“La banalità del male nel labirinto stragista” – Leonardo Grassi

Sono stato trasferito a Bologna nel 1982, come giudice istruttore e, praticamente da subito, da buon ultimo arrivato, sono stato investito dei processi collaterali a quello della strage. Più avanti mi sono occupato dei processi cosiddetti “bis” per la strage dell’ Italicus del 1974 e per la strage di Bologna del 1980. Dal 1982 al 1994 mi sono occupato di stragi(…)
In uno di questi processi era stata sequestrata della corrispondenza intercorsa fra detenuti dell’area della destra eversiva e una pubblicazione clandestina, denominata «Quex», nonché una serie di documenti di carattere eversivo. Si trattava di leggere quei carteggi e di ricavarne indicazioni utili, se non altro per avere conferme sull’area di provenienza degli autori della strage. Venivo da Trieste, dove avevo iniziato la mia carriera di giudice, e non mi ero mai occupato di terrorismo. È a questo punto che ha iniziato ad aprirsi una prima ferita nella mia buona coscienza di cittadino e di giudice. Le carte che leggevo erano terribili(…).
In molti di quei testi si esaltava il terrorismo indiscriminato, cioè quella forma di terrorismo che non colpisce un obiettivo preciso, bensì, appunto indiscriminatamente, cittadini qualsiasi, colpevoli solo del fatto di trovarsi, in un certo momento, in un posto qualsiasi, per esempio su un treno o in una stazione. È difficile comprendere le motivazioni del terrorismo indiscriminato. Perché la vita di tanti sconosciuti deve essere sacrificata? Quali forze, quali calcoli spingono a un gesto simile? Quale posta è in gioco? Nelle carte che leggevo, trovavo di tutto. Dall’esaltazione del gesto fine a se stesso, prova in sé di supremazia e di potenza, alle nostalgie di epoche e regimi autoritari. Sudditanze a ideologie e gerarchie semplicemente assurde per un tranquillo giudice di provincia della Repubblica italiana. Gli autori di questi scritti erano persone che esaltavano lucidamente l’odio e ispiravano la loro ideologia a varie letture, apparentemente le più improbabili, dal «Signore degli anelli» all’Hermann Hesse del «Giuoco delle perle di vetro», del quale mi parlò con grande sussiego uno dei più noti eversori di quel tempo allorquando lo interrogai per avere risposte sulle stragi e ricevetti, invece, una modesta lezione di letteratura. Povero Hermann Hesse, prima mito di una generazione che cercava l’armonia nel viaggio in India e poi esempio per un gruppo di fanatici stragisti! In quelle carte c’era di tutto, dicevo, ma non c’era l’essenziale. C’era la strategia stragista cosi come veniva percepita dai fascisti extraparlamentari autori di attentati o dai loro simpatizzanti, c’era un’esaltazione quasi romantica del gesto estremo e della morte, ma non si parlava del senso politico delle stragi, della loro ragione concreta, del loro senso di atto di guerra: «guerra psicologica», la chiamavano negli scritti della Cia, oppure «not ortodox war» oppure, ancora, «guerra a bassa intensità».
Da ingenuo qual ero, non sapevo neppure che ci fosse una guerra in Italia, una guerra a una sola direzione, combattuta dai Servizi statunitensi e dai loro complici italiani per contrastare non solo il comunismo ma anche le regole più elementari della democrazia, come quella che il popolo è sovrano e che non si può uccidere, a caso, una parte del popolo, per esempio in una stazione ferroviaria, in nome di cervellotiche trame. Follia? No, assumere la strategia stragista sotto la definizione di follia significa semplicemente eludere gli interrogativi che quella strategia ha proposto. Gli eversori che interrogavo a quel tempo erano abituati all’impunità. Avevano commesso rapine, omicidi, stupri nella convinzione di essere intoccabili. I loro scritti e le dichiarazioni di alcuni collaboratori avevano aperto uno squarcio sul loro stile di vita e sulla loro mentalità, avevano rivelato la loro percezione di un senso di onnipotenza confermato dalla debolezza con cui le istituzioni avevano risposto ai loro crimini. Quei detenuti rappresentavano una sorta di feroce jeunesse dorée, nella quale si agitava una cultura della morte divenuta ideologia, in alcuni casi «spontanea» (si parlava allora di «spontaneismo armato»), in altri casi indotta dalle sollecitazioni che i più lucidi di loro riconoscevano, dagli oscuri teorizzatori della «strategia della tensione». Si contrapponevano due linee e una,la più improbabile, la più fragile, consisteva nel fare attentati e seminare il panico fra la popolazione per arrivare infine a quello che allora veniva definito il «golpe nero», cioè un golpe che portasse al potere un regime di tipo dichiaratamente nazifascista, la seconda, sicuramente più realistica, tendeva, con i medesimi mezzi, a indurre nella popolazione uno stato di paura tale da consentire l’avvento al potere di un governo d’ordine che, in nome di un’istanza di sicurezza, cancellasse le garanzie democratiche e perseguisse con il massimo vigore gli odiati comunisti, in particolare le frange più