Carlo Digilio – dichiarazioni 14.12.1996

In un periodo di tempo che, quantomeno in questo momento, non sono in grado di collocare con esattezza, ma che comunque cercherò di fissare in base ad altri ricordi dell’epoca, venne a Venezia il capitano David CARRET, allora già mio referente nella struttura C.I.A.. Mi contattò tramite il solito sistema di cui ho già ampiamente parlato e cioè collocando un bigliettino nella buca delle lettere di casa mia a Sant’Elena.

Delfo_Zorzi

Ci incontrammo, come facevamo di solito, all’entrata del Palazzo Ducale in San Marco e mi disse che intendeva parlarmi di una cosa molto delicata. Mi disse che la sua struttura aveva saputo a Roma, dall’ambiente di Ordine Nuovo, che tale organizzazione stava progettando un grave attentato con esplosivo contro la persona del Giudice milanese, dr. D’Ambrosio.
Mi spiegò che tale attentato era stato ispirato da servizi segreti italiani e in particolare la medesima struttura che aveva ispirato e spinto Delfo ZORZI e il suo gruppo alla catena di attentati da loro commessi.
Non mi specificò quale, fra le varie esistenti all’epoca, fosse tale struttura italiana e del resto io non ero sufficientemente titolato a chiedergli spiegazioni del genere e non sarebbe stato consono ai nostri rispettivi ruoli. Mi disse che molto probabilmente, visto che io avevo già svolto il ruolo di “consulente” recandomi al casolare di Paese ed ero conosciuto come tecnico, chi stava preparando tale attentato mi avrebbe in qualche modo contattato o comunque interpellato per farmi controllare il corretto funzionamento dell’ordigno.

Faccio presente che certamente il capitano CARRET aveva saputo dei miei due accessi al casolare di Paese tramite le relazioni del prof. Lino FRANCO. CARRET mi spiegò che un attentato di tal genere era contrario alla loro politica e alle direttive dei servizi americani e del generale WESTMORELAND che pure raccomandavano una durissima opposizione ai comunisti, ma senza però provocare vittime in modo indiscriminato e che quindi un’azione del genere non era ammessa e doveva essere contrastata anche per le ripercussioni che aveva avuto. Mi chiese quindi di attivarmi, qualora fossi stato coinvolto, per vanificare e sabotare tale progetto. Faccio presente ancora, per comprendere il contesto degli avvenimenti, che io avevo grande stima del capitano CARRET che era un militare di grande esperienza ed equilibrato. Effettivamente circa un mese e mezzo dopo, il dr. MAGGI mi telefonò avvisandomi che avrei avuto una visita. Faccio presente che per comunicazioni di tal genere il dr. MAGGI telefonava sempre, per motivi di sicurezza, non da casa ma dall’Ospedale o da un telefono pubblico.

Mi specificò che era stato lui a dare il mio indirizzo a questa persona che comunque era una mia vecchia conoscenza. Il giorno dopo venne a casa mia Giovanni VENTURA; ricordo che si presentò vestito in modo un po’ particolare, con occhiali da sole e un foulard e sembrava uno dei tanti turisti che girano per Venezia.
Era solo e aveva con una borsa di pelle nera. Mi disse che mi doveva dare un “ingrato compito” e cioè verificare se l’ordigno che si trovava nella borsa era stato confezionato secondo le regole di sicurezza per chi lo avrebbe trasportato. Mi fece vedere quanto aveva con se e tirò fuori dalla borsa una delle solite scatole militari portamunizioni, del tutto identica a quelle che avevo visto al casolare di Paese. All’interno c’era un ordigno che così descrivo: c’era un tubo Innocenti sui 20 centimetri di lunghezza saldato ad un’estremità, mentre dall’altra aveva una filettatura a cui era avvitato un tappo. All’interno del tubo, che svitai, c’era della gelignite sfusa e un sacchettino di plastica con il solito orologio Ruhla già pronto con il buco e il perno, una pila da 9 volt, almeno così la ricordo, e dall’orologio partiva il filamento al nichel-cromo e il fiammifero antivento che serviva da accensione. Oltre a questo tubo, parte nella scatola e parte nella borsa, c’erano altri 4 o 5 candelotti di gelignite in carta rossa. Notai che l’innesco era fatto bene e naturalmente la batteria non era collegata e l’orologio non era caricato.

Ricordo che il filamento era avvolto sul fiammifero e fermato ad esso con dello scotch. VENTURA mi disse che aveva avuto quel congegno a Mestre dal gruppo di ZORZI e del resto io avevo riconosciuto la fattura dell’innesco che avevo già visto a Paese durante il secondo accesso.

VENTURA mi disse che era stato fortunato a riuscire a tornare libero, che si sentiva comunque perseguitato e che l’ordigno doveva essere usato contro il Giudice D’Ambrosio. Io gli feci subito notare che un ordigno del genere era di grande potenza e avrebbe potuto provocare conseguenze più gravi di quelle di Piazza Fontana. Gli spiegai comunque che l’ordigno era in condizioni di sicurezza per il trasporto, ma che comunque, per evitare conseguenze gravissime, si poteva al più utilizzare a fine intimidatorio solo il tubo che conteneva non più di mezzo candelotto di gelignite.

Inoltre, per creare ulteriori difficoltà all’esecuzione di un attentato potenzialmente tanto grave, staccai con una pinzetta la resistenza dal resto dell’orologio senza farmi notare da VENTURA che, mentre svitavo il tappo del tubo si era prudentemente ritirato in corridoio.

Richiusi il tubo prima che VENTURA si avvicinasse e così lui non se ne accorse. VENTURA si trattenne a casa mia non più di un quarto d’ora e diede l’impressione di avere accolto il mio consiglio e infatti disse che si sarebbe disfatto dell’esplosivo in più. Lessi qualche giorno dopo sui giornali che era avvenuto a Milano un attentato dimostrativo ed esattamente il rinvenimento di un ordigno inesploso, mi sembra proprio nei pressi dell’Ufficio del dr. D’Ambrosio, e ricollegai quindi immediatamente tale episodio di intimidazione a quanto era avvenuto durante la visita di Giovanni VENTURA.

Passò ancora qualche giorno e rividi a Venezia CARRET con il medesimo sistema e nel medesimo posto. Gli relazionai quello che avevo fatto ed egli si congratulò con me dicendo che avevo fatto un ottimo lavoro nel senso che avevo evitato una cosa molto grave. Mi disse che la loro struttura era stufa di tollerare o appoggiare azioni di servizi segreti italiani che avevano superato i limiti e scherzavano con il fuoco. Mi confermò, come già aveva fatto nel primo incontro, che erano concepite azioni dimostrative in senso anticomunista, ma non massacri indiscriminati. Questo mi confermò quella che era stata sempre la mia sensazione e cioè che CARRET avesse un’etica militare e non fosse disposto ad oltrepassarla. Per quanto concerne il contesto in cui maturò il progetto, posso dire quanto segue. Il capitano CARRET mi aveva detto che avevano recepito l’informazione sul progetto nell’ambiente di Ordine Nuovo di Roma.

Io avevo già saputo da SOFFIATI, in tempi precedenti, che Pino RAUTI era in contatto con la struttura C.I.A. con la veste di informatore e di fiduciario e ciò mi fu confermato dallo stesso capitano CARRET nel corso del secondo incontro, quando parlammo del modo in cui essi avevano acquisito la notizia del progetto.

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