L’arresto di Carlo Digilio – sentenza G.I. Salvini 1995

Carlo DIGILIO, Segretario del poligono di tiro di Venezia e frequentatore del dr. Carlo Maria MAGGI (Reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto), era stato coinvolto nell’istruttoria concernente la riorganizzazione, alla fine degli anni ’70, di tale gruppo e i reati connessi a tali attività, istruttoria condotta prima dall’A.G. di Bologna e poi dall’A.G. di Venezia sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di

giustizia, fra i quali Claudio BRESSAN, e del sequestro di ampia documentazione e altro materiale eversivo. Tratto in arresto una prima volta nel giugno del 1982 su mandato di cattura del G.I. di Venezia per alcuni reati minori (quali la detenzione illegale di munizioni), era stato dopo pochi giorni scarcerato e, prevedendo un imminente nuovo arresto per reati di gravità di gran lunga maggiore, si era allontanato nell’estate del 1982 da Venezia iniziando una lunga latitanza in Italia e all’estero. Aveva infatti raggiunto, a Verona, l’amico ordinovista Marcello SOFFIATI ed era stato da lui ospitato in un appartamento vuoto sito in Via Stella.

Accompagnato poi alla stazione ferroviaria dallo stesso Soffiati e dal colonnello Amos SPIAZZI, aveva raggiunto Milano in treno e si era rifugiato per una notte a Barni nella casa di campagna di Cinzia DI LORENZO, militante del gruppo “La Fenice”. Qui era stato raggiunto da Ettore MALCANGI, elemento di supporto a Milano del gruppo di Gilberto Cavallini, e insieme a lui si era trasferito in una casa isolata a Villa d’Adda, in provincia di Bergamo.

Continuando ad abitare tranquillamente in tale località, certo non esotica ma riparata dalle ricerche degli inquirenti, i due avevano condiviso la latitanza fino alla fine del 1985 quando entrambi, a breve distanza di tempo, avevano raggiunto Santo Domingo, meta storica negli anni ’80 di molti ricercati italiani anche appartenenti all’estrema destra. Nell’isola, Digilio e Malcangi avevano poi condotto vite separate, pur frequentandosi occasionalmente e frequentando altri italiani, ed entrambi si erano dedicati a varie attività lavorative formandosi anche una famiglia. I vari processi a carico di Carlo Digilio, celebrati a Venezia e a Milano mentre questi era in stato di latitanza, si erano quindi conclusi con sentenza definitiva per un totale di oltre 10 anni di reclusione, così come erano stati condannati a varie pene altri militanti veneziani di Ordine Nuovo quali il dr. Maggi e, per attività di favoreggiamento, la stessa Cinzia Di Lorenzo (cfr. sentenza della Corte d’Assise e della Corte d’Assise d’Appello di Venezia, vol.24, fasc.3; sentenza del Tribunale di Milano, vol.24, fasc.7).

In particolare Carlo Digilio era stato condannato per avere promosso la ricostruzione della disciolta organizzazione Ordine Nuovo, per la detenzione di detonatori (seppelliti nel terreno del Poligono di Tiro di Venezia), per la cessione di un gran numero di pistole ed altre armi al gruppo di Gilberto Cavallini, all’epoca ancora latitante, e per la detenzione di attrezzature idonee alla riparazione e trasformazione di armi e alla falsificazione di documenti. Tutte le sentenze avevano riconosciuto a Carlo Digilio (molto probabilmente soprannominato “ZIO OTTO” nell’ambiente) un ruolo più di quadro “coperto” che di esponente politico con attività pubblica, espertissimo di armi e di altri aspetti tecnici e per questo incaricato soprattutto di attività di supporto e di consulenza tecnico-logistica.

Una figura, quindi, particolare non di militante di destra che si esponeva in pubbliche manifestazioni, ma di “consigliere” e di “esperto” in favore della struttura che operava a Venezia e dintorni.

La latitanza di Carlo Digilio, personaggio ormai quasi dimenticato se non per la presenza nei verbali di vari collaboratori di giustizia in istruttorie sulle stragi del suo probabile nome in codice (ZIO OTTO o ZIOTTO), era proseguita sino all’autunno del 1992.

In tale periodo, personale della Digos di Venezia, dopo un’accurata e minuziosa indagine, aveva infatti individuato il domicilio del latitante a Santo Domingo, ne aveva ottenuta, d’intesa con l’Interpol, la cattura da parte della Polizia locale e la quasi immediata espulsione verso l’Italia, cosicché Carlo Digilio era giunto a Roma con un aereo proveniente da Santo Domingo il 30.10.1992 ed aveva iniziato ad espiare in un carcere italiano la pena definitiva che gli era stata irrogata (cfr. rapporto Digos di Venezia del 15.1.1993, contenuto nel fascicolo personale dell’imputato).

