Sull’attentato alla scuola slovena di Trieste

L’attentato alla Scuola Slava di cui si fa cenno al paragrafo A) del documento (Nico Azzi) e che sarebbe stato organizzato da Giancarlo Rognoni essendo venuto a mancare Carlo Cicuttini, fuggito in Spagna, si identifica certamente nell’episodio avvenuto la sera del 27.4.1974 in danno della Scuola Slovena sita nel rione San Giovanni a Trieste.

Un ordigno costituito da almeno due chili di esplosivo posti all’interno di un contenitore di lamiera era stato collocato nei pressi dell’atrio e aveva provocato, anche nell’adiacente palestra, i gravi danni descritti nel rapporto della Questura di Trieste in data 26.5.1974 (cfr. vol.1, fasc.11, ff.144 e ss).

La responsabilità dei gruppi di estrema destra in relazione a tale episodio ben difficilmente poteva essere messa in discussione sin dalle prime indagini. Infatti lo stesso edificio era stato oggetto di un altro attentato nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1969 (anche se in tale occasione l’ordigno, che poteva cagionare gravissime conseguenze, non era esploso), attentato che era stato rivendicato con un volantino che conteneva slogans contro il Maresciallo Tito e inneggiava all'”Istria italiana” (cfr. vol.8, fasc.5). Per l’episodio del 1969 erano stati indiziati Delfo ZORZI e Martino SICILIANO, indicati dall’ordinovista triestino Gabriele Forziati, che era rimasto disgustato dall’episodio, quali autori materiali dell’attentato (cfr.deposiz. Forziati 20.2.1973, vol.8, fasc.5, f.84). I due militanti di Ordine Nuovo di Mestre e Venezia erano stati tuttavia prosciolti in quanto non era stato possibile acquisire ulteriori elementi di prova a loro carico. Anche l’attentato dell’aprile 1974, che aveva suscitato in città notevoli proteste e preoccupazioni, poteva dirsi certamente “firmato” in quanto preceduto da manifestazioni anti-slave promosse dall’estrema destra ed in quanto proprio pochi giorni prima, il 18 aprile, l’onorevole Almirante aveva tenuto a Trieste un comizio caratterizzato da toni violenti contro la minoranza Slovena della zona.

Vincenzo VINCIGUERRA, sentito sul punto da questo Ufficio, ha confermato la matrice ordinovista dell’episodio, avvenuto quando peraltro anch’egli si trovava già in Spagna (cfr. int. 16.4.1991, f.3 e 13.1.1992, f.4). Egli comunque, in sintonia con la linea di condotta da lui scelta in relazione a molte circostanze, non ha voluto indicare responsabilità individuali, limitandosi a precisare che l’affermazione della responsabilità di Ordine Nuovo si basava su notizie direttamente apprese nel suo ambiente in un contesto di piena affidabilità Anche il collegamento dell’attentato con la realtà milanese indicato nel documento ha trovato piena conferma.

Infatti Luigi FALICA, ordinovista di Bologna inizialmente indiziato ingiustamente per l’attentato del 27 aprile 1974 in quanto in quel periodo si trovava a Trieste per altre ragioni, ha raccontato di avere saputo, in occasione di suoi successivi contatti con l’ambiente milanese, che autori dell’attentato alla Scuola Slovena erano stati D’INTINO e VIVIRITO e cioè due delle persone presenti il mese successivo al campo di Pian del Rascino ove era stato ucciso Giancarlo Esposti (deposiz. Falica 24.2.1994, f.3).

Pur non facendo parte del gruppo La Fenice, D’Intino e Vivirito erano all’epoca in contatto a Milano con Giancarlo Rognoni oltre che con Esposti e Fumagalli e quindi facevano parte del ristretto ambiente milanese che poteva essere utilizzato in un’altra sede per un attentato del genere. L’indicazione fornita da Falica appare pienamente attendibile in quanto la presenza di D’Intino e di Vivirito è stata segnalata a Trieste il 2.5.1974 e cioè pochissimi giorni dopo l’attentato alla Scuola Slovena (cfr. vol.19, fasc.16). Risulta così pienamente confermato quanto accennato al paragrafo A) del documento Azzi e cioè che l’attentato di Trieste era stato quasi certamente ideato e deciso a Milano da Giancarlo Rognoni e che i militanti milanesi, con l’appoggio di elementi locali, avevano materialmente portato a termine l’azione.

