Avv. Nino Filastò – requisitoria processo di appello 09.12.1986 – prima parte

Io sono certo che al termine di questa fatica, nostra dei difensori di parti civili, e anche vostra, loro apprezzeranno quello che è stato lo sforzo di questi difensori e dell’accusa privata. Riflettevo su quest’argomento ascoltando le ultime parole del collega avvocato Trombetti. Quando, al termine della sua disamina, di una delle posizioni certamente più rilevanti del processo che riguarda il testimone Fianchini e vi chiedeva insomma, ma perché questo signore avrebbe dovuto inventarsi queste cose? Quale motivazione, quale ragione? Con questo, sia il collega avvocato Trombetti che l’avvocato Montorzi, che chi modestamente vi sta parlando adesso, è questo in sostanza che vi vogliono dire: che questo processo è a doppio, è il processo dell’Italicus e il processo del contro-Italicus.

1974_Italicus

Contiene dentro di sé una specie di negazione di se stesso. E il compito fondamentale che si sono assunti questi difensori è proprio quello di aiutarvi a liberare la materia processuale. Da che cosa? Dalle congetture che mettono in forse quelle acquisizioni processuali che di primo acchito hanno una loro indiscutibile validità. Congetturando si può arrivare a negare tutto, voi mi capite. Ma è difficile. Perché proprio ontologicamente la congettura è un procedimento apparentemente logico per il quale si può affermare una determinata cosa facendo a meno di sostenerla con dati emergenti altrove. Quindi è questo il compito che ci siamo assunti, e l’avevamo svolto in primo grado ed è stata fonte per noi di amarezza riconoscere come la sentenza di primo grado invece è rimasta invischiata dentro a questo perverso meccanismo del “doppio processo”. Ora io, dovendo evidentemente limitare il mio contributo a cose che non sono state o che non saranno dette, mi occuperò, forse in maniera che potrebbe apparire disorganica, di alcuni aspetti della vicenda processuale, finendo per – io lo dico immodestamente – dimostrarvi come, con riferimento all’episodio De Bellis, quando si va per congetture, si rischia di restare smentiti, ma smentiti male, capite, male. Nettamente, in un modo che non potrebbe essere più plateale. L’episodio De Bellis, che tratterò alla fine, proprio dimostra fino a che punto il giudice, quando abbandona il criterio sereno, freddo, ragionato di argomentare, di pesare le circostanze per affidarsi ad un’impostazione di tipo soggettivo, attraverso la quale appunto si finisce per sostituire alle carte, anche all’argomentazione concatenata sotto un profilo logico, il salto… la congettura finisce per trovarsi, talvolta, con il tempo, di fronte ad una smentita netta.

