“Oltre ogni prova” – Panorama 06.02.1975

Polizia, carabinieri e magistratura conoscevano fin dalla primavera scor­sa quasi tutti i nomi e i precedenti degli eversori neofascisti che ope­ravano in Umbria e in Toscana e che, in un crescendo di attentati, co­minciato il primo gennaio con un’e­splosione che ha fatto saltare un tra­liccio dell’Enel a Pistoia, si propo­nevano di fare una strage, minando, giovedì 23 gennaio, con quindici chi­logrammi di tritolo, l’edificio della Camera di commercio, al centro di Arezzo.

II Fronte. Invece che con quella strage, la catena di violenza si è chiu­sa, venerdì 24 gennaio, con l’agghiac­ciante uccisione del brigadiere di pubblica sicurezza Leonardo Falco e dell’appuntato Giovanni Ceravolo e con il ferimento dell’appuntato Ar­turo Rocca. A compiere il delitto è stato Mario Tuti, 29 anni, geometra, insospettabile impiegato modello del comune di Empoli, uno dei capi de­gli eversori, il solo di cui non si sa­pesse niente.
Notissimo era, invece, Augusto Cauchi, 24 anni, di Cortona, guarda­spalle di Oreste Ghinelli, segretario del Movimento sociale di Arezzo, complice di Tuti e ricercato dalla sera di domenica 26 gennaio. Da un rapporto riservato del nucleo inve­stigativo dei carabinieri di Perugia del 13 maggio dell’anno scorso, 82 giorni prima della strage sul treno Italicus Roma-Monaco (12 morti), risulta che, in una perquisizione a casa di Cauchi, a Verniana di Monte San Savino, era stata sequestrata una carta topografica con tratteggia­to il percorso della linea ferroviaria Firenze-Bologna, proprio il tratto su cui avvenne l’eccidio.

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Tuti e Cauchi facevano parte del Fronte nazionale rivoluzionario, una filiazione di Ordine Nero, l’organizza­zione eversiva neofascista che si è attribuita tutta una serie di atten­tati della primavera scorsa, culmi­nati nella strage di Brescia del 28 maggio (7 morti). Il Fronte aveva architettato anche l’attentato alla Ca­mera di commercio di Arezzo (« Se fosse avvenuto, sarebbe stato un massacro », dice Emilio Santillo, ca­po dell’ispettorato antiterrorismo), previsto inizialmente per il giorno 22. Rinviata di 24 ore, perché gli orga­nizzatori avevano avuto l’impressio­ne, poi rivelatasi giusta, di sentirsi sorvegliati e pedinati, l’azione terro­ristica è stata sventata all’ultimo momento.

Dal 6 gennaio, infatti, Mario Marsili, un giudice toscano di 33 anni, sostituto procuratore della Repubbli­ca ad Arezzo, era sul chi vive. Un macchinista di un treno merci diret­to al Sud aveva notato per caso vici­no a Terontola, sulla linea Firenze- Roma, che 85 centimetri di una ro­taia erano stati divelti e aveva fer­mato il convoglio. Nel giro di due ore venne accertato che i binari era­no stati minati nel corso della notte precedente e che 34 treni avevano corso il rischio di deragliare.

Immediatamente Emilio Santillo e Silvio Santacroce, questore di Arez­zo, puntarono su due obiettivi: sco­prire gli attentatori e individuare il luogo dove veniva tenuto nascosto l’esplosivo. Sedici giorni dopo, a po­chi chilometri da Arezzo, venne tro­vata una santabarbara, contenente 18 chilogrammi di cheddite, un esplo­sivo ad alto potenziale, celata tra le rovine di una chiesetta dissacrata coperta dai rovi.

La sera stessa, era giovedì 23, la polizia sapeva già chi cercare. A col­po sicuro arrestò due persone: Lu­ciano Franci, 28 anni, ex-democri­stiano, ex-missino, autista e anche lui guardaspalle di Oreste Ghinelli, im­piegato alle poste della stazione di Firenze; e Piero Malentacchi, 25 an­ni, esponente di Ordine Nuovo, l’or­ganizzazione estremista di destra messa fuori legge alla fine del 1973.

Due morti. Il giorno dopo venne arrestata Margherita Luddi, amica di Franci, 25 anni. Il sostituto pro­curatore della Repubblica le aveva messo il telefono sotto controllo e scoprì così che la ragazza aveva na­scosto nella soffitta della casa di campagna di sua nonna, sull’Appennino toscano, venti detonatori, al­trettante micce e tre casse di esplo­sivi. Non solo: Marsili venne a sa­pere anche che la Luddi cercava in­sistentemente per telefono un certo Mario, un nome che gli era già stato fatto da Franci nel corso del primo interrogatorio. Al magistrato non ci volle molto per scoprire che si trat­tava di Mario Tuti.