Non a caso, del resto, nel paragrafo I) del documento, ove sono riportate le direttive scaturite dalla riunione di Treviso del 1971, presieduta dall’On. Pino RAUTI, si legge che, per ragioni di sicurezza, gli attentati in Lombardia dovevano essere commessi da militanti non lombardi, e in occasione di ogni attentato i militanti di Milano dovevano tutti procurarsi un alibi credibile. E’ quindi del tutto ragionevole che, in ossequio a tali direttive l’attentato di Trieste, sia stato commesso da milanesi, cosi’ come reciprocamente l’attentato all’Università Cattolica a Milano, avvenuto un mese dopo la riunione di Treviso, sia stato commesso dal mestrino Martino SICILIANO, il quale, come i milanesi, aveva così operato in trasferta. Non vi sarebbe altro da aggiungere se, in occasione dell’accesso del 16.2.1991 all’archivio del SISMI di Forte Braschi, quest’Ufficio non avesse chiesto in visione il fascicolo relativo all’attentato di Trieste del 27.4.1974. Dall’esame di tale fascicolo, poi acquisito in copia (vedi Vol. A fasc. 1) è emerso un’altra sconcertante e quasi spudorato tentativo di depistaggio ideato dal Direttore del Reparto D Generale MALETTI.

Infatti in data 2.5.1974 il Centro C.S. di Trieste aveva inviato al Capo del Reparto D una nota informativa nell’ambito della quale si segnalava che le indagini degli inquirenti in relazione all’attentato alla Scuola Slovena erano prevalentemente orientate verso gli ambienti dei gruppi extraparlamentari di estrema destra anche tenendo presente che la stessa scuola era stata oggetto nell’ottobre del 1969 di un analogo attentato di chiara marca fascista. Nella stessa nota informativa, tuttavia, pur ricordando che il comizio tenuto dall’On. Almirante a Trieste il 18 aprile, era stato comunemente interpretato come una minaccia nei confronti della minoranza slovena di quella città, si suggeriva, affermazione già questa assai grave, che forse le responsabilità potevano essere cercate anche altrove in quanto l’attentato praticamente “era servito solo ad alimentare la propaganda antifascista” (vedi vol. A fasc.1 f.41).

Graffato a tale nota era rimasto nel fascicolo un appunto manoscritto del Generale MALETTI, vergato su carta intestata del Reparto D, e indirizzato in data 5 maggio al colonnello GENOVESI, allora capo del Raggruppamento Centri C.S. di Roma. Tale appunto (che è riprodotto quale allegato 1 alla presente ordinanza) rappresenta, come già si è accennato, un tentativo di depistaggio quasi spudorato che va ben oltre le affermazioni contenute nella nota del Centro C.S. di Trieste e che si collega all’avversione quasi maniacale che il generale MALETTI nutriva per le forze di sinistra.

Nell’appunto, infatti, il generale MALETTI scrive che, a parte le considerazioni del Centro C.S. di Trieste, anche una sua fonte personale ( quale ? ) afferma che la responsabilità dell’attentato è da cercare a sinistra trattandosi di un gesto provocatorio, cui altri forse avrebbero fatto seguito, per creare difficoltà al Governo e screditare la destra. Il generale MALETTI aggiunge quindi di riferire in questo senso al Capo Servizio, parafrasando la nota di Trieste e suggerendo di stilare una comunicazione in tal senso per il Ministero degli Interni. L’appunto del generale MALETTI non richiede quasi commento. Troppo nota, anche per i non esperti di cose politiche, era la campagna condotta nella zona di Trieste contro la minoranza slovena (punteggiata da atti di teppismo e di violenza) perchè chiunque potesse in buona fede attribuire un attentato così politicamente caratterizzato ai gruppi di sinistra e cercare di indirizzare in tal senso le indagini.

Lo stesso Vincenzo VINCIGUERRA, fonte certamente non interessata, nel confermare la matrice ordinovista dell’attentato, ha osservato che “L’attentato in danno della Scuola Slovena non poteva in alcun modo essere confuso in buona fede come un episodio attribuibile alla sinistra locale” (cfr. int. 13.1.1992 f. 4). Ci si trova quindi dinanzi ad un piccolo ma significativo tentativo di depistaggio che dimostra come, ai livelli più alti dei Servizi di Sicurezza, il perseguimento di una certa linea politica mediante attività di inquinamento fosse attuato in modo organico ogni qualvolta se ne presentasse anche la più modesta occasione. Più che di “deviazione” del Servizio sembra meglio confacersi a tali comportamenti il termine di “attività organica” dello stesso, concertata ai più alti livelli.

Sentenza ordinanza G.I. piazza Fontana 1995

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