Quindi tentando di inserirmi nelle pieghe del discorso che gli altri vi hanno fatto o che vi faranno, uno dei primi argomenti che mi pare il caso di additarvi, come argomento, circostanza processuale che indica questa doppia anima del processo, e questa doppia anima della sentenza, intendo parlarvi dell’episodio che si potrebbe intitolare come “la bomba a Firenze”. Cioè, l’esplosivo è stato messo alla stazione di Firenze? Questa valigetta che conteneva questa materia terribilmente letale, ha avuto una collocazione in quel luogo e la ricostruzione che noi sappiamo, per indiretta voce di Franci, recepita da Fianchini, per cui arriva in quel certo modo alla stazione di Firenze, Malentacchi la colloca sul treno, Franci fa da palo: è una ricostruzione attendibile? Perché è questo che dobbiamo chiederci. L’indicazione c’è nel processo, è data in quel modo, cos’è che vi contrasta? E qui ecco la sentenza di primo grado: “Sì – dice la sentenza di primo grado – è attendibile, anzi, molto probabile, quasi certo, che l’esplosivo sia stato innescato alla stazione di Firenze”. Perché? Qui a pagina 95 la sentenza espone una serie di dati, tutti concatenati, tutti certi, tutti validi, impressionanti, per affermare che: coloro i quali hanno ideato il piano, per forza hanno dovuto innescare, dare inizio al procedimento di esplosione in quel luogo. Perché? Vi rimando alla lettura di quel che è scritto in sentenza, ci sono vari motivi: se fosse stato fatto prima si correva il rischio che esplodesse prima; si è dovuto tener conto del ritardo del treno, quei diciassette minuti di ritardo; perché si era previsto che la termite che con il suo effetto di incendio, di fumo e di asfissiamento, indica che così si era programmato. Si era previsto che il treno dovesse arrivare all’interno della lunga galleria, al centro della lunga galleria appenninica e là esplodere, e quindi si è dovuto valutare anche e non solo il percorso, il tempo di percorso della tratta Roma-Bologna, ma quella tratta, quel tempo e quel percorso inferiore Firenze-Bologna detratto il ritardo, o meglio aggiunto il ritardo. E se invece le cose non sono andate come previsto lo si deve a quei tre minuti che il treno ha recuperato… quindi tutta una serie di considerazione valide per dire: sì è così. Io posso affermare che l’innesco è avvenuto qui. Però, detto questo, la sentenza contraddittoriamente signori, in maniera che non esito a definire contraddittoria, dice però inattendibile, improbabile, pressoché impossibile affermare che, non l’innesco ma l’operazione di collocamento, sia avvenuto a Firenze, con quelle modalità che vengono descritte. Ma perché? Cominciamo col dire che tutte quelle considerazioni che militano e che suffragano la ipotesi dell’innesco avvenuto alla stazione di Firenze valgono anche per il collocamento dell’esplosivo. Collocarla prima avrebbe evidentemente accresciuto i rischi di una scoperta prematura. Avrebbe accresciuto anche i rischi di una esplosione prematura benché non innescata. Voi tutti sapete, forse qualcuno non lo sa, è il caso di dirlo adesso, come talvolta un esplosivo possa deflagrare anche senza innesco. Per effetto di circostanze le più varie e circostanze che per l’appunto possono inserirsi in un lungo viaggio ferroviario: il calore, una scossa brusca, un colpo, quelle che si chiamano le correnti vaganti, cioè di correnti elettriche capaci di attivare il timer – meccanismo di esplosione per una serie di circostanze talvolta imperscrutabili. E poi che qualcuno si accorgesse di un certo bagaglio, ne chiedesse conto, un controllo di polizia, una qualsiasi circostanza… certamente tutte quelle considerazioni che fa la sentenza per dire l’innesco è certamente avvenuto a Firenze valgono anche per dire il collocamento, nella prospettiva di un piano ben preordinato, è avvenuto a Firenze.
Ma si dice: “E’ improbabile che Malentacchi sia salito fuori della pensilina, mentre il treno era ancora in corsa, perché non si sale su un treno in corsa, specialmente con un bagaglio in mano”. Questa è tipicamente una forzatura, un appesantimento pseudo logico. Sapete sulla base di quale, e di quale consistenza, argomento la sentenza a pagina 97 per esattezza, esclude questa ipotesi? Perché il Malentacchi si sarebbe venuto a trovare con una mano impiegata per attaccarsi al supporto verticale del treno e l’altra sarebbe stata usata per aprire la portiera: quindi dove sta la valigetta? Dove sta il bagaglio? Ma che si sale così su un treno in corsa? La portiera si apre prima. Si spalanca, il treno continua a procedere, con l’altra mano ci si issa a bordo. Avete mai visto qualcuno che salga su un treno in movimento usando contemporaneamente le due mani? Costui sarebbe uno sciocco, un matto, si tirerebbe sulla faccia la portiera, no? Mi par chiaro. Bloccato con questa mano all’appoggio, con quest’altra apre, la portiera la prende sul viso… Vedete, è quasi umoristica questa descrizione che vi sto proponendo, ma indica abbastanza bene, la debolezza, la inconsistenza di una congettura, di un meccanismo pseudo logico, con la quale la sentenza va a contrastare un’emergenza di prova specifica, di prova logica. Certo la foto non c’è in questo processo, il cinema, la sequenza cinematografica, la registrazione non c’è e non la troverete mai. Troverete solo delle tracce, delle immagini e una in particolare, una ingiustamente trascurata dalla sentenza. E qual è? La porta del quinto vagone trovata da alcuni viaggiatori, e per l’esattezza quelle parti civili che io qui rappresento, aperta. Al momento in cui il treno ancora sta arrivando. Circostanza eccezionale. Certamente non consueta, rilevata come stranezza immediatamente da Lascialfari Valentina che ne parla il giorno successivo alla Questura, che ne resta talmente colpita per l’anormalità del fatto da chiedere una collaborazione ai cittadini. Pubblica un trafiletto su un giornale dicendo: “Ho visto questo… i viaggiatori che fossero eventualmente scesi da questo vagone si rivolgano a me, spieghino, raccontino”.
(…) Dice: “Arrivato il treno ho notato che lo sportello della quinta carrozza, quella interessata dallo scoppio aveva una portiera aperta, come se qualcuno fosse sceso mentre il treno si fermava”. Come si fa a dire impossibile, incredibile, quando non solo non lo è sul piano della normale prevedibilità e probabilità. Ma questa ricostruzione, questo evento, il fatto che qualcuno sia salito sul treno ancora in movimento o ne sia sceso dal treno ancora in movimento, questo fatto trova una traccia una conferma. Certo non una fotografia, ma un dato che lo conforta.

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