“Si può parlare ad Arezzo di Gelli e le sue trame?” – Vasco Giannotti 13.01.1982

Venerdì 8 gennaio: Mario Marsili, genero di Licio Gelli, iscritto anche se “in sonno” nella lista della P2, riappare come componente della Corte in un processo che si celebra presso il tribunale di Arezzo. Marsili dunque, dopo una lunga vacanza, sembra pro­tetto anche da un perentorio intervento di qualche autori­tà superiore perché lo si lasci lavorare in pace, è tornato a svolgere il suo delicato compi­to dì giudice, nonostante che nei suoi confronti siano aper­ti davanti al Consiglio supe­riore della magistratura al­meno due procedimenti disci­plinari. Ma non è il solo caso, purtroppo. Altri magistrati a­retini iscritti alla P2, che ope­rano in altre sedi, hanno tranquillamente continuato ad occupare i loro posti. E hanno ripreso possesso delle loro funzioni anche alcuni di quei personaggi tramite i qua­li Gelli aveva stabilito un filo diretto con altri delicatissimi ambienti di questa città come la questura, la guardia di fi­nanza, gli uffici finanziari, il mondo economico. È un dato motto inquietan­te e non certo solo aretino, ma molto più generale. Si vanno ricomponendo le tessere del mosaico sull’onda di quelle grandi manovre in atto a tutti i livelli per cercare di inqui­nare le prove, di rallentare ed ostacolare la ricerca della ve­rità, di insabbiare anche que­sto gravissimo scandalo della P2.

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Lunedì 11 gennaio: in quel­la stessa aula del tribunale viene condannato a otto mesi di carcere il compagno Sergio Nenci, responsabile della stampa e propaganda della Federazione aretina del PCI. È la prima sentenza per la P2 in Toscana, la prima in Italia, tolta quella del pretore di Messina. Una condanna pe­sante inflitta non ad un pi­duista ma ad un comunista ritenuto colpevole per aver redatto un volantino dove ve­nivano riportati, con assoluta fedeltà, i punti salienti di un dibattito avvenuto nel Consi­glio comunale di Arezzo sulle vicende della P2. Secondo il tribunale di Arezzo, quindi, fare cronaca di un pubblico dibattito consiliare è reato. È reato riferire quanto dichia­rato in tale assise da un consi­gliere comunale. Questo è solo l’avvio. Tra poco, per reati analoghi dovranno presentarsi davanti al tribunale il segretario della federazione comunista, due giornalisti dell’Unità, il diret­tore di Radio Torre Petrarca, emittente locale democratica. Con altri nomi e con altri personaggi si ripete la vicen­da di Lucca, dove è finito sot­to processo il segretario pro­vinciale del PCI, querelato dal piduista Danesi. È solo ironia della sorte che sul banco degli imputati fini­scano gli accusatori e non gli accusati? È sempre e soltanto ironia della sorte che il primo ad essere colpito è proprio un comunista che cercava one­stamente di informare la gen­te su una vicenda così allar­mante come la P2?

Una vergognosa sentenza dunque quella del tribunale di Arezzo, prima di tutto gra­vemente lesiva del diritto di informazione e di cronaca, del diritto dei cittadini a cono­scere e sapere quello che di­scutono i loro rappresentanti democraticamente eletti di frante a problemi di così gran­de interesse pubblico.
A dir la verità non era mai accaduto prima: è accaduto solo quando i comunisti han­no messo le mani su questioni che scottano molto, quando hanno preteso di aprire uno squarcio su piccoli santuari che molti ad Arezzo si illudo­no di tenere ancora al riparo di ogni forma di controllo de­mocratico. E c’è persino il so­spetto che alcuni abbiano ten­tato di coprire fatti molto tor­bidi che sono avvenuti ad Arezzo negli anni passati.

