Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 prima parte

PRESIDENTE. Proseguiamo oggi l’audizione del senatore Giulio Andreotti che è qui ancora una volta e di questo lo ringrazio. Prima di dare la parola ai colleghi, vorrei fissare alcuni principi per l’audizione, alcuni monocraticamente, altri da valutare insieme alla Commissione. Come voi sapete, il senatore Andreotti è oggetto di due noti processi penali, che si svolgono uno a Perugia e uno a Palermo. Voglio allora dire subito che non riterrò ammissibili domande che possono in qualche modo riguardare questi due processi. Lo faccio per due considerazioni, la prima delle quali è di carattere istituzionale, circa il rapporto tra indagine parlamentare e indagine giudiziaria. In molti paesi occidentali le due indagini non possono essere contemporanee e al Parlamento è inibito indagare su vicende che sono oggetto di indagini giudiziarie. In Italia non abbiamo questa regola: se così fosse, noi non potremmo indagare sulle stragi, che sin dall’inizio della vita della Commissione sono sempre stato oggetto dell’indagine giudiziaria. Dobbiamo però muoverci su un difficile crinale, e quindi non possiamo creare interferenze tra i due versanti. Aggiungo poi che vi è da considerare una esigenza di garanzia. Infatti, il senatore Andreotti è qui in sede di libera audizione, non è munito di difensore, e quindi io porrò un ostacolo a qualsiasi domanda che mi sembrerà poter interferire con i due processi, salvo che il senatore Andreotti di sua volontà non mi faccia sapere che intende rispondere a quella domanda. L’altro principio, sul quale dovremmo metterci d’accordo, riguarda invece il tempo degli interventi. Vorrei assegnare un tempo di sette minuti a ciascuno dei Commissari, i quali cercheranno di utilizzare tale tempo per fare delle domande brevi, secche ed incisive, senza fare discorsi, dissertazioni, commenti e valutazioni, che sono cose che potremo fare quando inizieremo a discutere tra di noi sulle conclusioni cui dobbiamo pervenire.
(…)
MANCA. Signor Presidente, cercherò di essere breve e di fare domande appunto brevi e secche: incisive non lo so, dovrebbero essere giudicate dagli altri. Presidente Andreotti, toccherò, per così dire, due temi e mezzo. Il primo è relativo alla reazione dell’onorevole Moro all’arresto del generale Miceli; poi qualche domandina sul generale Maletti; quindi qualcosa sulla Gladio, ivi compresa una notizia – se la conosce – riguardante l’organizzazione cosiddetta Ossi. Salto il preambolo e le faccio le prime domande. Come giudicò le parole di stima e di solidarietà che l’onorevole Moro volle indirizzare al generale Miceli dopo il suo arresto? È vero, a suo parere, che il generale Miceli e Mino erano particolarmente vicini all’onorevole Moro? A suo parere, ha qualche fondamento la tesi, sostenuta da molte ricostruzioni storiche, secondo cui il generale Maletti sarebbe stato in qualche modo «andreottiano», come si suol dire? E, a proposito di Maletti, quest’ultimo sostiene – ce lo ha detto a Johannesburg – di essere stato in disaccordo con la politica filo-araba del governo italiano dell’epoca, in particolare con il trasferimento di armi alla Libia, considerandola scarsamente compatibile con la lealtà nei confronti degli Stati Uniti. Il generale Maletti è teso pertanto a ricondurre a questa ragione il suo contrasto personale con il generale Miceli. Possiamo sapere, Presidente Andreotti, quale fu la sua personale posizione in merito a questa linea politica? Passo al secondo gruppo di domande, sulla Gladio. Per quanto attiene alla rimozione del segreto sull’organizzazione Gladio, nel 1990, come si sa e come ha confermato in questa Commissione, lei decise di rimuovere il segreto di Stato, ritenendo che la situazione internazionale fosse tale che non vi era più bisogno di quell’organismo. Ci può dire se acquisì in merito il parere preventivo dei Ministri competenti? Quella decisione fu concordata con il Presidente della Repubblica? Fu concordata con il Governo degli Stati Uniti, partner nell’accordo stipulato? Quali reazioni determinò la decisione del Governo italiano nell’ambito dell’Alleanza? Quale reazione determinò la sua decisione da parte del Presidente della Repubblica? Ebbe a questo riguardo colloqui, preventivi o successivi, con il capo dell’opposizione, onorevole Occhetto, o con altri esponenti del mondo politico, imprenditoriale o dell’informazione?
Infine, ci può dire se era a conoscenza dell’organizzazione dei cosiddetti Ossi (Operatori speciali dei servizi segreti) di cui avrebbe fatto parte un addestratore della Gladio, il maresciallo Licausi, una organizzazione preposta ad attività di guerra non ortodossa?

