Luogo di collocazione dell’ordigno esplosivo sull’espresso Italicus – sentenza G.I.P. 1980

(…) E’ qui necessario rilevare dei dati elaborati in sede peritale e di altri acquisiti in sede generica e specifi­ca, quelli che consentano la determinazione realistica del luogo in cui quell’ordigno fu portato a bordo del convoglio e collocato nella vettura ove avvenne l’esplosione.

Dagli accertamenti tecnico-balistici è infatti risultato che l’ordigno esploso constava di una miscela del peso di circa 2 chili,— 2 chili e mezzo di trinitrotoluele, ammoniaca e nitrato e termite, e di un congegno ad orologeria costituito dalla sveglia tedesca marca Peter (largamente diffusa in Italia: il rappresentante risiede a Milano ma la sveglia risulta venduta a Firenze): – sulla stessa erano state apportate modificazioni, rilevante particolare delle quali era un tassello isolante di “presspan” su cui erano avvitate delle piastrine metalliche, una fissa ed una mobile, tra loro isolate da nastro isolante, dal contatto delle quali, determinato dalla rotazione della chiave della suoneria, si produceva elettricamente l’innesco dell’esplosivo. Si era così ottenuto “un interruttore elettromagnetico, comandato a tempo dal congegno di suoneria della sveglia”. (ff. 13 a l6/8a). La caratteristica peculiarità di tale congegno è cosi, illustrata dai periti:
” La sensibilità del congegno ad orologeria”. Al paragrafo 4/B è stato descritto il congegno in questione ed, in particolare come il contatto tra le “due piastrine sia affidato alla rotazione, sulla piastrina fissa della piastrina mobile, a sua volta spinta dal lembo della farfalla ruotante della suoneria. Il citato contat­to tra le due piastrine è quindi legato alla libertà di rotazione della piastrina mobile, che è imperniata al “presspan” mediante una vite; ne deriva che, ove la vite fosse stata eccessivamente stretta, la piastrina mobile avrebbe potuto non ruotare sotto la deficiente spinta di lembo della citata farfalla; inversamente, ove la citata vite fosse stata insufficientemente avvitata, avrebbe potuto derivarne una eccessiva ed incontrollabile libertà di movimento e la rotazione della piastrina sarebbe potuta avvenire, indipendentemente dalla pressione della farfalla, per cause puramente accidentali, quali il peso della piastrina stessa o un inconsulto movimento dell’operatore etc. In sintesi, l’avvitamento al presspan della piastrina mobile è da considerare un rudimentale, pericoloso e poco funzionale congegno di sicurez­za, la cui capacità è legata alla maggior o minor frizione della piastrina sul presspan”. (f, 53 perizia).

Quanto al luogo di collocazione ed attivazione dell’ordigno i periti citati osservavano: “La descritta sensibilità del congegno ad orologeria, con la conseguente pericolosità di attivazione movimento del treno durante o comunque in precarie condizioni di stabilità o di sicurezza, la presunta sede di collocazione dell’ordigno di cui trattasi fanno ritenere che sia stato collocato, prima della partenza del convoglio dalla stazione di Roma Tiburtina, in luogo ove non era ancora possibile accedere al pubblico, ad esempio laddove il treno è stato formato prima del suo avvio al binario di partenza. Per tutto quanto esposto, tenuto conto dell’ora in cui è avvenuta l’esplosione (01,17′ circa), dell’approssimazione di cui gode il congegno di suoneria della sveglia nonché del previsto regolare orario d’arrivo del convoglio in Bologna Centrale (01,24′) se ne deduce che l’ordigno è stato attivato perché esplodesse poco prima dell’arrivo del treno alla citata stazione ferroviaria di Bologna Centrale». (f.54 perizia)

La conclusione formulata dai tecnici in ordine al luogo di collocazione dell’ordigno, pur confortata da puntuali riferimenti cronologici che le conferiscono apparenza di attendibilità, è resistita da considerazioni logiche, tecniche (indotte dai riferimenti degli stessi periti) e di senso comune, per le quali quella conclusione risulta soluzione estremamente semplicistica ma irreale.

E’ certo che il lungo tempo di sosta (6 ore) del convoglio, sul 3° binario della Stazione Tiburtina (ove era giunto da Monaco alle ore 11,28) dalle 14,30 alle 20,42 (ora di partenza per Firenze) durante la quale erano state eseguite le operazioni di completamento della pulizia e di imbarco dei viaggiatori, induce a considerare le estese opportunità offerte ai terroristi per la comoda scelta del luogo più idoneo per allocare l’ordigno e per allontanarsi, con un grado di pericolo minimo, rappresentato dalla eventualità di essere scorti da qualche agente addetto alle pulizie o da qualcuno dei radi viaggiatori saliti a bordo molto prima della partenza. Se poi alle indicate sei ore (dalle 11,28 dell’arrivo, alle 14,30 in cui il convoglio venne “garato” sul binario 3 durante le quali il convoglio venne formato ed iniziate le operazioni di pulizia, i terroristi avrebbero avuto a disposizione a Roma ben nove ore per occultare in condizioni di quasi asso­luta sicurezza il loro ordigno di morte ed allontanarsi indisturbati dal treno e dalla Stazione Tiburtina.
Le indagini accuratamente espletate sulle modalità di esecuzione delle varie operazioni che l’allestimento e la preparazione del convoglio dell’Italicus richiesero, indicano come attendibile tale tesi.

