Maurizio Abbatino – dichiarazioni 04.12.1992

Adr: la persona piu’ idonea a risolvere il problema della custodia delle armi ritenemmo fosse Aleandri Paolo. Questi era in contatto, per come ho detto, con me, Giuseppucci Franco, Toscano Edoardo e Colafigli Marcello, nonche’ con D’Ortenzi Alessandro, pertanto, in quanto aveva interesse a mantenere i rapporti con noi, sollecitato da Semerari Aldo, non fece difficolta’ a tenere le armi, essendo questo un modo per consolidare i rapporti, visto che sino a quel momento del progettato sequestro di persona non si era fatto nulla stanti le poche notizie che erano riusciti ad acquisire sul sequestrando di cui noi non conoscevamo neppure il nome. Non ricordo con precisione dove avvenne la consegna del “borsone”, ma posso affermare che con grande probabilita’ cio’ avvenne nei pressi della stazione di Trastevere, luogo che a quel tempo – si trattava del periodo a cavallo tra la fine del 1978 e l’ inizio del 1979, in epoca prossima al mio arresto per la estorsione al garagista Falasca Enrico. (rappresentava un nostro usuale punto di ritrovo).

Adr: le armi vennero consegnate all’ Aleandri da me, Giuseppucci Franco e Piconi Giovanni. Il “borsone” – con tale termine, in gergo, viene indicata una certa quantita’ di armi, si componeva di un mitra di fabbricazione cecoslovacca, di un fucile, di alcune pistole e rivoltelle, di un paio di bombe a mano Srcm. L’ accordo era che Aleandri occultasse le armi sino a che non si fossero calmate le acque, era sottinteso che le armi dovessero comunque rimanere a nostra esclusiva disposizione. Poco dopo la consegna delle armi ad Aleandri subimmo un periodo di carcerazione che si protrasse per qualche mese, fu dunque alla uscita dal carcere che si richiese la restituzione del “borsone”. Di fronte alla richiesta di restituzione Aleandri comincio’ a “traccheggiare”, sicche’ noi ci rivolgemmo allo stesso Semerari, il quale aveva fatto da tramite per la consegna.
Il criminologo, con cui non potevamo assumere, per ovvie ragioni, atteggiamenti drastici, “traccheggiò'” anch’ egli, pur dando assicurazioni che si sarebbe fatto carico lui di sollecitare la restituzione del materiale in custodia dell’ Aleandri. Nel frattempo, della ritardata restituzione del “borsone” era venuto a conoscenza anche Carminati Massimo, il quale frequentava il bar di viale Marconi che si trovava nei pressi del bar fermi da noi frequentato.

L’ ufficio si riserva in prosieguo di approfondire i rapporti tra Carminati e gli uomini della banda.