PRESIDENTE. La ringrazio per la sinteticità e precisione delle sue domande, senatore Manca.

ANDREOTTI. Ritengo che le parole di apprezzamento dell’onorevole Moro, in modo particolare una lettera che egli mandò al generale Miceli, debbano essere interpretate sotto un profilo umanitario e non sotto quello di condivisione di una politica, segnatamente in dissenso da quelle che erano iniziative adottate prima dai magistrati e poi da me (in quanto avevo dovuto rimuovere il generale Miceli dal suo incarico e avevo dovuto annullare anche la sua destinazione a comandare il Corpo d’armata di Milano). Per quello che riguarda le dichiarazioni del generale Maletti, non so bene cosa voglia dire «andreottiano». Certamente, con il generale Maletti il mio è stato un rapporto solo formale, d’ufficio. Personalmente l’ho visto soltanto due volte, la prima, come ho ricordato l’altro giorno, quando venne a rendermi edotto dell’inchiesta che lui aveva fatto sul golpe Borghese; la seconda, quando venne a dirmi dell’iniziativa di approfondimento nei confronti del partito che quel signor Foligni stava allestendo, di cui il Servizio si era occupato legittimamente, anzi doverosamente (in quanto si parlava di una formazione politica che faceva affidamento su militari e su ambasciate straniere); mi disse: «Guardi, abbiamo fatto le indagini, si tratta di quattro «sfessati» (o un’espressione equipollente). Per il resto, che vi sia stato un dissenso all’interno dei Servizi nei confronti della cosiddetta politica araba è una interna corporis che a me non fu mai manifestata; peraltro non ritengo che fossero i Servizi ad adottare la linea politica, bensì i responsabili politici.
L’opinione di Maletti che la fornitura di armi – oltretutto, se non vado errato, da parte dell’Oto Melara, società a partecipazione statale, del tutto in conformità delle leggi – fosse un modo di contrariare gli Stati Uniti è un’opinione, non voglio dire apprezzabile, perchè non l’apprezzo molto, comunque un’opinione personale che non devo io commentare. Per quanto riguarda la pubblicazione dell’elenco degli appartenenti della struttura Gladio, non dovevo domandare a nessuno; vi era un apprezzamento politico, essendo una struttura predisposta per il caso di invasione dell’Italia ed essendo completamente cambiata la situazione politica internazionale. Non essendovi quindi alcun motivo (almeno allo stato) di temere invasioni, a mio avviso era più che dovuto rendere pubblico quell’elenco. Arrivammo alla decisione dopo una riunione, che ho ricordato l’altra volta, fatta con i responsabili dei Servizi, con il Comandante dei carabinieri, il Capo della polizia ed altri colleghi Ministri competenti. Nella riunione dicemmo: «Se vi sono elementi che voi ritenete debbano essere coperti dal segreto, diteli, noi li valuteremo». Però dissi pure che se qualcuno non diceva tutta la verità in quella occasione, si poteva considerare dimissionario; perchè era veramente un atto dovuto.

gianadelio maletti

E che vi sia stata, secondo l’opinione di alcuni e dello stesso ammiraglio Martini, una reazione internazionale, a me non risulta affatto. Anche nei mesi successivi, ho avuto occasione di incontrarmi con colleghi Capi di Governo e di parlare con gli americani: non ho sentito una sola lamentela per questo. So che poi anche altri paesi hanno fatto lo stesso. E ritengo che non vi era nessun motivo per fare diversamente. Della organizzazione Ossi ho appreso l’esistenza solo di recente, in occasione di un processo che c’è stato. Per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, con cui ero in contatto si può dire quotidiano, non ho mai avuto da parte sua manifestazioni di dissenso circa la pubblicazione di questi elenchi o sulla messa a conoscenza del Parlamento – specificamente della Commissione – delle liste di composizione dell’organizzazione.

