“Perché Tuti può stare tranquillo” – Panorama 12.06.1975

Per due giorni, lunedì 2 e martedì 3 giugno, il nucleo antiterrorismo della Toscana ha dovuto sospendere le ricerche di Mario Tuti, il fascista assassino di Empoli. A bloccare di fatto la caccia alla « primula nera » che da mesi si fa beffe di magistrati e polizia, è stato l’ordine arrivato da Roma di spostare nella capitale l’or­ganico quasi al completo del nucleo toscano: compito d’emergenza dell’ antiterrorismo, vigilare contro even­tuali azioni di dimostranti di sinistra durante la parata militare della festa della Repubblica e la visita del pre­sidente americano Gerald Ford.

« È una conferma della confusione nella quale lavoriamo », commenta un sottufficiale di Ps, « se non addi­rittura della diversa importanza che i nostri vertici, soprattutto politici, assegnano ai vari avvenimenti ». È anche in questa chiave che, secondo «molti funzionari di polizia, può es­sere spiegato l’episodio di « autenti­ca dabbenaggine », come l’ha definito in questore di Firenze, Camillo Roc­co, che ha avuto per protagonista due mesi fa l’agente dell’antiterrorismo toscano Luigi Piccolo, 24 anni, alle spalle appena 6 mesi di scuola di Ps meno di un anno di servizio in un ufficio politico.

Piccolo, dopo un accertamento frettoloso, si lasciò scappare dalle mani il 20 marzo in piazza San Firenze, davanti al palazzo di giusti­zia, un giovane con occhiali, barba e baffi sospettato di essere Mario Tu­ti. A portarglielo era stato un vigile urbano, al quale l’aveva indicato uno studente di architettura, Paolo Maestrelli, di Empoli e da anni co­noscente del fascista assassino. « Io Tuti? », si era schermito pron­to il giovanotto. « Ma scherziamo. Quello là ormai sarà già in Argenti­na ». E con freddezza aveva tirato fuori una carta d’identità intestata a un certo Settimo Petri.

L’agente, col documento in mano, si era messo in contatto radio con la centrale: « C’è niente », aveva chie­sto, serafico, senza accennare a Tuti, « a carico di un tale Petri Settimo? ». La risposta era arrivata fulminea: « Accertamento negativo ». Al giova­notto, prima che andasse via, erano anche state fatte molte scuse. « A me dubbi ne rimasero molti », ha detto a Panorama Paolo Mae­strelli, « ma visto che la polizia non lo aveva fermato, non potevo mica mettermi io a inseguirlo ».

Falsificata. L’episodio, dimenticato per molte settimane, è tornato alla mente del vigile, quando alla fine di maggio ha visto sul settimanale Gen­te tre foto di Tuti con la barba e si è convinto che era la persona invano bloccata in piazza San Firenze. A distanza di due mesi, la polizia così ha scoperto che la carta d’iden­tità mostrata dal giovanotto con la barba all’agente Piccolo era stata fal­sificata: il vero Settimo Petri l’aveva persa in gennaio a Lucca, una cit­tà nella quale era operante una for­te cellula nera formata da fidati ami­ci di Tuti. A completare la beffa, è venuta la pubblicazione del diario dell’assassino: alla data del 20 mar­zo, l’annotazione frettolosa « sbirri », chiaro riferimento all’episodio di piazza San Firenze.

Piccolo e i suoi metodi di lavoro non sembrano però un’eccezione. Pa­norama ha accertato che il nucleo antiterrorismo della Toscana, a di­stanza di cinque mesi dal delitto di Empoli (Mario Tuti uccise la sera del 24 gennaio due sottufficiali di polizia che erano andati a casa sua ad arrestarlo), non conosceva i prece­denti del geometra di Empoli con la giustizia e non aveva iniziato una in­dagine che potrebbe rivelarsi assai importante per trovare gli appoggi fiorentini del fascista assassino.
Il nucleo di Firenze non sapeva in­fatti che Tuti, come si ricava dal fa­scicolo 1.488-5986/73 depositato nel­la cancelleria della procura della Re­pubblica di Firenze, il 13 dicembre dell’anno scorso era stato rinviato a giudizio per appropriazione indebita aggravata: un armaiolo di Livorno, Fabrizio Gnesi, 29 anni, lo aveva ac­cusato di non avergli restituito una pistola automatica Colt 7,65 che gli era stata affidata « per fare delle mo­difiche nell’estrattore e nell’espulso­re ». Negli atti dell’istruttoria figura­no vari nomi di persone con le quali Tuti aveva dichiarato di comprare e vendere armi.

Nessun accertamento era stato inoltre disposto su un fucile calibro 12 trovato in casa di Tuti, che secon­do anche le sue dichiarazioni gli era stato affidato da un amico fioren­tino, al quale il geometra si potrebbe essere rivolto il 20 marzo. Il fucile, un Darnè immatricolato con la sigla Q/4222, non risulta ufficialmente de­nunciato: un’indagine per indivi­duarne il proprietario è cominciata soltanto sabato 31 maggio, su se­gnalazione di un giornalista.
« Gli ultimi sviluppi della vicenda Tuti », dice Luigi Pintor, dell’esecuti­vo del Pdup, « ci danno la conferma del punto in cui siamo: per occasioni del genere, in un paese serio, c’è una sola cosa da fare: che il ministro del­l’Interno se ne vada via. Ed è vera­mente interessante vedere come que­sta turistica evasione del fascista Tuti, densa di elementi grotteschi e ridicoli, sia praticamente contempo­ranea al voto democristiano per il golpista Sandro Saccucci e di poco successiva all’approvazione delle nuove norme sull’ordine pubblico. Tutto ciò mostra in quale direzione punti la volontà politica della Dc ».

Non adatti. « È la stessa linea », sottolinea un funzionario di polizia, « che fa spostare di corsa a Roma gli uomini impegnati nel dare la caccia a Tuti. E che assegna all’antiterro­rismo della Toscana 15 uomini in tut­to, agente Piccolo compreso, chiama­ti a occuparsi, tra l’altro, anche del­l’Umbria ». L’agente Piccolo, dopo l’incidente di piazza San Firenze, è stato posto a disposizione ed è andato, in pra­tica, a far compagnia ad altri cinque suoi colleghi che, negli ultimi mesi, sono stati allontanati dal nucleo to­scano perché ritenuti assolutamente non adatti ai loro compiti.

« Dovremo organizzare al più pre­sto corsi di preparazione per le no­stre guardie », ammette Emilio Santillo, capo dell’antiterrorismo. « Lo faremo quando ce lo permetterà l’or­ganico. La speranza è di avere in ogni regione un nucleo formato da al­meno 50-60 uomini ».

« Il difficile è trovarli », dicono al­la questura di Firenze, sottolineando come l’episodio Piccolo sia esploso in un momento particolarmente «sfortunato» (la definizione è del questore) per la Ps. Negli ultimi due mesi, tre agenti a Firenze sono stati arrestati. Uno, per anni in servizio alla squadra mobile, è accusato di favoreggiamento della prostituzione. Due devono rispondere di sei rapine, compreso l’assalto a un treno a Montelupo Fiorentino. Andavano a volto scoperto, con le pistole in mano, « nei momenti di sosta », precisa un magistrato, « della loro attività inve­stigativa ».

Annunci