Carminati si offri’ di sollecitare anch’ egli la restituzione, manifestando una certa disistima per Aleandri. Poiche’ le cose andavano per le lunghe, un giorno dell’ estate 1979, avendo visto occasionalmente Aleandri in tribunale a piazzale Clodio, io, Piconi Giovanni e Danesi Renzo – non ricordo se fosse presente anche Giuseppucci Franco – decidemmo di sequestrarlo, onde costringerlo a rispettare gli impegni. Decidere e passare all’ esecuzione fu tutt’ uno. Prendemmo alle spalle, proprio all’ uscita del tribunale, dal lato di via Romeo Romei, l’ Aleandri e lo costringemmo a salire sulla Renault 5 TS nella disponibilita’ di Danesi, facendogli indossare un paio di occhiali da sole sulle cui lenti avevamo avuto cura di apporre del cerotto. Poiche’ avevamo nella zona di Acilia un appartamento messoci a disposizione da De Angelis Massimo e Pergola Roberto, appartamento nel quale Mancini Antonio e Colafigli Marcello si recavano solitamente a “pippare” cocaina, lo conducemmo li’, dove a turno ci recammo un po’ tutti, cioe’ oltre a me, Danesi e Piconi, anche Toscano e Selis Fabrizio. Una volta nelle nostre mani, Aleandri si attivo’ per prendere contatti con persone a lui vicine – naturalmente si tratto’ di contatti telefonici – onde scongiurare il pericolo di essere soppresso, facendoci riottenere quanto dovuto. Durante il sequestro, protrattosi per non piu’ di una decina di giorni, venne da noi Carminati, prima da solo, poi in compagnia di Scorza Pancrazio e di Mariani Bruno, i quali ci invitarono a soprassedere dal prendere provvedimenti ulteriormente punitivi nei confronti dell’ Aleandri, dandoci precise assicurazioni di restituire le armi. La cosa, questa volta, ando’ in porto in tempi brevi.
Scorza e Mariani, ci diedero infatti appuntamento nei pressi della stazione di Trastevere. Qui scambiammo l’ Aleandri con un “borsone” di armi che non era quello da noi inizialmente consegnato a quest’ ultimo. Esso conteneva due mitra mab modificati e due bombe a mano ananas. Sebbene non vi fossero pistole, almeno non ricordo che ve ne fossero, il cambio venne ritenuto comunque vantaggioso piu’ che per i mitra, proprio per le due bombe a mano.
Sul luogo dell’ appuntamento ci eravamo recati con due auto – solitamente vi erano sempre una o piu’ auto di copertura, che restavano defilate – a bordo delle quali vi eravamo io, Piconi, Danesi e Castelletti Emilio oltre naturalmente all’ Aleandri.
La vicenda aveva consentito alla banda di prendere contatti con Scorza e Mariani, presentatici da Carminati come persone serie, i quali ci avevano promesso un bazooka, utile per gli assalti ai furgoni blindati, e un interessamento nel procacciamento di armi. La cosa tuttavia non ebbe seguito per l’arresto di uno dei due o di entrambi avvenuto qualche tempo dopo.

Adr: Aleandri non ci disse mai che fine avessero fatto le armi che gli avevamo consegnato, limitandosi sempre a ripetere che erano andate perse, accollando ad altri la responsabilita’ dello smarrimento.

Adr: la vicenda in narrazione non comportò un nostro distacco da Semerari, in quanto la sua assistenza professionale ci era comunque vantaggiosa, ma ne’ lui chiese più “favori” di tipo criminale, ne’ noi eravamo piu’ disposti a trattare su questo terreno. D’ altra parte eravamo con lui molto piu’ cauti, in quanto ci eravamo accorti, poiche’ egli non ne faceva mistero, anzi se ne vantava, che nell’ ambiente della malavita organizzata giocava spavaldamente su piu’ tavoli. In particolare, avendo appreso da lui stesso che forniva prestazioni professionali tanto alla N.C.O. di Cutolo Raffaele, quanto alla nuova famiglia di Ammaturo Umberto, commentammo piu’ volte fra noi che lo stesso correva grossi rischi. Debbo anche dire che dopo la vicenda delle armi egli non pretese neppure piu’ denaro da noi, che ci sdebitavamo facendogli dei regali.

Adr: il Semerari aveva una segretaria, che da quanto ebbi modo di capire era legata a lui sentimentalmente. Per quanto ebbi modo di constatare nel tempo, sebbene la donna lo seguisse nei suoi spostamenti, ella veniva sempre esclusa dai contatti che lui aveva, per ragioni professionali e non con ambienti e personaggi della malavita. Nulla sono in grado di riferire in ordine al loro omicidio.