radicali della sinistra. L’impunità della quale l’ambiente di cui mi occupavo aveva sino a poco prima goduto, tuttavia, per una complessa serie di ragioni, era in qualche misura venuta meno e quegli uomini, ora, si trovavano in carcere grazie alle indagini di alcuni giudici, due dei quali, il giudice Occorsio e il giudice Amato, per vendetta, erano stati uccisi a pochi anni di distanza l’uno dall’altro. Il giudice Amato, in particolare, aveva indagato sui Nar (Nuclei armati rivoluzionari), organizzazione che prima delle sue indagini risultava del tutto misteriosa, della quale facevano parte alcuni di quelli che poi sarebbero stati gli autori della strage di Bologna. Il giudice Amato, guardato con diffidenza dai propri capi, non compreso nell’importante lavoro che stava svolgendo, era stato ucciso poco tempo prima della strage di Bologna, nel contesto di un progetto di terrore e destabilizzazione che, come effettivamente avvenne, doveva culminare, dopo una serie di altri attentati, nell’attentato della stazione. Di fronte alle cose difficili da capire occorre essere umili e io cercai di esserlo. Cercai di evitare facili demonizzazioni, inutili enfasi, facili retoriche. Leggevo i loro scritti, cercavo di assimilare la loro cultura e poco alla volta compresi qualcosa forse secondario ai fini delle indagini ma importante per la mia crescita personale(…). La violenza, in realtà, è dentro la nostra civiltà progredita e tecnologica. Il piacere del sangue è dentro di noi. «La guerra è bella anche se fa male» canta De Gregori e Hillman intitola il suo ultimo libro «Un terribile amore per la guerra». La storia delle stragi italiane ha a che fare con i torturatori di ogni tempo, sino a oggi, sino a quelli di Guantanamo o delle carceri irachene, legittimati, da poteri espliciti o oscuri, a usare violenza in nome di un’istituzione. Il piacere di uccidere, di umiliare, è dentro di noi e, se lasciato incontrollato o magari coltivato, incoraggiato, produce i suoi frutti corrotti. Ciò che avevo cosi faticosamente compreso, in realtà era una banalità. Ne avevano già parlato per esempio Freud in «Eros e Thanatos» e Norman Mailer in un suo splendido libro sulla Cia, «Il fantasma di Harlot»(…) Compresi anche che non si devono dare per scontati i valori su cui riteniamo fondata la nostra civiltà, la democrazia, la pace. Compresi che questi sono valori instabili, messi costantemente in discussione. Compresi che i diritti possono essere cancellati molto più facilmente di come sono stati costruiti. La seconda ferita, forse ancora più dolorosa, si apri con un altro processo, il «processo bis» sulla strage di Bologna. Qui i miei imputati erano valenti funzionari dei Servizi, gente rispettabile, con cravatta e famiglia, con i problemi di molti, di carriera, di soldi, di prestigio. L’accusa contro queste persone era di aver protetto gli stragisti, di aver deviato le indagini contro di loro in nome delle ragioni di quello «stato occulto» che aveva incoraggiato o, se non altro, tollerato la strategia della tensione. «La banalità del male» è il titolo di un libro in cui Hanna Arendt descrive la rete di connivenze di gente qualunque, di gente apparentemente per bene, che ha consentito la consumazione dell’olocausto. Ecco, avevo a che fare con la banalità del male. Ricordo strani personaggi che si atteggiavano a collaboratori e che, in un gioco intellettuale in un certo senso raffinato ma in realtà allucinante, nel senso letterale del termine, offrivano all’indagine complesse ricostruzioni dei fatti del 2 agosto con l’unico scopo di scagionare quelli che nel primo processo per l’attentato di Bologna erano già stati riconosciuti colpevoli. Ancor più doloroso fu comprendere che anche alcuni miei collaboratori avevano perso di vista l’orrore della strage e l’ovvia istanza di verità e giustizia che ne seguiva e, in qualche modo, avevamo assecondato questo gioco. Insomma, annidata in qualche piega limacciosa del potere, anche del potere apparentemente bonario dell’Italia democratica di quegli anni, sembra che debba comunque permanere la pretesa di assurgere a potere di vita e di morte sui sudditi, come sempre era stato prima che l’umanità conquistasse i diritti civili e la democrazia, prima cioè che i sudditi divenissero cittadini. E sembra che questa pretesa, in contesti storici dati, venga considerata da molti come un dato di fatto che non dà scandalo, da accettare o, addirittura, da assecondare. Vorrei però concludere con una nota positiva. L’essere cittadini e non sudditi dipende in misura non secondaria da noi, dalla nostra capacità di leggere criticamente gli eventi e di far valere il diritto. Non è scontato che noi, «noi che viviamo nel cuore dal ritmo spesso alterato di un decrepito capitalismo», come scriveva negli anni Settanta Ronald Laing, dobbiamo necessariamente limitarci a cantare «le nostre canzoni di sconfitta». La democrazia e il diritto sono ormai parte di noi, della nostra storia (…)

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