Giovanni Pellegrino “Patologia del segreto” – estratto “Segreto di Stato”

“Per capire quanto sia stata profonda la nostra condizione di frontiera, posso fare un esempio. Tutte le democrazie conoscono un ambito coperto dal segreto, una serie di fatti che nel funzionamento istituzionale debbono restare comunque segreti, non solo per l’opinione pubblica, ma anche per il Parlamento e l’autorità giudiziaria. La democrazia, che pure persegue l’ideale di trasparenza assoluta, non è mai riuscita ad eliminare questa sfera di “invisibilità”, destinata a durare nel tempo trasformandosi in “indicibilità”: certe cose non si possono sapere mentre accadono e per un certo periodo non possono essere dette. E’ questo il nodo dell’ampiezza del segreto di Stato e della sua durata. Ci può essere un segreto molto grande, ma che dura poco, o un segreto molto più piccolo ma destinato a durare nel tempo. In Italia, il segreto ha finito per degenerare nella patologia proprio perché la specificità della situazione politica faceva sì che una serie di fatti non potessero essere resi noti al Parlamento. Nel momento in cui, infatti, fossero stati resi noti al Parlamento, sarebbero stati conosciuti dal PCI e quindi automaticamente dall’URSS. Lo ha spiegato in maniera semplice ma molto efficace il capo dello Stato Maggiore delle forze Armate, generale Mario Arpino: “Piaccia o non piaccia, ancora negli anni Ottanta, per noi un terzo del Parlamento italiano era il nemico”.
Quindi l’esistenza stessa di un forte Partito comunista ha influenzato il modo di essere delle istituzioni, che ne sono state condizionate. E gli aspetti di questa patologia li ha descritti molto bene Francesco Cossiga, quando ci ha detto:
“Voi non potete capire l’Italia di quegli anni se non sapete che Taviani e Boldrini andavano a Milano il 25 aprile per festeggiare insieme la Resistenza, passavano in corteo da piazzale Loreto, e poi Taviani rientrava a Roma al Viminale che lo informava che Boldrini era stato a Milano a festeggiare la Resistenza”. La Commissione ha accertato che Arrigo Boldrini, il capo dei partigiani comunisti, Giancarlo Pajetta, Mauro Scoccimarro e una serie di altri parlamentari del PCI e anche del PSI era schedati nella rubrica “E”, quella in cui la polizia politica annotava tutte le persone pericolose per l’ordine pubblico”.

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