Maria Luisa Scala – dichiarazioni 17.06.1981

ADR. Ero presente a Roma quando mio marito si è recato a Milano per rendere l’interrogatorio al giudice Dell’Osso. Quando Luciano è tornato a casa era molto preoccupato perché temeva di essere incriminato per la scomparsa di un suo memorandum concernente una indagine su Gelli che aveva svolto quando prestava servizio presso il Centro Occulto della Guardia di Finanza a Roma. Tale scomparsa era comprovata dal fatto che il documento in questione – secondo l’informazione avuta da mio marito – sarebbe stato trovato tra la documentazione sequestrata nella villa di Licio Gelli. Mio marito era anche preoccupato perché alcuni anni fa si era iscritto alla massoneria per far un piacere al suo amico Paolo Maranini di Ravenna. Conoscemmo il Maranini quando Luciano prestava servizio a Ravenna, ove costui svolgeva funzioni di vice intendente di Finanza e per tale qualità aveva frequenti rapporti di lavoro con mio marito. Tra noi si è instaurato un rapporto di amicizia, tanto che il Maranini, spontaneamente, ci prestò 5 milioni per comprare la casa di via Primo Carnera, somma che abbiamo restituito. A tali versamenti si riferiscono le ricevute di vaglia postale che la SV mi esibisce nonché la matrice di assegno di c/c n. 8401120 tratto sulla BNA per L.1.703.000 il 20.1.1980 a favore del Maranini.
ADR. So che mio marito dopo la deposizione resa a Milano ha contattato telefonicamente il Maranini, ma non so se i due si siano incontrati. Qualche giorno dopo l’interrogatorio, mi invitò caldamente ad andare fuori Roma con il piccolo Davide: mi disse che potevano sorgere complicazioni e che, non meglio precisate persone, potevano rifarsi su me e sul bambino. Io cercai di tranquillizzare Luciano e quest’ultimo mi fece leggere una lettera che aveva predisposto per il giudice Dell’Osso al fine di chiarire la sua posizione. Luciano mi giurò che tutta la verità in ordine alla vicenda del documento era contenuta in quella lettera. Io gli dissi che se anche lo avessero arrestato gli sarei stata sempre vicino e di non preoccuparsi delle conseguenze. Luciano si diceva ovviamente innocente in ordine ad una eventuale imputazione ma esprimeva il suo dubbio circa la possibilità di provare la sua estraneità ai fatti. Mi disse comunque che se lo avessero arrestato, dovevo interessarmi di fornirlo di un buon avvocato. Sinceramente, anche nel corso dei colloqui telefonici che abbiamo avuto tutte le sere dopo che andai a Como, Luciano non è mai apparso tanto agitato per la vicenda da ritenere che la stessa sia stata la causa del suo suicidio. Vi sono in effetti una serie di interrogativi che ancora adesso non sono riuscita a spiegarmi. Poco prima che partissi per Como, Luciano, temendo una perquisizione, bruciò nel caminetto di casa alcuni documenti, che mi disse essere di poca importanza, portando poi le ceneri nel raccoglitore dei rifiuti. In seguito Luciano mi disse di essere riuscito e di aver accertato e che era pedinato senza fornirmi particolari.
In tale circostanza, sempre a dire di Luciano, l’aveva constatato anche in altra occasione, sempre dopo l’interrogatorio di Milano.
Luciano inoltre mi disse di essere certo che avesse il telefono sotto controllo, senza tuttavia dirmi la ragione di tale convinzione. Debbo anche dire che, come le precedenti sere, ebbi un colloquio telefonico con Luciano, anche la sera prima che si suicidasse, verso le ore 23. Tale colloquio lo definisco “strano” nel senso che Luciano tenne con me una condotta formale e frettolosa, come di una persona che parla al telefono mentre accanto a sé si trova un estraneo.
ADR. Luciano non girava mai armato, salvo che non stesse compiendo delle operazioni, e ricordo che prima di partire, mi disse – non so per quale ragione –  che teneva il fucile da caccia in cantina e la pistola di ordinanza sul cassetto della scrivania dell’ufficio.
ADR. Nel periodo in cui Luciano era di servizio a Ravenna compì da ultimo due operazioni molto importanti una concernente una raffineria e una riguardante una cooperativa comunista. Luciano mi riferì che per entrambe queste operazioni aveva ricevuto notevoli pressioni da Roma (anche da un ministro) e che per la cooperativa comunista aveva ricevuto anche offerte in denaro. Ricordo inoltre che Luciano si diceva stupito del perché la stampa locale non avesse fatto alcun cenno della operazione concernente l’impresa petrolifera che pur era stata assai rilevante anche perché aveva coinvolto grossi nomi di Ravenna. Il trasferimento a Roma presso l’ufficio I venne come un fulmine a ciel sereno e Luciano lo spiegò nel fatto che era considerato un elemento “scomodo” a Ravenna. Infatti, prima che lui prendesse servizio a Ravenna, la guardia di Finanza del luogo godeva di pessima fama circa la correttezza ed integrità di alcuni dei suoi uomini, mentre Luciano era riuscito a mettere a posto le cose con l’aiuto di colleghi. Giunto a Roma alle dipendenze di Lo Prete, Luciano trovò in un primo tempo difficoltà di inserimento. Successivamente passò al Centro Occulto dove rimase alcuni anni, assumendone negli ultimi otto mesi il comando. Fu proprio in tale periodo che Luciano ebbe alle proprie dipendenze Renato Mancusi, persona nel conto del quale tanto mio marito che altri colleghi si sono sempre espressi in termini assai sfavorevoli (era addirittura soprannominato “monnezza”) e di cui si diceva fosse l’uomo di Lo Prete. Dopo essere stato interrogato dal giudice Dell’Osso, mio marito mi disse che sospettava di Mancusi come il trafugatore dei documenti che riguardavano Gelli senza però dirmi perché formulava tali sospetti che però mi prospettava in termini di certezza. Il Mancusi, dopo aver assunto il comando del Centro Occulto, venne trasferito con la caduta di Lo Prete, in Sicilia; sostanzialmente in Sicilia non prese servizio e, dopo un lungo periodo di aspettativa, si dimise dal corpo. Per quanto mi risulta desso fa l’avvocato. Anche il trasferimento a Napoli di Luciano giunse del tutto inaspettato, data la brevità del periodo di comando del Centro Occulto.
ADR. Escludo, per quanto a mia conoscenza, che Luciano abbia mai incontrato personalmente Licio Gelli.

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