Sul teste Fianchini – sentenza cassazione 1987 Corrado Carnevale

Quanto alla genuinità della fonte  il giudice di appello ha anche sostanzialmente negato ogni rilevanza a quanto dichiarato dallo stesso Fianchini, ossia di essere convinto, fin dall’origine e prima ancora di riceverne le confidenze della colpevolezza del Franci pure per la strage del treno “Italicus” e di avere, perciò, usato l’inganno, attraverso la falsa promessa di farlo espatriare in Albania, per indurlo a confessare. Invece sul piano logico la prima circo stanza concerne un pregiudizio, che incide negativamente almeno sulla retta interpretazione dei fatti da parte del testimone; la seconda rafforza quel pregiudizio così radicato da indurre al raggiro, ed inoltre è indice di propensione alla frode, con incidenza negativa sulla valutazione della personalità del testimone.      Quanto alla narrazione del Fianchini il giudice di appello ammette che il suo contenuto è schematico, privo di dettagli ed incerto sui ruoli degli accusati. Tali elementi, certi ed obiettivi, lo stesso giudice tuttavia supera in base a due argomenti: la schematicità e le incertezze sono da attribuire al Franci, del quale il Fianchini si limita a riportare la narrazione (vedi pag. 319 e 322 sent. impugnata); il Fianchini. come egli stesso sostiene, non ha chiesto particolari per non insospettire il Franci.
attentatoitalicus

Il primo argomento sul piano logico è controproducente, perché trasferisce l’elemento negativo alla assunta confessione del Franci, sicché resta indebolita alla radice , ossia nella sua fonte, la narrazione del Fianchini; ed inoltre quanto ai ruoli è contraddetto dallo stesso Fianchini, perché la sentenza impugnata ha dato atto—(vedi—pag. 66 sent. impugnata, il cui contenuto è anche riportato nel precedente paragrafo 7.5) che il Fianchini, quando gli venne contestato proprio il più evidente contrasto sul ruolo della Luddi, esclude che Franci avesse lasciato spazio a dubbi od incertezze.

Il secondo argomento presuppone la piena attendibilità del Fianchini, oggetto dell’indagine, ed inoltre sul piano logico resta non facilmente comprensibile la preoccupazione di non insospettire il Franci, se effettivamente questi avesse aderito al progetto di ripetere quelle rivelazioni pubblicamente a giornalisti. Ma in effetti proprio sul ruolo del Franci il giudice di appello non ha raggiunto alcuna certezza nella scelta tra quello di “palo”, secondo la narrazione del Fianchini, o quello di “basista” secondo quanto il giornalista Spinoso apprese dal Moscatelli, tanto che, in altra parte della sentenza impugnata (v. pag. 471), addirittura avanza la supposizione che “al limite”, potrebbe essere stato lo stesso Franci a collocare l’ordigno sul treno.  A parte che quest’ultima supposizione è del tutto gratuita, dato che è correlata soltanto  al lavoro del Franci alla stazione di Firenze, senza che, sia, indicato un qualsiasi elemento che possa dimostrare l’abbandono del marciapiedi, ove si trovava con altri, e la salita sul treno “Italicus” la notte dell’attentato, basta osservare che: la funzione di “palo” resta senza alcun logico significato nelle ipotesi diverse da quella accettata, sempre come ipotesi, dal giudice di appello sul luogo e sulle modalità di collocazione dello ordigno; anche nell’ipotesi del giudice di appello tale funzione sul piano logico si presenta non adeguatamente giustificata e giustificabile, tanto che lo stesso i giudice ammette espressamente (pag. 425 sent. imp.) che per la posa dell’ordigno era sufficiente una sola persona, supponendo, poi, l’utilità della presenza di un complice sul luogo per fronteggiare eventuali imprevisti, attività che, tuttavia, riconosce non corrispondente al compito tipico del “palo”, osservazione che supera con altra supposizione ossia che quel termine sia stato adoperato dal Franci in senso improprio in una “descrizione estremamente sintetica del fatto”; tale ultimo argomento da un lato dimostra la rilevata genericità della narrazione e, d’altro lato, non tiene conto che la assunta confessione del Franci viene riferita dal Fianchini, il quale, con una lunga carriera delin­quenziale in materia di furti (come ritenuto in altra parte della sentenza), bene sapeva quale fosse la funzione tipica dei “palo”. Ai fini dell’attendibilità del Fianchini acquista rilevanza, secondo il giudice d’appello, il punto concernente lo, scopo dell’evasione, dal Fianchini indicato nel proposito di condurre il Franci, con la sua volontaria adesione, davanti a giornalisti per fargli ripetere le sue rivelazioni.

