Gli scritti di D’Alessandro e le valutazioni del giudice Vella sul ruolo dell’avvocato Ghinelli

Nelle sue note di diario il D’Alessandro, con le con­siderazioni sulla sua vicenda egli si protesterà sempre innocente del delitto per il quale venne poi condannato dalla Corte d’Assise di Arezzo a 16 anni di reclusione -, sulla sua condizione personale e familiare, sui suoi studi ed i suoi rapporti sentimentali, registra rifles­sioni stilla vita carceraria, stilla giustizia e sul suo processo ed interessanti descrizioni di personaggi, epi­sodi e situazioni del piccolo universo in cui andava tristemente evolvendo la sua giovane personalità.

Occorre subito rilevare a proposito degli scritti del D’Alessandro che, certa la loro autenticità, non può disconoscersene l’indubbio valore documentario e, quan­to alle osservazioni di ambiente ed ai riferimenti circostanziali di cui sono cospicuamente disseminati, la loro incontestabile validità probatoria. Si opporrà a tale tesi l’osservazione della mancanza di conferma e di ratifica di quegli scritti da parte del loro autore, tuttora latitante; è però questa osser­vazione non pregevole per il rilievo della natura e del­la struttura del procedimento di formazione del libero convincimento del giudice, a costituire il quale pos­sono essere legittimamente assunti tutti quegli elemen­ti di fatto di cui è dato operare un riscontro obbiet­tivo e razionale e della cui utilizzazione sia fornita motivazione logica e persuasiva.

Da quegli scritti si apprende che nel piccolo univer­so carcerario di Arezzo (53 detenuti) il gruppo dei neofascisti aretini godeva di non dissimulata simpatia da parte di elementi del personale di custodia; che ta­luni membri di quel gruppo, pur esaltando l’ideologia cui avevano ispirato le loro imprese di violenza, non disdegna­vano tuttavia contatti con gli avversari politici, favori­ti naturalmente dall’angustia degli ambienti e dalle leg­gi ineludibili della convivenza necessaria; – che i mag­giori esponenti della piccola cellula neofascista erano difesi dall’avv. Ghinelli, all’epoca commissario straordinario della federazione aretina del MSI ed indicato da insospettabili fonti (la De Bellis f. 102 ; il Brogi: f, 34 e 48; il Rossi Giovanni f. 68/r/48) come il nume tutelare del gruppo, il finanziatore dello stesso, il leader carismatico del neofascismo aretino (emerse tali circostanze nel corso della istruttoria del procedimento contro Balistreri ed altri, n. 270/74: f»62/42, venne­ro denunciate dal G.I. di Bologna al PM di Arezzo; ma a questo ufficio non è nota la sorte riservata a quel­la denuncia), avvocato ed uomo politico che di certo godeva di non platonico prestigio nell’ambiente carcera­rio e non, se già il 21 dicembre ‘75 poteva disporre della fotocopia non autenticata dell’ufficio – quindi verosimilmente acquisita favoris gratia — della let­tera diretta alla direzione dell’Espresso dagli evasi D’Alessandro e Fianchini (ff. 60 e 61/42) rinvenuta con gli scritti del D’Alessandro e prodotta all’inizio dell’interrogatorio del Franci da parte di quest’ufficio (f. l/50) – documento costituente corpo di reato o co­munque attinente ad un reato e relativa a due coimputati del Franci che alla immediata conoscenza di quello scritto non era legittimato ad accedere.
A tal riguar­do è opportuno considerare il fatto che mentre l’avv. Ghinelli poteva disporre subito, ed illegittimamente, di quel documento, al giudicante invece che aveva richiesto et pour cause, tutti gli scritti del D’Alessandro in vi­sione per rilevare notizie e riferimenti alla strage dell’Italicus in essi ricorrenti secondo non isolate ed insi­stite notizie di stampa, veniva trasmessa la fotocopia di un solo piccolo brano (8 righi: tratti dal f. 22/56) (il volume delle fotocopie, fasc. 56, conta oltre 380 pagine), nell’assunto che esso contenesse il solo riferimento all’Italicus (di qui ad un istante si rileverà il contra­rio). Solo con l’esplicita e perentorio richiamo al dovere di esibizione di cui all’art. 342 C.P.P., quest’ufficio poté acquisire la necessaria e doverosa conoscenza di tutti quei documenti (ff. 63, 64, 68, 69/42).
E’ certo, per quanto è legittimo desumere dalle sof­ferte pagine del D’Alessandro, che i pupilli dell’avv. Ghinelli ed i gregari del Tuti, dovevano respirare una atmosfera carceraria materiata di particolare comprensione, di quasi compiacente solidarietà, che il D’Alessandro coglie e descrive, anche se talora con punte di non immo­tivato disperato risentimento per la sua condizione evi­dentemente deteriore rispetto a quella dei fascisti.

Sentenza ordinanza G.I. Vella 1980 pag 247-249

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