Federico Umberto D’Amato – lettera al Ministro dell’Interno sulla P2 – 1981

Al Signor Ministro dell’Interno,
In relazione al foglio di addebiti che la S.V. mi ha fatto notificare in data 22 c.m. e richiamandomi a quanto già ebbi a comunicarLe con nota del 22 giugno u. s., Le riferisco qui di seguito tutto quanto concerne i miei rapporti con Licio Gelli e la P.2. Mi consentirà di iniziare la presente comunicazione con una premessa di carattere generale. Nel giugno 1974, lasciai la direzione  del Servizio Informazioni Generali e Sicurezza Interna (già Affari Riservati) per assumere la direzione del Servizio Polizia stradale di Frontiera, Ferroviaria e Postale.

A quel momento compivo esattamente 30 anni di lavoro svolto ininterrottamente nella polizia di sicurezza o polizia politica che dir si voglia, prima nell’ufficio politico della Questura di Roma e poi nel detto ufficio ministeriale.
Dal Ministro dell’Interno e dal Capo della Polizia dell’epoca (e con implicita conferma da tutti i successori nei detti incarichi) mi fu fatto presente che, pur nelle nuove funzioni, io non avrei potuto esimermi dal continuare a mettere a servizio dello stato, certamente con modalità diverse, il mio personale patrimonio di esperienza e di conoscenze. Tanto considerando giusto e doveroso, ho svolto questo compito informativo e di consulenza nel corso degli ultimi sette anni e con la massima discrezione, senza interferire nella competenza di altri organi e agendo sempre da solo.

In questo periodo non c’è stato argomento di rilevanza di cui non sia stato chiamato ad occuparmi: dalle origini, la natura, i collegamenti internazionali del terrorismo al caso Moro; dalla strutturazione, competenze, funzionamento di nuovi servizi segreti al mantenimento e sviluppo di rapporti con i servizi paralleli ed alleati.
Ho riferito ai miei superiori diretti, Capo della Polizia e Ministro dell’Interno, verbalmente e per iscritto (ed a questo proposito esiste cospicua documentazione). Operando – come ho detto – in modo autonomo e personale, ho preso contatto ed ho sviluppato rapporti in tutti i settori e con ogni persona che giudicavo utile a tali fini. Se le mie frequentazioni dovessero essere interpretate come una scelta, io (come chiunque, peraltro, svolga compiti del genere) potrei essere considerato, caso per caso, fiancheggiatore di Autonomia Operaia o del terrorismo palestinese, agente dei servizi americani o sovietici, emissario di questo o quel partito politico.
Conclusa la premessa, preciso che i miei contatti con Licio GelIi rientrano ovviamente e rigorosamente nell’attività che ho sommariamente illustrata.
Per quanto concerne i fatti preciso che:
nel ‘75 o ’76 conobbi il Gelli su richiesta che rivolsi ad un mio ex funzionario notoriamente affiliato alla Loggia e precisamente il dottor Giovanni Fanelli;
di tale iniziativa non informai nessuno per la semplice ragione che – secondo le regole – potevo e dovevo prendere contatto con chiunque potesse essermi utile, sotto la mia responsabilità;
in tutto questo arco di tempo ho visto il GelIi cinque o sei volte. Qualche volta nel suo appartamento all’Hotel Excelsior, e qualche volta nel ristorante di detto albergo e, quindi, nel modo più palese essendo io colà conosciutissimo da 30 anni. L’ultima volta, nell’autunno del ’79, lo vidi nel mio stesso ufficio, previo regolare “passi” in portineria, quando mi venne a mostrare lettere minatorie a lui indirizzate da presunte Brigate Rosse, che io gli consigliai di consegnare alla Questura;
nel corso del nostro rapporto il Gelli non mi chiese mai nulla che avesse attinenza con il mio ufficio e le mie funzioni ne io chiesi nulla a lui (a parte che nulla avrei avuto da chiedergli, malgrado le sue influentissime amicizie, per il semplice fatto che lo conobbi quando già da qualche anno occupavo il mio attuale posto e che è fin troppo noto che non aspiro a cambiamento o progressioni);
non ho avviato pratiche di affiliazione alla P2 anche se, ad un certo momento, il Gelli mi disse di considerarmi affiliato “bocca a orecchio” senza che io, ad onor del vero, lo dissuadessi da tale convinzione. E non gli ha mai versato una lira (né un centesimo), né ho mai ricevuto tessere di affiliazione. A parte il fatto che, altrettanto ad onor del vero non avrei avuto difficoltà ad impegnarmi in modo anche più determinante tenuto conto delle finalità che mi avevano portato ad accostarmi a lui e che, qui di seguito, vengo a rappresentare.

Negli anni ‘74 e seguenti si ebbe a sviluppare una virulenta campagna contro il sottoscritto e ciò che è più importante – contro la polizia e il Ministro dell’Interno con gravi accuse di debolezza, manchevolezze o addirittura complicità con i terrorismo nazionale ed internazionale (ad esempio, attentato a Fiumicino). Tale campagna – sulla quale esiste ampia documentazione – ebbe inizio clamoroso con una intervista giornalistica rilasciata da un alto magistrato e si sviluppò successivamente sotto l’istigazione di organismi militari concorrenti con quelli del Ministero dell’Interno. Mi risultava che molte di queste persone erano collegate con il Gelli (non sto qui a farne i nomi non avendo in questa sede il ruolo di accusatore). l miei primari scopi, accostando il Gelli furono, dunque, quello di conoscere i motivi di tale aggressione e quello di tentare di ridurne la portata facendo comprendere che un tale comportamento, oltre che ingiusto e malvagio, era anche deleterio per le istituzioni. Debbo dire che, sia pure parzialmente ma in modo notevole, tali finalità furono raggiunte.
Dopo di che, essendo sorti i suddetti rapporti fra me e il Gelli, non restava che continuarli sia pure nel modo saltuario che ho detto (un paio d’incontri l’anno) e sia pure attribuendo alla cosa un interesse non primario, dovendo seguire avvenimenti e situazioni che nel momento apparivano di ben altra gravità e serietà. E’ evidente che, potendomi basare solo sui miei mezzi personali di osservazione e non disponendo di poteri inquisitori o di strumenti investigativi, sono riuscito a cogliere della vicenda solo gli aspetti più appariscenti.
Tuttavia ho potuto seguire il singolare fenomeno della crescente influenza di Gelli, fenomeno che, peraltro, era facilmente rilevabile e non soltanto attraverso le affiliazioni vere o presunte ma anche e soprattutto attraverso le frequentazioni e i contatti che egli aveva ai più alti livelli del potere.
E sta di fatto che quanto io sono venuto a conoscenza su Gelli e la sua P2 non ho mai tenuto nascosto (come avrebbe fatto – si noti bene – un qualsiasi fedele affilialo della Massoneria) ma l’ho comunicato a chi di dovere sia di mia iniziativa sia su specifica richiesta (appunto nell’espletamento fedele delle mie funzioni).

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