Adr: oltre alle armi date in custodia all’ Aleandri disponevamo ovviamente di altri “borsoni”, questi pero’ erano in mano di incensurati o in luoghi comunque sicuri, sicche’ non aveva costituito un problema lasciarli dov’ erano. Tuttavia, l’ aumento del contingente di armi a disposizione della banda, i rischi che gli incensurati che le detenevano, se scoperti potessero “chiamarci”, aumentati in considerazione del numero di persone a cui le armi dovevano essere affidate – tra l’ altro, tramite Sestili Gianfranco, erano stati fatti realizzare da un falegname di ostia degli armadietti con parete posteriore mobile, al fine di occultare le armi nell’ intercapedine di un doppio fondo, armadietti che si tenevano nelle nostre stesse abitazioni – ci indussero a valutare l’opportunità di costituire un unico deposito.
Qui si scontrarono due diverse linee: da un lato, vi era chi come avrebbe preferito custodire le armi in un appartamento disabitato ma “pulito”, dall’ altro chi, invece, non ritenendo tale soluzione troppo sicura, premeva perche’ la maggior parte delle armi fossero affidate ad un’ unica persona, la quale avesse a disposizione un ambiente idoneo per la custodia, ossia un ambiente insospettabile e le cui dimensioni fossero tali da consentire l’ occultamento di quantitativi considerevoli di armi lunghe e corte, nonche’ la detenzione, in regime di sicurezza, di bombe a mano ed esplosivo.
Prevalse la seconda tra le due determinazioni, caldeggiata in particolare da Colafigli Marcello e Sicilia Claudio, anche perché le locazioni immobiliari erano diventate difficili da gestire per l’ emergenza terroristica.Colafigli, come ho gia’ accennato, aveva un notevole ascendente su Pompili Alvaro, all’ epoca impiegato del ministero della sanita’, pertanto gli prospetto’ la possibilita’ di costituire un deposito presso tale ministero. Pompili, a sua volta, era particolarmente legato a Alesse Biagio, custode e centralinista presso il ministero della sanita’, il quale si fece convincere agevolmente a fare il custode delle armi, con un compenso fisso di circa un milione al mese e con la tacita garanzia che, per ogni necessita’ economica, la banda avrebbe fatto fronte ai suoi impegni. Fu cosi’ che gran parte delle armi furono trasferite dai precedenti depositi presso la sanita’.
Per vero, attese le difficolta’ che si potevano incontrare di giorno ad accedere al ministero, un certo quantitativo, alquanto esiguo, venne ancora custodito in appartamenti come quello di via degli artificieri che, tramite Travaglini Gianni era stato preso in affitto da minati massimo, incensurato, legato a Colafigli. Alesse, dopo una ispezione che era stata fatta da me e Colafigli, ai locali del ministero, non solo per individuare i piu’ adatti, ma soprattutto per essere io presentato al custode, ritenne di nascondere le armi nelle controsoffittature di diversi locali e nei condotti dell’ aria condizionata. Al fine, peraltro, di preparare le armi ogni qualvolta si dovesse portarle fuori per essere usate, Alesse ci aveva messo a disposizione un ampio locale nei sotterranei dello stesso ministero. Quando dico “preparare” le armi, intendo far riferimento all’indispensabile attivita’ di pulitura delle armi reputate necessarie alla specifica operazione per cui dovevano essere usate, previa individuazione delle stesse, di caricamento, di predisposizione dei guanti e di approntamento dei contenitori.