La straordinaria complessità della figura di Carlo Digilio e degli elementi emersi nel periodo successivo al suo rientro in Italia richiede di trattare la sua particolare posizione, all’interno dell’area di Ordine Nuovo dalla fine degli anni ’60 in poi, nella seconda parte della presente istruttoria e del relativo provvedimento conclusivo che riguardano gli episodi più gravi oggetto del processo.

In questa sede appare opportuno trattare solamente le modalità e la storia della sua fuga e i reati di carattere accessorio connessi alla stessa.

Per quanto concerne la storia della fuga e della latitanza di Carlo Digilio può dirsi che tale vicenda è interamente ricostruita in quanto, come si dirà anche nel capitolo dedicato alla posizione di Ettore Malcangi, le dichiarazioni di quest’ultimo e dello stesso Digilio, rese in modo assai particolareggiato a questo G.I. (cfr. int. Digilio, 25.6.1993, 3.8.1993, 30.10.1993), hanno consentito di mettere a fuoco quasi ogni spostamento e ogni frequentazione da parte dei due latitanti.

Con il rapporto poc’anzi citato, la Digos di Venezia comunicava a questo Ufficio che, al momento dell’arresto di Carlo Digilio, erano stati rinvenuti nella sua disponibilità, e sequestrati, un passaporto e una patente di guida (oltre ad una carta di identità in relazione alla quale si procede separatamente dinanzi all’A.G. di Venezia), documenti entrambi intestati a tale PIERINO MARTINELLI, all’incirca coetaneo di Digilio e sui quali era applicata la fotografia dello stesso Digilio.

Con il medesimo rapporto, la Digos di Venezia trasmetteva anche, in originale, i due documenti.

Il modulo della patente di guida – portante il numero c 1107047 – risultava facente parte di uno stock di circa 15.000 patenti in bianco rubate presso la Motorizzazione di Rovigo, zona non lontana da quella in cui risiedeva Digilio, il 20.5.1985.

Il passaporto – portante il numero E 708582 – risultava invece interamente falsificato applicando su un libretto contraffatto la fotografia del ricercato e riportando i dati anagrafici di Pierino MARTINELLI, persona effettivamente esistente, ma del tutto estraneo ad attività criminose.

Si trattava, in termini “tecnici”, di un “doppione” approntato procurandosi, in circostanze che non è stato possibile chiarire (forse in un agenzia o in un albergo), i dati anagrafici che comparivano sui documenti di una persona incensurata (cfr. accertamento tecnico della Polizia Scientifica della Questura di Milano in data 10.3.1993 e verbale di s.i.t. di Pierino Martinelli in data 3.2.1993, entrambi contenuti nel fascicolo personale di Digilio).

Sulla base di tali emergenze questo Ufficio, con mandato di comparizione emesso in data 12.6.1993, provvedeva a contestare a Digilio i reati di concorso in fabbricazione di documenti e di sigilli e di ricettazione di cui al capo di imputazione.

In proposito Digilio dichiarava , nei suoi primi interrogatori, di avere acquistato il passaporto a Lugano poco prima di raggiungere Zurigo per imbarcarsi alla volta di Santo Domingo.

L’indicazione gli era stata fornita in Italia da una persona che lo aveva aiutato durante la latitanza ed egli aveva quindi potuto rivolgersi, a Lugano, a colpo sicuro ad un giovane al quale era stato sufficiente fornire la fotografia per ricevere poco dopo il passaporto interamente compilato (cfr. int. 25.6.1993, f.3, e 30.10.1993, f.1).

Egli si era invece procurato, secondo il suo racconto, la patente di guida molto tempo dopo, quando già si trovava a Santo Domingo, al fine di rafforzare con tale secondo documento la credibilità del passaporto.

La patente gli era stata fornita in un quartiere di Santo Domingo da un italiano che poteva definirsi un “trafficone” (cfr. int. 23.6.1993, f.4).

Effettivamente, la data del furto dello stock di moduli da cui proviene la patente di guida sequestrata a Digilio corrisponde ad un periodo in cui egli già si trovava certamente a Santo Domingo e quindi è certo che egli si sia munito di tale documento in un secondo momento.

Tuttavia – anche alla luce della località in cui è avvenuto il furto (la città di Rovigo) non lontana dalla città in cui Digilio aveva risieduto e operato – appare probabile che la ricettazione e l’approntamento del documento siano stati commissionati e operati in qualche modo in Italia, con l’accordo di Digilio e di conseguenza, anche in questo caso, non si tratta di reati commessi all’estero, ma di reati parzialmente avvenuti, e quindi passibili di procedibilità, in Italia.

Ne consegue, alla luce degli accertamenti svolti e delle dichiarazioni dell’imputato (che almeno in relazione a tali episodi appaiono volutamente reticenti), che Carlo Digilio deve essere rinviato a giudizio per tutti i reati a lui contestati, differendo alla seconda parte della sentenza-ordinanza l’esame del ruolo complessivo dallo stesso svolto nelle vicende più gravi oggetto del procedimento.

L’arresto di Carlo Digilio – sentenza G.I. Salvini 1995

Annunci