È emblematico ripercorrere il modo con cui si è giunti al processo ed alla sentenza di lunedì. Il 3 giugno 1981 du­rante il dibattito in Consiglio comunale, a sostegno di quan­to andava già emergendo ri­spetto a precisi collegamenti tra loggia massonica P2, am­bienti dell’estrema destra a­retina ed il gruppo terroristi­co di Mario Tuti che ad Arez­zo aveva reclutato molti personaggi nelle stesse file del MSI, il gruppo comunista sentì il dovere di mostrare al­cuni verbali di interrogatorio allegati agli atti del processo per l’uccisione del giudice Occorsio e una sentenza del giu­dice bolognese Vella. In questi documenti erano contenute prove di rapporti tra Gelli ed i terroristi neri e si ipotizzava­no reati gravissimi per il se­gretario del MSI aretino avv. Oreste Ghinelli, che ora ritro­viamo come difensore di Franci e Malentacchi impu­tati per la strage dell’Italicus davanti alla Corte di Assise di Bologna.
Il giorno dopo il Consiglio comunale, numerosi organi di informazione, non solo areti­ni, scrissero la cronaca del di­battito. La Federazione co­munista pubblicò il volantino poi incriminato. Ghinelli querelò i comunisti. Le sue de­nunce finite sul tavolo della Procura della Repubblica di Arezzo hanno avuto un cam­mino contorto. Come risulta infatti dalle carte processuali alcuni magistrati s’erano in­fatti espressi per l’archivia­zione. D’altra parte lo stesso pubblico ministero ha sostenu­to l’assoluzione in quel pro­cesso che invece ha visto il compagno Nenci condannato così duramente. La verità è che il missino Ghinelli ha po­tuto controllare, passo dopo passo, l’evolversi di questa vi­cenda giudiziaria, tanto che la Procura di Arezzo ha dovuto passare tutta la questione a quella di Firenze con una motivazione a dir poco scon­certante.

L’ha riferito l’avv. Tarsia­no nel corso della sua lucidis­sima difesa del compagno Nenci. Il procuratore capo di Arezzo, trasmettendo gli atti a Firenze, scrive infatti che l’avv. Ghinelli ha dimostrato «animosità ed intolleranza», che ha protestato contro il suo operato con «tono esaspe­rato ed irruente«. Il procura­tore capo di Arezzo conclude affermando di trovarsi «in condizioni di vero disagio, non potendo avvalersi della colla­borazione dei colleghi in ferie, né ritiene di avvalersi della collaborazione del dr. Anania che potrebbe non tornare gra­dito all’avv. Ghinelli». Di fronte a queto processo si ripropongono ancora in modo più allarmante tutti gli interrogativi sui quali da anni i comunisti aretini hanno cer­cato di richiamare l’attenzio­ne e l’impegno dei pubblici poteri, la vigilanza di tutte le forze democratiche.

Se qualcuno ha ancora mo­tivo per dubitare sulla nostra caparbietà può andare a rive­dere il contenuto di una in­terrogazione che i parlamentari comunisti hanno presentato mesi fa al Senato ed alla Camera. In questa interroga­zione, tra l’altro, si ricorda di un incontro avvenuto più di cinque anni fa, esattamente l’11 agosto 1976, tra una dele­gazione di parlamentari del PCI ed i ministri dell’Interno Cossiga e della Giustizia Bo­nifacio per informare sulla si­tuazione dell’ordine pubblico ad Arezzo. E già allora in quella sede furono richieste indagini precise su collegamenti tra la Loggia P2 di Li­cio Gelli e le trame eversive di destra e fu messo in evidenza il particolare della magistra­tura aretina, e il modo di fun­zionare del Tribunale di Arez­zo dove sembrava che quanto­meno si sottovalutasse quan­to di grave già allora emerge­va. Quegli interrogativi, quei dubbi, quelle perplessità, quelle denunce, attendono oggi più di ieri una risposta chiara e definitiva.

“L’Unità” 13.01.1982

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