Lettera “anonima” su Gelli scritta da Mannucci Benincasa e Umberto Nobili, e spedita il 14.04.1981

“…Egregio Signor Giudice, mi accingo a scrivere dopo che la televisione ed alcuni giornali hanno dato notizia di un certo fatto avvenuto giorni fa in casa di tale Licio GELLI ad Arezzo.
Il nome di questa persona mi ha fatto letteralmente sobbalzare e mi ha scosso dalla letargica assuefazione ai drammi grandi e piccoli della vita di tutti i giorni. Dopo 36 anni !.

Il passato che torna imperiosamente a sconvolgere una coscienza a 36 anni di distanza, un passato che pensavo sepolto dal lungo tempo trascorso dai tragici giorni della guerra, che consideravo ormai cristallizzato nella storia non scritta dei tanti episodi fulgidi e fatti nefandi ormai accomunati e sedimentati nel fondo di una medesima retorica. Il nome, le dicevo, mi ha ricondotto ad un’epoca in cui, trentunenne, insieme ad altri più o meno giovani come me, sognavo una Italia nuova che sarebbe dovuta nascere da quel, l’immane crogiolo di una disfatta morale prima che militare. Appartengo ad una generazione che rispose più di altre alle lusinghe del regime e più di altre patì sulla propria pelle le conseguenze di un’illusione di grandezza ed ingannatrice.

Da quella generazione, pensavo che, pur avendo in ritardo raccolto il messaggio dei MATTEOTTI, dei TURATI, degli AMENDOLA e dei GOBETTI, si sarebbe sviluppata vigorosa la pianta di quella democrazia che pur era stata vagheggiata dagli spiriti illuminati del nostro Risorgimento. Quale amara delusione oggi!

La formazione partigiana cui mi unii operava nella Valle del Reno verso i confini della provincia di Pistoia ed avevamo molti rapporti con i Patrioti che agivano oltre la displuviale anche se in taluni casi erano contatti meramente personali essendo sul piano dei programmi da attuare emersi fra noi ed altre formazioni dissidi pressoché insanabili. Particolari divergenze erano sorte con i compagni comunisti. Questo riferirsi continuo alla Causa della Rivoluzione, quasi fosse stata una loro invenzione, mi appariva oltre tutto disumanizzante. Si, Signor Giudice, al centro di ogni loro discorso e programma non c’erano mai uomini e vicende umane.

C’era il Partito, questa entità demiurgica cui tutto si riconduceva, in nome di cui tutto si svolgeva e che, da ultimo, pensava per tutti e sopra di tutti. “Ma come -si pensava tra noi- si sta combattendo contro qualcosa che ha determinato tante tragedie ma, soprattutto, ci ha per vent’anni impedito di pensare ed ora eccoci compagni di strada di gente che al proprio libero pensiero antepone la logica del Partito!”. Non ci piaceva quel loro schematismo burocratico, quel loro freddo determinismo così lontani dalla nostra cultura. Fra quanti si andavano commentando queste cose non sfuggiva addirittura la paradossale rassomiglianza di codesti Bolscevichi con i nazi-fascisti che proprio combattevamo!

Le riserve di allora verso i Compagni Comunisti, che per molti versi ci sembravano derivare dalle particolari contingenze, non vennero, purtroppo, mai smentite anche in seguito dai fatti, anche nelle Organizzazioni Sindacali, segnatamente per me in quello della scuola, quando ci ritrovammo a percorrere la stessa strada, la loro tracotanza di sempre ed il rifiuto di ogni logica che non fosse quella del Comitato Centrale hanno finito per determinare il caos ed il collasso di cui siamo tutti testimoni.
Ma oggi tali riserve hanno un’incredibile, allucinante conferma con la questione GELLI, con l’utilizzazione che il Partito Comunista ha fatto per perseguire finalità abiette e fatali per la nostra Democrazia! Ma ritorniamo per un momento alle vicende passate.

Nei ricorrenti incontri con i Partigiani del Pistoiese si sentì più volte parlare di un certo Licio GELLI, subalterno presso il Comando della G.N.R. di Pistoia e descritto come asservito all’invasore tedesco con zelo vile quanto sfrenato. I comunisti, in un primo tempo, lo cercarono per eliminarlo. Apprendemmo poi che era entrato in contatto con i compagni della “BOZZI” ed in un secondo tempo con i Comunisti Libertari della formazione di Silvano FEDI. Con questi ultimi GELLI partecipò sicuramente ad una operazione che consentì la liberazione di numerosi detenuti da un carcere pistoiese. Poi, improvvisamente, la morte in un agguato di Silvano FEDI e di alcuni suoi Uomini. Si era negli ultimi giorni del luglio del 1944. Subito dopo, fra i Patrioti circolò la voce che GELLI stesso avesse consentito l’agguato e l’uccisione di FEDI.

