“Primo colpo di bisturi” – Panorama 13.06.1974

Una vittima, e importante, anche nella macchina dello Stato: dalle 11,45 di martedì 4 giugno, l’Ufficio informazioni generali e sicurezza interna (fino a tre anni fa si chiama­va Ufficio affari riservati) non esi­ste più. Secondo molti lo scioglimen­to a pochi giorni dalla strage ha un preciso significato politico. « Era un ufficio tanto preoccupato di scopri­re o inventare sovversioni a sinistra da non vedere le centrali eversive fasciste e che comunque non ne ha mai impedito le gesta delittuose », dice Alberto Malagugini, deputato milanese, uno degli esponenti più qualificati del Pci.

Duecento uomini in tutto tra fun­zionari, impiegati e scrivani, dal 1969 in poi l’ufficio era stato al centro di aspre polemiche tra le diverse parti politiche. Da sinistra e da destra, in particolare, si erano accusati i suoi dirigenti di utilizzarne i fondi e le strutture per influenzare subdo­lamente la vita politica italiana. Giorgio Almirante, segretario del Msi, per esempio, aveva detto espli­citamente che Stefano Delle Chiaie, leader del gruppo estremista di de­stra Avanguardia Nazionale, era in realtà un agente di Umberto Fede­rico D’Amato, il questore che diri­geva l’ufficio dal 1971 (Delle Chiaie, ricercato perché sospettato di essere coinvolto nella preparazione della strage di piazza Fontana a Milano, dal dicembre 1969, è tuttora lati­tante). E il predecessore di D’Ama­to, Elvio Catenacci, era stato incri­minato (ma poi prosciolto) dal giu­dice istruttore Gerardo D’Ambrosio per non aver comunicato alla ma­gistratura i risultati della perizia sul brandello della borsa che aveva portato la bomba in piazza Fontana.

In sostanza, l’ufficio veniva visto da molti come uno dei centri moto­ri della cosiddetta « strategia della tensione », che tenendo l’Italia sotto la costante paura di atti violenti da destra o da sinistra, era desti­nata a favorire i partiti di centro. A questo serviva anche la teoria de­gli « opposti estremismi », e cioè che le bombe e gli attentati potevano es­sere di colore rosso o nero.

In stretto contatto con il Sid, il Servizio militare di informazioni (due motociclisti facevano tutti i giorni la spola tra le due sedi per consegnare plichi, copie di telegram­mi, fonogrammi, tutti chiusi in dop­pie buste con la dicitura « riserva­tissimo »), oltre che con la Cia (il controspionaggio degli Stati Uniti) e i servizi segreti Nato, l’ufficio era sospettato di avere raccolto infor­mazioni anche su tutti i principali personaggi della vita pubblica italia­na attraverso il lavoro di un piccolo esercito di informatori prezzolati (da lire 50 mila in su), e di avere mobilitato schiere di collaboratori specializzati in sabotaggi, terrori­smo, falsificazione di documenti.

Nato a Marsiglia ma vissuto sem­pre a Napoli, esperto di culinaria e di opere d’arte, 54 anni, D’Amato non interpreta lo scioglimento del­l’ufficio (è stato incorporato nell’i­spettorato antiterrorismo affidato a Emilio Santillo, già questore a Reg­gio Calabria, a Genova e a Torino) come una misura punitiva. È stato formalmente promosso a dirigere il servizio frontiere e trasporti (con 18 mila uomini alle dipendenze) e a chi gli ricorda i sospetti delle si­nistre controbatte di essere stato lui a denunciare alla magistratura organizzazioni fasciste come il Mar e Ordine Nuovo (« Di una cosa sono certo », dice Adolfo Sarti, per cin­que anni sottosegretario all’Interno: « D’Amato è un vero antifascista»).

Restano due interrogativi: a chi andranno in mano gli scottantissimi dossier dell’ufficio? E chi pagherà ora le legioni dei suoi informatori?

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