuti gli avvocati delle parti, i quali avevano sollevato delle eccezioni (eccezioni che erano state inserite a verbale), e che poi tutto era stato immediatamente consegnato ai magistrati.

A D.R. L’ignoto interlocutore parlò per un tempo brevissimo. Gli chiesi: “ma Lei chi è?” e ricevetti risposta di questo genere: “non Le interessa, ma se ha a cuore la Guardia di Finanza, come Lei, va dicendo da mesi, sa che cosa deve fare”.

A D.R. Ritengo che la telefonata giungesse da Roma, perché chi parlava si sentiva in maniera netta e forte. Non per altra ragione.

A D.R. Effettivamente dissi al col. Bianchi una frase del tipo che io personalmente me ne fregavo, perché lo scopo del mio intervento era quello di tutelare l’immagine della Guardia di Finanza.

A D.R. Al G.I. dr. Vaudano non ho parlato prima di tale episodio, perché non ritenni che fosse influente sulla parte cui si riferiva il suo interrogatorio”.

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Giuseppe Serrentino – dichiarazioni 26.05.1981

Mi sono congedato dalla Guardia di Finanza nell’ottobre del 1974. Dal settembre 1970 al maggio 1974 sono stato ufficiale di collegamento per il II° reparto della GdF ed il reparto “D” del Sid. (…) Circa il contenuto del promemoria in questione, rilevo, come elementi di stranezza e comunque peculiare, che manca la dizione “come risulta in atti” o qualche dizione analoga o equipollente. Tale dizione io adoperavo giacché io attingevo le notizie dall’archivio del Reparto “D” del Sid, facendo apposita richiesta al riguardo. Per la precisione mi recavo dal segretario del reparto, cui ero obbligato a fare capo per disposizione specifica interna (…) e rappresentare le esigenze e le richieste del Capo del II° Reparto della GdF, ricevo quindi l’autorizzazione a fare richieste all’archivio ed in tal modo venivo in possesso della documentazione esistente in archivio, dalla quale ricavai le notizie che mi interessavano e che a mia volta riportai in appunti da me redatti per il II° Reparto della GdF. Solitamente consegnavo siffatti appunti nel corso degli incontri settimanali. Nel caso di specie la mancata annotazione nel promemoria in questione della dizione “come risulta dagli atti” mi porta a collegare siffatta circostanza con un ricordo ben preciso. Rammento infatti che in un’occasione, nel rivolgermi al segretario del reparto D del Sid cui dovevo fare capo e nel prospettare l’esigenza di avere dette notizie su una certa persona le stesse mi furono fornite dal detto segretario. Più specificamente il segretario, nell’udire il nome della persona, mi disse di conoscerlo e me ne parlò diffusamente. Non sono in grado di ricordare se ciò avvenne nell’occasione in cui richiesi delle notizie riguardanti la persona di Gelli Licio. La cosa è certamente probabile per la mancanza nel promemoria della dizione di cui ho detto prima. Siffatta mancanza per la verità non esclude che io mi sia effettivamente rivolto all’archivio come in tutti gli altri casi e che abbia omesso la dizione per dimenticanza o per la fretta. (…)
ADR All’epoca della redazione del promemoria del bigliettino il segretario del reparto D del Sid era il tenente Colonnello Viezzer, che noi chiamiamo “Il Professore”. Il comandante del Reparto D era il generale Gianadelio Maletti.
ADR L’episodio che ho prima ricordato, relativo all’occasione in cui il segretario del reparto D mi diede direttamente notizie su una persona in ordine alla quale le richiedevo, è dunque da riportare al col. Viezzer. Come ho già detto e ripeto non sono in grado di dire con precisione se si trattò della volta in cui chiesi notizie di Gelli Licio. (…)
ADR Non ho più parlato né con il col. Florio né con altri di notizie riguardanti Gelli, né mi sono mai più occupato di tale persona. Peraltro appena qualche mese dopo, come ho già detto, ho lasciato il servizio per andare a comandare il gruppo esterno della GdF di Roma.
ADR Escludo che il col. Florio possa avermi rivelato i motivi per i quali richiedeva notizie riguardanti il Gelli. Non credo di avere ulteriori delucidazioni da fornire. Evidenzio che mi preoccuperò di comunicare tempestivamente alla SV eventuali ulteriori ricordi in ordine alla questione.