PRESIDENTE. Senatore Andreotti, mi consenta la richiesta di un chiarimento. La questione di Miceli e di Maletti ci riporta all’indagine sul golpe dell’Immacolata. Ho riletto il verbale che abbiamo approvato della sua audizione e lei ci ha confermato di ritenere quell’episodio grave, da non sottovalutare. Poichè normalmente lei non è persona che enfatizza le cose, che lei ci abbia detto che è una questione che deve essere tenuta in considerazione è un fatto che valuteremo. Lei ci ha anche detto che probabilmente il golpe si arresta perchè Almirante non dà la solidarietà del Movimento Sociale Italiano. Da questa ricostruzione però Borghese fa la figura di uno sprovveduto, perchè era mai pensabile che si potesse progettare un colpo di Stato con la guardia forestale, un po’ di giovanotti scalmanati e armati che si erano radunati in una nota palestra, senza che ci fosse un qualche affidamento di qualche copertura politica importante e, soprattutto, che ci fosse un affidamento sulla non reazione delle Forze armate e degli apparati di sicurezza Quello su cui mi sono interrogato è che Borghese non era uno sprovveduto; la sua storia, il ruolo che ha avuto durante tutta la Resistenza, della X Mas, il modo con il quale viene salvato nel 1945, descrive Borghese come un uomo d’arme ma anche come un uomo che conosce la logica del potere, e direi anche la logica occulta del potere. È verosimile che si sia messo alla testa di un’avventura di questo tipo senza avere una serie di affidamenti che a un certo momento vengono meno, o forse fin dall’inizio era stato deliberato che venissero meno per farlo «scoprire», e poi arrestare a un certo momento l’intero movimento? La sua valutazione su questo, qual è?

ANDREOTTI. Intanto vorrei confermare quel che ho detto l’altro giorno, che nella istruttoria fatta dalla Procura della Repubblica e nella requisitoria che ho inviato alla Commissione, e che può essere letta, si conferma che quanto ha detto Maletti, cioè che l’istruttoria del procuratore fosse stata superficiale, è completamente falso. L’istruttoria fu molto approfondita e anzi, se eventualmente c’è da poter fare una critica alla requisitoria – potrete leggere quel documento – è che forse è stata di un’eccessiva severità.

PRESIDENTE. Senatore, la mia domanda è proprio questa: forse è non aver dato risposta alle domande che ho posto che rendeva debole quell’ipotesi accusatoria.

ANDREOTTI. Aggiungo che dopo le arringhe dei difensori – anche questo è depositato nella documentazione che ho chiesto al senatore Vitalone e che ho inviato alla Commissione – Vitalone riprese la parola proprio nei confronti del generale Miceli dicendo che, se l’attribuzione specifica del reato addebitato a Miceli era meno grave, però il suo ruolo e proprio la sua funzione rendevano molto più forte la sua responsabilità. Alla domanda: «aveva valutato le proprie forze il Borghese?»… Io non l’ho conosciuto, quindi non so se avesse questa capacità di valutazione e se pensasse che, creando una condizione di eccezionalità, cioè in una notte di vigilia di un giorno festivo (quando in fondo gli apparati dello Stato sono normalmente meno guarniti) andando a occupare la radio e compiendo anche azioni ciò provocasse una specie di consenso militare. Credo probabilmente sia stato vittima di informazioni sbagliate che gli venivano date; perchè credo di aver conosciuto in profondità le Forze armate e non ho mai pensato che fossero disponibili come tali per manifestazioni contro l’ordine costituzionale, contro la legalità. Chi si faceva illusione di questo genere era, nell’ipotesi migliore, un visionario. Se guardiamo anche alla qualità umana delle persone che stavano intorno al principe Borghese…

PRESIDENTE. Erano di basso livello.

ANDREOTTI. Probabilmente sono vere entrambe le ipotesi, cioè un timore oggettivo che il gesto potesse veramente sovvertire l’ordine costituzionale non sarebbe fondato, però una valutazione grave su quello che fu l’atto è altrettanto fondata. Nel documento di Vitalone si riporta, per esempio, il testo del messaggio che Borghese aveva (o gli avevano) preparato con un appello al Paese perchè tutti riconoscessero qual era la verità, la giustizia, la bandiera e cose del genere.
A mio avviso è stato più che giusto irrogare delle condanne, però storicamente la libertà in Italia non ha corso un oggettivo pericolo. Sono due cose che non sono in contrasto come valutazione, nè credo veramente che potesse fare affidamento reale su appoggi consistenti.

CORSINI. In questa sede mi limiterò ad avanzare domande e non esporrò valutazioni in merito al contenuto dell’audizione della volta scorsa. Sento però il dovere, anche alla luce di polemiche giornalistiche che ho potuto leggere e senza voler qui anticipare valutazioni o la discussione che si farà nell’Ufficio di Presidenza di manifestare apprezzamento, stima e anche solidarietà personale al presidente Pellegrino, che mi pare coinvolto in polemiche del tutto pretestuose.