E’ però altrettanto certo il fatto che il meccanismo ad orologeria dell’ordigno, dotato di un “rudimentale, pericoloso e poco funzionale congegno di sicurezza” (f 53/8a) era di così elevata sensibilità, “con la conseguente pericolosità di attivazione, movimento del treno durante, o comunque in precarie condizioni di stabilità e di sicurezza” (f. 54 ivi) da imporre con la cautela ed accortezza necessarie per l’operazione di allocazione in un posto sufficientemente celato e stabile, che soprattutto fosse ridotto al minino il rischio di intempestiva esplosione a causa dei bruschi movimenti del treno; E se la prima esigenza appariva sufficientemente soddisfatta dalle garanzie che offriva la lunga sosta alla Stazione Tiburtina prima della partenza, la seconda risultava frustrata proprio dai sicuri effetti della prima soluzione. Anche a considerare l’affidamento di stabilità che la sistemazione dell’ordigno nello spazio sottostante il sedile ribaltabile del 2° scompartimento di 1a classe della vettura tedesca, strutturalmente presentava (i rilievi illustrati dai periti in base agli effetti dell’esplosione inducono a ritenere come la più realistica quella disposizione e correlativamente la forma del contenitore dell’ordigno come quelle o quella di una valigetta 24 ore), la asserita e dimostrata estrema sensibilità del sistema di sicurezza del congegno ad orologeria era però tale da esporlo comunque agli effetti dei più vari movimenti che la vettura avrebbe subito a causa delle non imprevedibili manovre del lungo convoglio nel non breve arco di tempo tra l’allestimento (con l’aggancio del locomotore), la partenza e l’arrivo alla Stazione di Bologna centrale ove l’ordigno avrebbe dovuto esplodere. E durante tale percorso, a parte le soste, una a Chiusi-Chianciano e l’altra a Firenze, dove con la sostituzione del locomotore, avviene l’inversione dell’ordine originarlo degli elementi del convoglio.

Le premesse considerazioni suggeriscono perciò di verificare se il trasporto e la collocazione dell’ordigno non fossero possibili in località diversa da quella della Stazione Tiburtina in condizioni analoghe di sicurezza.

E’ dimostrato intanto per le dichiarazioni del conduttore Villa (f 136 ret/l°) che in quella vettura descritta retro a f.12, viaggiavano da Roma, tra 1a e 2a cl., 5 viaggiatori e che all’arrivo a Firenze il compartimento di 1a cl. ove l’ordigno era stato allocato era vuoto, e che in detta stazione venne occupato da tutta la famiglia Russo, diretta a Merano e di cui perirono i genitori ed un bambino, salvandosi altri due figli. Il treno prima di Firenze sostò solo a Chiusi-Chianciano per il tempo necessario allo sbarco ed all’imbarco dei viaggiatori, ivi diretti o di lì in partenza. E’ quindi verosimile che l’attentatore sia salito in tale stazione, abbia collocato l’ordigno nella vettura, indisturbato poiché lo scompartimento era vuoto e sia poi disceso a Firenze. Ma anche tale soluzione, più realistica di quella prima esaminata, implicava una riduzione dei margini di sicurezza che necessariamente dovevano essere calcolati e per l’ancor lungo percorso sino a Bologna (circa 4 ore) e per il rischio personale che l’attentatore correva, rimanendo per due ore sul treno (il breve tempo di sosta a Chiusi non gli consentiva di abbandonarlo ed allontanarsi dopo l’operazione di allocazione dell’ordigno) ove ben poteva verificarsi qualche imprevisto che potesse favorire la sua futura identificazione (il controllo del biglietto, ad es., di cui poteva essere sfornito).

La sosta di Firenze, invece, presentava condizioni di maggiore idoneità a soddisfare tutte le esigenze richieste dal completo successo della operazione. Intanto la durata della sosta prevista in oltre un quarto d’ora per la sostituzione del locomotore; per la lunghezza del convoglio, la necessaria dislocazione di taluna vetture (quelle di coda, all’arrivo, quelle di testa in partenza) lontano dalla pensilina centrale o dai punti del marciapiedi viaggiatori più vicini a quella pensilina, sempre affollata di viaggiatori in sosta. Inoltre la possibilità di salire senza rischio e non visti, sul convoglio, ben prima che questo fermasse, poiché l’ingresso alla stazione, cioè alla rete di servizi a questa pertinenti, è dislocato a ben oltre 1 Km dal paraurti della stazione, alla quale bisogna avvicinarsi a velocità mai superiore a 30 Km orari, ma gradualmente decrescente in correlazione alla potenzialità del sistema frenante, e di discendere ancora senza rischio pri­ma che su quella vettura salissero viaggiatori utilizzando il marciapiedi di servizio prevedibilmente deserto.

La ipotesi che l’ordigno fosse stato sistemato a Firenze, prim’ancora che dai riferimenti specifici emersi nel corso della istruttoria si proponeva come più realistica per la considerazione dell’elevata pericolosità del congegno ad orologeria che imponeva, ripetesi la sua utiliz­zazione in condizioni di stabilità ottimali, sottratte cioè, nel massimo di prevedibilità, a quelle alterazioni che i tempi e le modalità di marcia di un convoglio ferroviario lungo un percorso non breve,  razionalmente imponeva di mettere in conto.

Avvalorò infine l’attendibilità di quella ipotesi e la circostanza relativa alla condizione di quella vettura “all’arrivo alla Stazione di Firenze, con lo scompartimento poi occupato dalla famiglia Russo assolutamente vuoto e quella rilevata a denunciata subito dalla teste Lascialfari Valentina (f 10/4) secondo la quale quando il treno si fermò la portiera anteriore della vettura in que­stione – secondo il senso di marcia Roma-Firenze – era aperta lasciata verosimilmente aperta da chi vi fosse passato, per scendere o salire, prima che il convoglio si arrestasse.

Sentenza G.I.P. Vella 1980 pag 300-308

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