Dichiarazioni di Gianfranco Bertoli sull’attentato di via Fatebenefratelli

(…) mi sono alzato verso le otto, sono subito uscito, ho acquistato un giornale e ho preso un caffè. Quando ho acquistato il giornale e ho appreso l’ora della manifestazione, ho preso il Metrò e mi sono recato in piazza del Duomo.

In piazza del Duomo mi sono informato sulla strada da fare per andare in via Fatebenefratelli e mi sono diretto verso la Questura. Io mi sono diretto verso la Questura per tirare la bomba. Ammetto quindi la circostanza che questa mattina io sono uscito dalla pensione con la bomba nella tasca destra dei pantaloni. Ammetto di aver tentato di entrare nell’atrio della Questura ma degli agenti mi hanno impedito di entrare. Dopo sono andato in un bar poco distante e ho preso un brandy…  Preciso che era mia intenzione, una volta entrato nell’atrio della Questura, compiere un’azione dimostrativa, nel senso che, a seconda delle circostanze, avrei gridato, una volta portatomi accanto al busto di Calabresi, “allontanatevi tutti” tenendo in mano la bomba che avrei lanciato contro il busto di Calabresi. Se non avessero accolto il mio invito ad allontanarsi tutti, era comunque mia intenzione fare esplodere ugualmente l’ordigno. Ho pensato anche che, nel caso in cui avessero cercato di fermarmi, avrei fatto esplodere l’ordigno su di me e lo stesso avrebbe naturalmente colpito anche gli altri.

(…) Dato che non ero riuscito a entrare, dopo di essere andato al bar, mi sono riportato davanti alla Questura, sul marciapiede antistante, o meglio di fronte alla Questura nel lato opposto, proprio nel momento in cui uscivano le persone che erano intervenute alla manifestazione. Ho visto uscire dei militari e ho chiesto a due agenti che stavano davanti a me se si trattava della manifestazione relativa a Calabresi; gli agenti hanno risposto di si e io, dopo aver detto “Calabresi è l’assassino di Pinelli”, ho lanciato la bomba verso il portone. Dopo che la bomba è scoppiata, alle persone che mi stavano vicino e che mi stavano intorno meravigliate, io ho detto “sono stato io”, aggiungendo altre parole che adesso non ricordo. Da quel momento non ricordo bene cosa sia accaduto anche perché sono stato circondato dalla folla tumultuosa. Sono stato preso e condotto in Questura dove mi hanno arrestato. Quando compii l’atto io ero solo e accanto a me non vi era alcuna persona che io conoscessi.

(…) quando ho appreso la notizia della morte di Calabresi, ho pensato anche di fare un attentato dal momento che, a seguito della morte di Calabresi, c’erano state troppe celebrazioni che non si sarebbero dovute fare, perché le decine di migliaia di persone che avevano partecipato a quelle celebrazioni si erano rese solidali con Calabresi, che io ritenevo un assassino. Su questo non ho alcun dubbio.

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