Salvo che non si rendesse indispensabile, queste operazioni, come pure quelle di consegna al custode venivano effettuate di sera, per non dare nell’ occhio: l’ Alesse, di solito previamente avvertito telefonicamente dal Sicilia, si fece trovare al ministero o al bar dell’ Eurcine, di fianco al ministero. Noi non si disponeva delle chiavi di accesso al ministero. Per quanto poi concerne, in particolare, la riconsegna, questa veniva effettuata quasi sempre da Sicilia Claudio e da Sestili Gianfranco: essi si limitavano a lasciare il borsone all’ Alesse, il quale provvedeva autonomamente all’ occultamento. Mentre per quanto concerne il ritiro e la preparazione delle armi, l’ Alesse poteva consentirla soltanto ai due predetti, a me, a Colafigli e alle persone che si fossero presentate in nostra compagnia. Per quanto sono in grado di ricordare e per quel che mi risulta personalmente, mi recai al ministero una volta in compagnia di Abbruciati Danilo ed un’ altra in compagnia di Carminati.
Ora, mentre abbruciati non era autorizzato a recarsi da solo presso il ministero – in altre parole non era consentito all’ Alesse di consegnargli armi – a Carminati venne consentito, invece, in un secondo momento, di accedere liberamente al ministero. Adr: la decisione di consentire l’ accesso con maggiore liberta’ al Carminati, venne presa da me, nell’ ottica di uno scambio di favori tra la banda ed il suo gruppo. Carminati, d’ altra parte, nei limiti del possibile avrebbe dovuto avvertirmi di quando si recava al ministero e, comunque, era tenuto, per le ragioni di sicurezza piu’ volte spiegate, a non riconsegnare armi “sporche”.
Non si trattava, nel suo caso, di vero e proprio obbligo, in quanto non era vincolato alle regole della banda, tuttavia, non sembravano sussistere ragioni per poter sospettare che non si attenesse alle regole comportamentali il cui rispetto garantiva la sicurezza di tutti.

Adr: le armi custodite nel deposito della sanita’ appartenevano a tutte le componenti della banda, rispondeva pertanto unicamente ad esigenze di sicurezza limitare alle persone che ho indicato il libero accesso al ministero, anche per non creare dei problemi ulteriori all’ Alesse.

Adr: prendo atto che presso il ministero della sanita’ venne rinvenuta una pistola Smith Wesson cal 38 special provento di una rapina, secondo quanto mi rappresenta l’ ufficio, commessa da Fioravanti Valerio e Mambro Francesca, presso una armeria di via Menenio Agrippa in Roma il 05.08.80, al riguardo voglio ribadire – riservandomi di chiarire pienamente quelli che furono i reali rapporti intrattenuti da componenti della banda con personaggi gravitanti nell’ ambiente dei Nar, quali Alibrandi Alessandro, Bracci Claudio e Stefano, i fratelli Pucci, i fratelli Fioravanti e Carminati – che io, e ritengo anche gli altri componenti della banda che avevano libero accesso al ministero della sanita’, ignoravo che Carminati portasse o consentisse che fossero portate presso il deposito della sanita’ armi la cui provenienza potesse essere agevolmente individuata, specie quando, come nel caso che l’ ufficio mi rappresenta, cio’ potesse comportare il rischio di coinvolgimento in delitti di matrice politico eversiva che ci erano del tutto estranei. Se ciò è avvenuto si è trattato di atto di grave scorrettezza, che puo’ trovare giustificazione solo nel fatto che Carminati era pienamente consapevole del vincolo di omerta’ che ci avrebbe impedito in ogni caso di rivelare che avessimo in qualche modo a che fare col deposito e a negare, magari contro la stessa evidenza, qualsiasi rapporto con loro.

L’ ufficio contesta all’ imputato che mentre egli dichiara che per le armi affidate ad Aleandri la banda ebbe in cambio due mitra mab mod 38/42, col calcio modificato mentre presso il deposito della sanita’ ne venne rinvenuto soltanto uno, l’ imputato dichiara:

Nel ribadire che effettivamente i mitra mab 38/42 col calcio modificato artigianalmente erano due, voglio chiarire che uno di quei due mitra, circa un anno dopo, mi fu richiesto da Carminati, il quale, essendosi occupato, come intermediario, del recupero delle armi affidate ad Aleandri, era a conoscenza che ne fossimo in possesso. Dati i rapporti di amicizia e di fiducia con Carminati, non ebbi problemi a consentirgli di prendere l’ arma richiestami: disponevamo infatti di altri mitra anche migliori di quello da lui richiestomi. E neppure mi preoccupai di ottenere la restituzione, attesa la facilita’ con la quale potevamo procurarci armi e la quantita’ di armi di cui disponevamo.

Alle ore 19,45 del 04.12.92, l’ ufficio sospende l’ interrogatorio che rinvia a data da destinare per la prosecuzione.