Sabino Gervasio – dichiarazione 05.06.1981

Alle ore 11,20 di oggi 5 giugno 1981 sul telefono interno dell’ufficio dello scrivente, tramite il centralino di questa caserma, ha parlato allo scrivente, da località ignota, una persona presentatasi come dott. Marinelli che lo scrivente conosce perché “fonte informativa” con cui ebbe contatti quando dal settembre al novembre 1977 ricopriva l’incarico di Capo Centro periferico di Roma del II° Reparto.
Qualche altro contatto telefonico con la fonte lo scrivente l’aveva avuto mentre comandava la Sezione Stupefacenti del Nucleo regionale pt di Napoli, al fine di sollecitare qualche notizia “su Napoli”, notizie peraltro non fornite dalla fonte perché dichiaratasi non addentrata nell’ambiente delinquenziale campano.
Nel corso della telefonata la fonte in sintesi ha riferito quanto segue:
– era costernato per la morte di Luciano (Rossi), uomo integerrimo, di sani principi e sempre timorato di non infrangere minimamente leggi e regolamenti. Esortava “a fare quadrato” intorno alla sua memoria per non permettere per non permettere ad alcuno di “infangare” la sua memoria. L’esortazione era rivolta a tutte le persone conosciute. Esortava le persone oneste a prodigarsi per impedire qualsiasi manovra contro la memoria di Luciano.
– Alla richiesta dello scrivente circa le motivazioni dell’insano gesto la fonte riferiva di non conoscere direttamente i motivi, in quanto da qualche tempo non si incontrava più con Luciano; inframmezzando poi il discorso con la domanda se il telefono dello scrivente fosse “buono” (con risposta positiva) la fonte riferiva di aver saputo dal Luciano circa una convocazione del giudice Dell’Osso di Milano per motivi non riferiti e che il Luciano cercava di indovinare. Poteva trattarsi di un’indagine su Gelli segretamente affidatagli dal “suo capo di allora”, quando Luciano era al Centro Occulto. Al termine di questa indagine il Luciano fece “un appunto informale” che consegnò “al suo capo” nel quale era citato che Gelli era uomo del “Gobbetto” (la fonte ha precisato “Gobbo” di Roma riferendosi all’uomo politico che in altri contatti così soprannominava). Subito dopo il ritorno da Milano, la fonte ha riferito, il Luciano era “più sollevato” dalla preoccupazione precedentemente espressa di poter eventualmente essere considerato testimone reticente dato che nulla sapeva del Gelli all’infuori delle notizie informali e di contenuto non rilevante espresse nell’appunto. La fonte (durante tutta la telefonata sembrava che piangesse e comunque era molto addolorata) si rammaricava di non poter partecipare al dolore della moglie del Luciano e di non poter assistere ai funerali perché attualmente “ricercata” (per ordine o mandato di cattura) da un giudice di sesso femminile di Roma per un procedimento non precisato.
Ha riferito anche che avrebbe preferito essere in carcere piuttosto che subire questo grave lutto. Ha riferito di voler contattare anche il Maggiore Betti ed il Colonnello Terranova per pregarli di mantenere integra la memoria del Luciano e di vigilare che nessuno la infangasse.
Nel corso della telefonata la fonte ha anche riferito che non aveva potuto tenere ultimamente neanche contatti telefonici con Luciano perché sia la sua utenza che quella dell’ufficiale non le considerava sicure, ha detto testualmente “non erano buone”. Ha anche insistito sulla figura morale ineccepibile del Luciano precisando che se qualche “porcheria” dovesse risultare sarebbe tutta colpa di “Munnezza” che “è sceso in tempo dal treno in corsa” ed ha continuato poi “a combinare casini” (Munnezza si riferisce al Capitano Mancusi, all’epoca ufficiale del Centro Occulto di Roma).
Preciso che la fonte è conosciuta presso il II Reparto del Comando Generale con il nome in codice di “Ireneo”. Preciso infine di aver riferito alla fonte che “Ignazio” (col. Terranova) è in licenza fuori Napoli. Immediatamente dopo la telefonata ho informato il mio superiore diretto, che a sua volta ha informato il Comandante del Nucleo Centrale di Polizia Tributaria e mi ha quindi ordinato di compilare la presente dichiarazione.