“La destra nel fianco” – Panorama 01.04.1971

(…) Il 13 e il 14 marzo, finalmente, la sedicente maggioranza silenziosa e la minoranza sediziosa si incontra­vano ufficialmente a Milano e a Ro­ma e sfilavano insieme fino a piazza del Duomo e all’Altare della patria.

A Milano la manifestazione veni­va organizzata dai componenti del circolo Jan Palach, sede in uno scan­tinato squallido fuori e lussuoso dentro di corso di Porta Nuova 14: 15 mila manifesti e 100 mila volantini. Attivissimi co-organizzatori erano i comitati dei genitori di alunni dei licei dove più dura era stata la con­testazione di sinistra (e più nume­rose le violenze) e il comitato di agi­tazione degli avvocati contro la ri­forma tributaria, con alla testa Adamo Degli Occhi.
Alla manifestazione, sabato 13 marzo, aderiva il capogruppo democristiano in Comune, Massimo De Carolis, 30 anni, avvocato, 7.100 voti preferenziali (« Ora conto di pren­derne 15 mila », dice), promotore an­ni fa, all’università Cattolica, di una lista elettorale di destra e attual­mente pupillo politico dell’onorevole Carlo Sangalli, andreottiano. Aderi­va Vittorio D’Ajello, 47 anni, capo­gruppo socialdemocratico in Comu­ne, avvocato (adesso è pentito: « La manifestazione è degenerata », dice, « per la strumentalizzazione che han­no tentato di operare elementi fa­scisti nel corteo »).
Per la strada, tra gli altri, si erano infilati anche molti picchiatori fasci­sti (a cui la polizia aveva fatto sa­pere, tuttavia, che un solo saluto romano o un solo grido fascista sarebbe bastato a farli arrestare). C’erano un centinaio di giovani del « servizio d’ordine » di destra. C’era, per esempio, Luciano Buonocore, 26 anni, più volte protagonista, arresta­to e denunciato, di episodi di violen­za di destra. C’era Franco Rosario Mojana, leader del gruppo Alfa, del­l’università Cattolica, specializzato in incursioni violente contro aderen­ti al Movimento Studentesco. C’era Gian Luigi Radice, anche lui pluri-denunciato per episodi di violenza.

Nonostante la loro presenza, il corteo restava ancora, nell’opinione di chi lo doveva controllare, una ma­nifestazione non fascista: « Era so­prattutto gente che per mesi aveva visto il centro bloccato dai dimo­stranti di sinistra. Erano commer­cianti di San Babila, di corso Vit­torio Emanuele. C’erano molte don­ne in pelliccia, che salutavano le amiche alle finestre, le invitavano a scendere. Per questo, molta gente, che fascista non era, si unì al cor­teo ».

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Nella manifestazione di Roma, il giorno dopo, domenica 14 marzo, era invece chiara l’impronta eversi­va fascista. La manifestazione qui era organizzata dalla neo-costituita Associazione amici delle forze ar­mate, nata a Trieste e poi gravitata verso Roma, dove abita il suo at­tuale segretario, Gino Ragno, 38 an­ni, collaboratore del quotidiano II Tempo, scapolo sempre circondato da belle donne.

Già iscritto alla Dc, poi al Msi, già segretario della sezione di Roma del­la Giovane Italia, espulso nel 1957 dal Msi, amico personale di Franz Josef Strauss, il capo della destra democristiana tedesca, nel ’62 Ra­gno ha fondato l’Associazione per l’amicizia italogermanica. In questo momento non è iscritto a nessun partito: ma la notte del 7 giugno fe­steggiava il successo elettorale del Msi nella sede di via Quattro Fon­tane 25, a Roma.

« Noi vogliamo gettare un ponte tra l’opinione pubblica, le forze ar­mate e le forze dell’ordine, costantemente vilipese e insultate », dice Ra­gno, nel quartier generale dell’asso­ciazione, un appartamento a casset­toni dorati e stoffa alle pareti, in un palazzo di corso Vittorio dove hanno sede anche l’Istituto di studi mili­tari e l’Associazione di studi parla­mentari. « La manifestazione al cine­ma Adriano era anche per solidariz­zare col ministro Restivo, contro la casa del quale erano state lanciate, pochi giorni prima, due bottiglie Mo­lotov ».

Ma quella mattina all’Adriano, i tre oratori, cui era stato raccomandato di essere brevi per non far prendere pioggia al corteo, toccarono altri te­mi. « Ci incamminiamo verso una guerra civile », disse il generale Giu­seppe Valle, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica fino al 1939. E Fer­dinando Berardini, presidente della Federazione nazionale arditi d’Italia: « Bisogna far diventare fiamma rovente il clima caldo che siamo riu­sciti a conseguire ».

Per le strade il corteo scandì, pun­teggiandoli di saluti romani, slogan come « Basta con i bordelli, vogliamo i colonnelli », « Ankara, Atene, ades­so Roma viene ». A deporre la pro­grammata corona all’altare della pa­tria, davanti al picchetto d’onore dei granatieri, ordinato in servizio dal comando militare di Roma, si pre­sentarono sotto braccio, in prima fi­la, accanto all’ex-capo di Stato mag­giore generale Giorgio Liuzzi, l’ex- capo del Sifar, generale Giovanni De Lorenzo, ora deputato monarchico, il deputato missino Giulio Caradonna e lo squadrista Mario Gionfrida, mon­co perché anni fa una granata che intendeva lanciare contro un grup­po di comunisti gli era esplosa in mano.

Discrezione. A definire il tono della manifestazione basta oggi la dichia­razione di Alfredo Covelli, segreta­rio del Pdium, anche lui presente quella mattina in prima fila: « Io par­tecipai alla manifestazione, ma non sapevo che sarebbe degenerata in una squallida esibizione di estrema destra extra-parlamentare ». Alcuni deputati democristiani, che avevano mandato la loro adesione per tele­gramma, la ritirarono dopo aver let­to le cronache.

Come per Covelli, e in maggior mi­sura man mano che ci si spostava a sinistra nello schieramento politico, i toni deliranti della manifestazione di Roma vennero interpretati come un campanello d’allarme.(…)