La voce, benché circostanziata, fu presto sopravanzata dalle successive vicende che portarono di lì a due mesi alla liberazione della Provincia di Pistoia. Scomparso il FEDI i suoi uomini residui confluirono nelle altre formazioni della zona e particolarmente nel gruppo di Manrico DUCCESCHI, detto “Pippo”, che comandava l’II’- zona di operazioni partigiana. Era costui un ufficiale di carriera del Regio Esercito che dopo l’8 Settembre si era trovato sbandato ed aveva con altri organizzato un Formazione preminentemente formata da militari.

Ricevevano, ricordo, equipaggiamenti ed armi dagli Alleati con i quali esistevano solidi rapporti. Anche tra loro e noi i rapporti erano frequenti e buoni. Anche di lui converrà riparlare in seguito. Ecco quindi, signor Giudice, chi era GELLI nel 1944. Un volgare grassatore e assassino e per certo anche traditore. Oggi, con qualche sorpresa lo può bene immaginare, apparendo che questo “gentiluomo” è divenuto un gran faccendiere e niente di meno che depositario di chissà quali segreti economici e politici. Sono una persona che conduce vita assai ritirata e che legge poco i giornali. Quel poco che leggo mi lascia stupefatto ed avvilito proprio perché da giovane avevo creduto sinceramente ad un autentico riscatto del nostro Paese. E non mi piacciono neanche questi giovani di oggi, che pur son nostri figli, che cianciano di rivoluzione immersi nel più degradante consumismo e che sembrano aver posto la violenza al vertice dei loro ideali, ammesso che ne abbiano qualcuno. Mi creda se affermo che, dopo una esistenza dedicata ai giovani, sono stato contento di venire in pensione tanta era la sofferenza, negli ultimi tempi, che mi procurava il contatto con gli esponenti di questa generazione perduta, anche per colpa nostra.

Apprendendo dei collegamenti GELLI-SINDONA e tra costoro e vasti settori del potere politico ed economico con devastanti risultati per la credibilità, non foss’altro, del nostro Paese all’Estero che per la stabilità economica e sociale della nostra Repubblica, ho avuto l’immodestia di compiere per mio conto una piccola indagine. Mi sono, ecco tutto, limitato a parlare con vecchi compagni di lotta e con persone che so essere, riguardo alla cronaca, piuttosto aggiornate le quali mi hanno fatto leggere alcuni numeri di settimanali “Panorama” ed “Espresso” degli ultimi cinque anni. Sono venuto così a sapere che il “nostro” è il capo di una potentissima e misteriosa Loggia Massonica che riunisce il fior fiore di politica, economia, burocrazia e chi più ne ha ne aggiunga. Non c’è storia scandalosa in Italia che non annoveri come protagonisti personaggi di codesta massoneria di GELLI. Ma, cosa veramente incredibile, riferitami con estrema crudezza da vecchi Compagni, è la conferma che quanto a suo tempo si disse del ruolo avuto da GELLI nell’uccisione di FEDI è non solo corrispondente al vero, ma trova spiegazione nei comportamenti degli uomini di allora e nel succedersi delle vicende fino ad oggi:
GELLI non esitò ad eliminare l’amico per fugare i sospetti che i tedeschi andavano accumulando sul suo conto, per compiacere le mire egemoniche delle formazioni Comuniste che non sopportavano più i successi del FEDI, ma soprattutto per salvare se stesso, vigliaccamente, da un immancabile severo rendiconto dei propri delitti al termine della Lotta.

Successivamente gli stessi che lo avevano salvato, fra cui per primi CORSINI e CAROBBI, noti per le cariche in seguito ricoperte in Parlamento e nella Provincia di Pistoia, sfruttarono, legati a GELLI da un tragico ricatto, la sua doppia sinistra figura fino ad inserirlo, e con qualche ruolo e successo, nel cuore dell’apparato dello Stato.

Così ho appreso che GELLI ed i suoi accoliti, biechi quanto lui, compaiono anche nelle più tragiche vicende dei nostri tempi quali le stragi di innocenti tra cui quella del treno “ITALICUS” e recentemente proprio quella della Stazione Ferroviaria di Bologna. Sapendo cosa è stato Licio GELLI, ahimè, non mi stupisco poi tanto, così pesantemente sospettato fin da allora, insieme alle sue attività, non sia stato ancora, e da parte degli Uffici preposti a farlo, sottoposto ad una severa ed attenta indagine che scavi in profondità nel suo passato poiché è di la che scaturiscono i suoi comportamenti attuali.
Se è discutibilmente passabile che si possa sorvolare su taluni fatti scandalosi che pur tanta rovina producono al nostro Paese, è moralmente inaccettabile che si tralasci di sceverare ogni possibile indizio in presenza di stragi, come l’ultima di Bologna, le cui immagini agghiaccianti sono sotto gli occhi di tutti o di fronte all’uccisione di un Magistrato, il cui volto appare sfigurato dentro la propria autovettura in una strada di Roma.

Non è più ammissibile che in nome di ideologie che nella pratica ed alla luce dei fatti appaiono permeate di rivoltante cinismo, si continui a tutelare ed a far vivere nello sfarzo un ribaldo criminale di cui tanti conoscono la vera natura e che per paura o peggio hanno fin qui taciuto ma che, forse ora, non sono più disposti a farlo. Traggo quest’ultima conseguenza da conversazioni avute proprio in questi giorni in occasione di incontri, anche a livello Nazionale, con associati dell’ANPI.

