“E adesso i fascisti tentano la rissa” – L’Unità 18.11.1981

«Se questo qui mi fa ancora delle domande non circostanziate, non rispondo più, finisce che mi scaldo anch’io… si parla di Ordine nero, di Ordine verde, di fantomatici gruppi, si vuol mettere dentro anche Portella delle Ginestre… signor presidente, vogliamo fare questo processo o no?».

Quando Luciano Franci, accusato della strage dell’Italicus, ha smesso di urlare davanti allo sbigottito presi­dente Nigri di Montenegro, «questo qui», cioè il Pm Luigi Persico, con un sorriso appe­na accennato sotto i baffi leggerissimi, ha spiegato se­renamente: «Temevo che la bonomia del Franci prima o poi scomparisse, per lasciare il posto a questo comporta­mento. Quelle che sto facen­do sono semplici domande su fatti, persone, circostanze reali. E se la Corte vuol fare questo processo deve percor­rere con pazienza questa strada, ma se pensa di esau­rire l’interrogatorio dell’imputato in due ore, tanto vale incappucciarsi la testa e ri­nunciare alla verità».

Appena il processo per l’Italicus è entrato minima­mente nel vivo, appena si è cercato di approfondire, di scavare per chiarire in quale clima politico (e tra quali personaggi) è maturato il massacro, l’arroganza fasci­sta ha tentato di far scadere il dibattimento in rissa. Ma non era, forse, soltanto arro­ganza: il fatto è che quando Franci si è messo a urlare (e a urlare ci si è messo anche il suo difensore, l’ex federale missino di Arezzo avvocato Oreste Ghinelli, al quale Franci un tempo faceva da autista), l’imputato era in se­ria difficoltà. In crisi l’aveva messo il Pm Persico, dopo che per circa due ore il presi­dente aveva lasciato che l’ac­cusato parlasse senza che gli si muovessero contestazioni di sorta.

Franci si è trovato in diffi­coltà su una serie di doman­de che apparentemente ap­parivano ingenue e poco cal­zanti: «Lei, Franci, è stato ri­coverato per un’operazione d’appendicite all’ospedale di Montevarchi. Perché mai a Montevarchi?». Franci: «C’e­ro già stato ricoverato d’ur­genza e mi ci sono trovato bene». Pm: «Lei, Franci. co­nosce Augusto Cauchi?». Franci: «Certamente, lo ve­devo nella sede del Msi di A­rezzo». Pm: «E conosce Mirel­la Ghelli?».

Franci: «No, no, no». E su­bito dopo sono cominciate le urla. Perché? Con quelle do­mande il Pm voleva mettere in evidenza, riuscendoci, una strana coincidenza, o me­glio, alcune strane coinci­denze. La prima: nell’ospeda­le di Montevarchi, nel 1970, era stato ricoverato l’ex am­basciatore ungherese a Ro­ma Joseph Szall, che aveva avuto un incidente di macchina sull’Autostrada del So­le. L’ex diplomatico, divenu­to un dissidente, nell’ospedale aveva conosciuto il prima­rio Luigi Oggioni, che è nelle liste della P2, attraverso il quale era entrato in contatto con Licio Gelli. Con il capo della P2, Joseph Szall, aveva organizzato una «fuga dall’Est», operazione che era sta­ta affidata al colonnello dei servizi segreti italiani (an­ch’egli piduista, coinvolto nello scandalo Sindona) An­tonio Viezzer.

Seconda coincidenza: se­gretaria del primario pidui­sta Oggioni era una certa Mirella Ghelli, amante di Augusto Cauchi, dello stesso gruppo di Tuti (è latitante dai giorni della fuga di Tuti dopo l’assassinio dei due po­liziotti), del quale il Pm ha voluto ricordare un partico­lare non secondario: «L’ulti­ma telefonata prima di scomparire dall’Italia — ha detto Persico — fu fatta da Cauchi ai servizi segreti…».

Non è stato il solo momen­to di difficoltà dell’imputato. La seconda, grave crisi, Franci l’ha attraversata quando il pubblico ministero ha voluto saperne di più su una sua spontanea dichiara­zione al giudice Vigna di Firenze. In questa dichiarazio­ne, il cui verbale è agli atti del processo, Franci affermò che dal camerata Massimo Batani e dallo stesso Cauchi aveva appreso dei rapporti intercorrenti tra Licio Gelli, suo genero il giudice Marsili di Arezzo (uno dei magistrati piduisti), i servizi di sicurez­za italiani ed elementi della destra eversiva. Franci non ha voluto rispondere. Ha commentato: «Sono baggia­nate, ho inventato tutto». E il Pm ha replicato: «Lei aveva un’ottima fantasia quando parlò al giudice in quel lon­tano 8 settembre 1976». E Franci di rimando: «Se aves­si avuto quelle conoscenze, non sarei qui» (ma risulta, da sue dichiarazioni in istrutto­ria che riuscì a entrare nella amministrazione postale per interessamento del dc Bucciarelli Ducci, anch’egli uo­mo di Gelli).

A questo punto, Tuti si è intromesso: «Il Pm vuol se­minare zizzania». Terzo momento di crisi per Franci, quando il Pm gli ha chiesto se era presente, il 22 gennaio 1975, a una confe­renza tenuta da Cauchi a Ca­stiglione Fiorentino sui ser­vizi segreti. Da una rivelazione di Pietro Malentacchi si apprende che a quella con­ferenza erano presenti, tra gli altri, Tuti, Franci e lo stesso Malentacchi. Franci ora dice: «Assolutamente no». In quella circostanza Cauchi — si legge negli atti istruttori — illustrò le vicen­de d’Italia e «di come i servizi segreti fossero responsabili degli attentati terroristici». Ma non era, Cauchi, collaboratore privilegiato dei servi­zi? Per il resto, Franci ha rac­contato, o meglio non ha raccontato, di quando, quel­la notte tra il 3 e 4 agosto 1974, si trovava sul marciapiede della stazione di Santa Maria Novella di Firenze (la­vorava lì come «carrellista po­stale») e da quel marciapiede vide partire il treno «Italicus», ormai minato dalla bomba, verso Bologna e vide un poliziotto affacciarsi da un finestrino e fare un gesto, come di convalida, di assen­so. A chi? Franci dice di non sapere. Il processo continua oggi.

Gian Pietro Testa, L’Unità 18.11.1981

Annunci