Stefano Aldo Tisei visto dal giudice Vigna

Completamente diverso da Izzo era Aldo Tisei, un criminale di scarso spessore legato agli ambienti della destra. Tisei, che aveva deciso di collaborare con la giustizia, non era a conoscenza di chissà quali segreti ma aveva la caratteristica di ricordarsi perfettamente ogni piccolo dettaglio delle circostanze di cui riferiva. E le sue dichiarazioni permisero di imbastire diversi processi.
Lo feci trasferire a Firenze perché potessi interrogarlo in merito alle indagini sui mandanti del delitto Occorsio.  Tisei era allora un uomo libero e la sera prima della sua deposizione fu pizzicato dai carabinieri di Fiesole mentre spacciava droga. La circostanza mi provocò molti problemi. Che figura avrei fatto a tenere a piede libero uno spacciatore che doveva testimoniare a un processo tanto importante? Lui mi rispose candidamente che, siccome non aveva denaro, doveva procurarselo in qualche modo. Fu quindi arrestato e, in qualità di collaboratore, venne trasferito nel carcere di Piacenza, dove era detenuto il brigatista Patrizio Peci, anche lui collaboratore di giustizia. Prima di inviarlo in quelle strutture di semi-isolamento, Peci fu interpellato sulla sua disponibilità a dividere la cella con Tisei, esponente, anche se di rango minore, delle fazioni avversarie di Peci. Il brigatista rispose che se non aveva ucciso dei “compagni” gli andava bene.
Dopo qualche tempo, in occasione di un altro interrogatorio di Tisei, mi resi conto che Peci lo aveva indottrinato e trasformato. Tisei discettava di rivoluzione delle masse operaie e aveva fatto proprie le ideologie delle Brigate rosse. Al che gli dissi: “Guardi Tisei, è meglio che torni alle sue origini”, e lo allontanai da Peci. Testimone o imputato, Tisei partecipò ad alcuni tra i più importanti processi imbastiti sull’eversione nera. Fu condannato per il furto della 124 usata per uccidere Occorsio da Concutelli e fu sempre lui a deporre in molte aule di giustizia contro i suoi ex camerati. Poi, dopo essere scampato ad un commando di killer, non riuscì ad evitare una overdose che lo sorprese in un piccolo hotel milanese il 26 novembre 1988. Una morte che in un primo momento risultò anomala, ma che fu poi archiviata come il tragico epilogo di un tossicodipendente.

 

Estratto da “in difesa della giustizia”