E vorrei soggiungerle ancora una cosa, così per inciso, nella certezza stante il mio passato di Partigiano, di essere assolto dal sospetto di una mia difesa di ufficio del neofascismo. Quali vantaggi, mi dica, ha fin qui, oltre la propria criminalizzazione, conseguito la destra nei fatti più clamorosi di eversione violenta negli ultimi anni? Chi altro ha realizzato profitto dai fatti in questione?
La Democrazia Cristiana forse? Ma se è sotto gli occhi di tutti che è dentro fino al collo negli scandali che la stanno demolendo?
Via, Signor Giudice, sono la Destra, la D.C., il Partito Socialdemocratico la burocrazia, l’alta finanza, in una parola lo Stato, una congrega di imbecilli autolesionisti che organizzano stragi, complotti e scandali per farseli poi ritornare addosso, oppure è qualcun’altro che manovra tutto ciò, traendone bene evidenti vantaggi con lo strumento di un miserabile individuo che è riuscito, a quanto vengo a sapere, a penetrare nei massimi vertici dello Stato?
Quello stesso miserabile che tacita la propria coscienza, ammesso che ne possegga una, in una alternativa mostruosa di conservare il proprio lussuoso tenore di vita o di finire i suoi giorni in una galera a scontare le decine e decine di omicidi, primo dei quali quello commesso 36 anni fa in danno di Silvano FEDI.
Che pena, Signor Giudice, tutto il coro della stampa che dovrebbe, in un Paese libero, essere libera voce, unito a narrare le imprese fasciste di una persona che ha in realtà in tasca documenti che attestano la sua partecipazione “volontaria” alla Guerra di Liberazione.

Perché quest’uomo non si difende mostrando le sue credenziali di Partigiano? Il motivo è semplice: perché Partigiano in effetti non lo fu mai e non poteva esserlo. Semmai, questo si, è stato ed è uno schiavo di chi lo tiene in pugno perché conosce il suo tragico segreto di bandito assassino. Dal 1944. Ma tante altra persone sanno eppure stanno zitte.
Possibile che in questo crepuscolo di Democrazia dove oscure forze zelano per risospingersi in una collocazione da Alto Medioevo, nessuno si faccia avanti a denunciare, per elementare senso della verità, le macroscopiche e strumentali inesattezze ed omissioni che la stampa va propinando a tanti Italiani onesti ed ignari?

Possibile che nella cura meschina dello “proprio particulare” tante coscienze si siano addormentate? E’ soprattutto pensabile che quello che balza evidente agli occhi anche di un uomo come me che, lo ripeto, non è lettore assiduo di giornali, sia potuto passare inosservato ai poteri dello Stato appositamente istituiti per guardare dietro certe facciate di benessere e rispettabilità conseguiti in maniera tanto rapida quanto misteriosa? si deve, e vorrei, mi creda, proprio non farlo, argomentare qualcosa di peggio?

E le persone che vissero da vicino i tragici fatti di quei giorni solo apparentemente lontani, a qualunque partito appartengano, perchè non smascherano questo delinquente? Non posso credere che i legami ideologici siano più forti dell’imperativo morale che nasce dal profondo di ogni uomo onesto. Non hanno costoro sotto gli occhi le immagini di quei maciullati estratti dalle rovine della Stazione di Bologna? Non pensano che un giorno un loro congiunto potrebbe saltare in aria mentre tranquillamente attende un treno o si trova all’interno di una banca senza che, dopo anni, si sappia chi dover ringraziare?

Io sono convinto che alla fine quella luce che distingue l’Uomo dalla bestia abbia a prevalere e forse allora il tempo dell’insania starà veramente per finire. E’ solo per questo che mi sono preso l’ardire di scriverle dopo aver fatto cenno di questa mia iniziativa, ed averne ricevuto conforto, ad alcuni compagni più attivi di me e più partecipi in seno all’ANPI. Certo la strada verso la verità, me ne rendo conto, sarà lunga e difficile tanta è ancora la paura, e lo posso comprendere, che certe cose suscitano. Pensi, Signor Giudice, che quel Manrico DUCCESCHI, Partigiano di cui accennavo all’inizio di questo mio scritto, era a conoscenza della verità, tutta intera, della vicenda GELLI-FEDI. Ed anche lui mori stranamente suicida, nel 1948, in circostanze le cui spiegazioni non hanno mai soddisfatto nessuno.

Il non conoscerla personalmente, mi trattiene per ora dal sottoscrivermi, ugualmente certo, tuttavia, di aver compiuto, informandola, un ben preciso dovere dettatomi dalla coscienza. Segni futuri di un interesse verso questa storia, che ritengo non debbano mancare, mi indurranno a porre a sua disposizione ogni mia possibile energia.
Voglia gradire l’augurio di un lavoro il più possibile proficuo per il bene di tutti”.

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