PRESIDENTE. La ringrazio.

CORSINI. Passando direttamente alle domande, torno all’audizione che la Commissione ha avuto con il generale Maletti a Johannesburg. In quell’occasione il generale Maletti ha riferito che lei – all’epoca era Ministro della difesa – suggerì di non comunicare all’autorità giudiziaria i nomi di alcune persone. In seguito avremo la certezza che si trattava di Licio Gelli, dell’ammiraglio Torrisi e di altri a vario titolo coinvolti nel golpe Borghese, ma rispetto al cui coinvolgimento gli accertamenti del Servizio erano incompleti e le informazioni in gran parte incontrollate. Il generale Maletti, sempre nel corso della sua audizione, ha parlato di due incontri, avvenuti l’uno in un pomeriggio di luglio o di agosto del 1974 – un incontro a quattr’occhi tra lei e Maletti nel suo ufficio al Ministero – e l’altro all’inizio di agosto nel suo ufficio privato, con gli ammiragli Casardi ed Henke e un altro ufficiale, con la partecipazione del tenente colonnello Romagnoli e del capitano Labruna. Lei ricorda le due riunioni e ha qualcosa da dire in proposito, in modo particolare per quanto riguarda la dichiarazione di Maletti circa il suggerimento di espungere alcuni nomi dal «malloppone» che riguardava le indagini sul golpe Borghese?

ANDREOTTI. Non entro nel merito della sua premessa, però sono anch’io rammaricato di interpretazioni esterne che sono state poi date, perchè citando un determinato episodio sembra che uno voglia attaccare questo o quel personaggio – in questo caso Prodi – ma non è certo così. Anche perchè, che si trattasse di quel gruppo lì non lo ricordavo nemmeno bene, mi ricordavo bene il fatto ma non il gruppo.
Quel che dice il generale Maletti è vero per le due riunioni. La prima, più che una riunione fu un’udienza che lui chiese e ottenne da me al ministero quando mi venne a mettere al corrente appunto dell’inchiesta che avevano condotto, domandandomi come doveva comportarsi nei confronti del generale Miceli. Gli dissi: «Lei gerarchicamente è un subordinato del generale Miceli. Lei riferisca al generale Miceli; se poi il generale Miceli non prende delle conseguenze, non porta il fatto a mia conoscenza, lei torna da me e vedremo allora quello che dovremo fare». Lui riferì al generale Miceli, il quale invece mi venne immediatamente a parlare e stabilimmo insieme di fare una audizione dei nastri di questa inchiesta che era stata portata avanti dagli uffici del generale Maletti. La facemmo nel mio studio anche per una maggiore riservatezza, presenti le persone che lei ha ricordato e, in più, i Capi di stato maggiore, il comandante dell’Arma e il comandante della Guardia di finanza. Intanto i nomi che lei ha fatto (siccome ha detto che «poi» avete acquisito la certezza, ma io non so da chi abbia acquisito tale certezza) non sono mai stati fatti, è un dato certo. Furono in particolare i militari a dire che bisognava distinguere quelli che erano fatti da quelle che erano invece solo speranze di adesioni. Nel senso che vi erano frasi di questo genere: si spera di avere anche l’appoggio del…; e si trattava sempre di militari, mai sono stati citati dai civili. I Capi di stato maggiore dissero che prima di portare questo materiale all’autorità giudiziaria dovevano fare un approfondimento; perchè era inutile esporre dei nomi senza motivo. Furono proprio il Capo di stato maggiore della difesa e il Capo di stato maggiore dell’Esercito che riguardarono questi atti e mi portarono poi il testo da inviare all’autorità giudiziaria nel quale, del resto, qualche nome di militare, ma non erano molti, fu omesso ed erano proprio quelli che non c’entravano niente, tanto è vero che poi sono rimasti completamente fuori anche dall’inchiesta giudiziaria successiva. Quindi, si tratta assolutamente di questo e siccome è un fatto notorio nell’amministrazione e più che documentabile che non c’era nessuna ragione di inviare nomi di estranei; condivisi la preoccupazione legittima delle Forze armate di non esporre alcuni nomi, che figuravano solo come oggetti di una speranza che potessero aderire, ma non c’era assolutamente nessun elemento per dire che avessero manifestato una predisposizione o ancor meno un’adesione.

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