Ora a questo scopo sono  contrari, sul piano logico, due circostanze: l’abbandono del Franci, subito dopo l’evasione, da parte del Fianchini e del D’Alessandro; l’invito di Franci al Malentacchi di partecipare alla evasione con la prospettiva di un espatrio clandestino in Albania.
Il giudice di appello ha ritenuto di potere superare queste due circostanze, sicuramente accertate, in base a due elementi: l’indicazione da parte di Franci di un recapito (la cameriera “Mary”) ove rintracciarlo e la prospettiva dell’espatrio in Albania. Si tratta di due elementi desunti , in base a corrette argomentazioni, dalla effettiva esistenza della cameriera, facilmente rintracciabile, ed in rapporti di amicizia con il Franci, e dalle ammissioni di Malentacchi in appello, delle quali non esistono ragioni per dubitare. Ma quello che manca è il collegamento, razionalmente dimostrato e spiegato, tra quei due elementi e lo scopo della pubblica denuncia attraverso la stampa, in quanto l’indicazione di “Mary” è sufficientemente giustificata dall’opportunità di mantenere i contatti per il progettato espatrio e questo ultimo trova adeguata spiegazione nell’evasione in se stessa, mentre l’altra correlazione è stata ritenuta con motivazione apodittica od incongrua ed illogica. Quanto all’invito al Malentacchi il giudice di appello (pag. 355 – 356 sent. imp.) ha messo in rilievo che il discorso sull’evasione venne “troncato”, avendo subito il Malentacchi considerato inattuabile il progetto di espatrio in Albania ed ha poi ritenuto che le pubbliche rivelazioni non avrebbero potuto trattenere il Franci dal mettere al corrente dell’evasione il Malentacchi, al quale, evadendo ed espatriando in Albania, nessun danno sarebbe derivato da quelle rivelazioni. In sostanza, non potendo evidentemente essere nascosto al complice nell’evasione il proposito di fare pubbliche rivelazioni, se effettivamente esistente, il giudice di merito affida alla sola prospettiva dell’espatrio l’opinione del Franci che anche il Malentacchi si sarebbe indotto ad aderire a quel proposito. Siffatta possibile adesione del Malentacchi alle pubbliche rivelazioni è, però, una mera supposizione del giudice, mentre finanche al Franci, per quanto sprovveduto egli fosse, non poteva sfuggire la concreta probabilità  con conseguenze palesemente negative per l’attuazione della stessa evasione che il Malentacchi si opponesse decisamente a quelle rivelazioni non necessariamente, correlate all’ evasione e comportanti gravissimi rischi per accuse da ergastolo.

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Peraltro il Malentacchi era detenuto per altri fatti con posizione meno grave di quella del Franci, tanto che sarà poi assolto per insufficienza di prove dai  tre attentati ai treni e condannato a cinque anni di reclusione per altri reati. Senza una adeguata spiegazione su questi punti – del tutto trascurati dal giudice di appello— non possono, sul piano logico, ritenersi compatibili le pubbliche rivelazioni e la partecipazione del Malentacchi all’evasione. Quanto all’abbandono del Franci il giudice di appello, poiché premessa al suo ragionamento sono le ragioni dell’abbandono, ha ritenuto che dovesse ricercarsi nel mancato arrivo sul posto del veicolo che avrebbe dovuto assicurare un rapido allontanamento degli stessi, dato che il Franci non era in grado di camminare speditamente a lungo, per il suo fisico, e non poteva recarsi alla stazione ferroviaria di Arezzo, ove era conosciuto. Ma l’intervento dell’automezzo, anche se assicurato dal Fianchini al Franci, prima dell’evasione (come ammesso pure dal Franci), è rimasto affidato alla sola parola dello stesso Fianchini, che il giudice di appello ha ritenuto credibile sotto il riflesso che appariva giustificato il silenzio del Fianchini su chi fosse stato incaricato di procurargli l’automezzo.
Proprio questo è uno dei punti in cui doveva essere, invece, vagliata attentamente la personalità del Fianchini, con riferimento anche all’accertato raggiro sul promesso espatrio in Albania mediante pescherecci, di cui il Fianchini non aveva alcuna possibilità di usufruire.

Sentenza cassazione Italicus 1987 pag 48-55- Corrado Carnevale

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