Così nel pomeriggio di venerdì Marsili ordinò la cattura di Tuti e, contemporaneamente, quelle di Ro­berto Giovanni Gallastroni, 22 anni, responsabile della sezione culturale del Movimento sociale nella zona di Montevarchi e capofila dei superstiti di Ordine Nuovo, e di Mario Morel­li, 23 anni, detto il guercio (nella sua casa di Castiglion Fiorentino, vi­cino ad Arezzo, furono poi trovate 2 mila pallottole calibro 9, alcuni ti­mer e carte topografiche delle zone di Orvieto, Perugia e Tuscania).

Per arrestare Tuti, la questura di Empoli mandò a casa sua, in via Boccaccio 26, nel centro della città, tre uomini a bordo di una volante. Giunti sul posto alle 20,30, il briga­diere Falco e l’appuntato Rocca, che conoscevano Tuti da tempo (ci gio­cavano anche a carte), suonarono al­la porta di casa del geometra, men­tre l’appuntato Ceravolo era rimasto in macchina con il motore acceso.

Tuti aprì subito: sua moglie Loret­ta e il figlio Werther, un bambino di due anni, erano a tavola. La mo­glie di Tuti abbassò il volume del te­levisore e il brigadiere Falco mostrò al geometra i mandati di perquisi­zione e di cattura. Per 35 minuti fi­lati, Mario Tuti sciorinò ai due po­liziotti tutte le autorizzazioni per la detenzione di armi. Quando gli ven­ne chiesto se aveva anche il permes­so per tenere in casa bombe a ma­no, uscì dal soggiorno per dire che andava a prenderlo: quando rientrò, impugnava un fucile a ripetizione che spara anche a raffica. Falco ven­ne fulminato per primo, Rocca gra­vemente ferito, Ceravolo che, all’udi­re degli spari, si ei a precipitato per le scale impugnando la pistola, fu ucciso da un’altra raffica.

Fuggito senza giacca, con cinque­mila lire in tasca, Tufi salì a bordo della 128 bianca della moglie. L’au­tomobile venne ritrovata il giorno dopo in via Sarzanese, a Lucca. Ce l’aveva portata Mario Tuti o qual­che complice nell’intento di deviare le indagini? Per ottenere una ri­sposta, gli agenti dell’Antiterrorismo hanno frugato nelle agende di Franci e di Tuti in cerca di qualche in­dirizzo di Lucca. L’unico che hanno trovato è stato quello di Roy Affatigato, un ex-ordinovista passato a Ordine Nero. Precipitatisi a casa di Affatigato, gli agenti sono riusciti solo a sapere che l’estremista era scomparso la mattina di lunedì. Poi, il buio più completo.

Oltre che di Cauchi, i carabinieri avevano già seguito in passato an­che i movimenti di Franci e Gallastroni. Durante le indagini sull’ attentato dinamitardo del 22 aprile 1974 alla casa del popolo di Moiano di Città della Pieve, in provincia di Perugia, avevano perquisito le loro case sequestrando armi, carte topo­grafiche e volantini.

Ma l’attenzione dei carabinieri si era poi spostata su Massimo Batani, 21 anni, responsabile della sede di Arezzo di Ordine Nuovo per tutto il 1973, e rinviato poi a giu­dizio come uno degli esecutori ma­teriali dell’attentato alla casa del popolo (fu arrestato il 6 luglio), di cui Ordine Nero aveva rivendicato la paternità. Era stato proprio Ba­tani a rappresentare i camerati di Arezzo e dintorni al convegno di Cattolica (2-5 marzo 1974), da cui era nato Ordine Nero.

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Individuati. Sotto questa nuova si­gla si erano riuniti in una specie di federazione i bracci armati dei più noti movimenti neri. Tra i con­venuti a Cattolica, una trentina, era­no presenti con sicurezza alcuni fra i più noti esponenti del neofascismo italiano: Clemente Graziani, capo riconosciuto di Ordine Nuovo, at­tualmente latitante, Salvatore Fran­cia, responsabile del settore stampa del movimento, colpito da innume­revoli mandati di cattura, rifugiato in Svizzera (si è trasferito lì in que­sti giorni, dopo essere stato a lungo a Barcellona, in Spagna), Luigi Falica, organizzatore del convegno, se­gretario del circolo bolognese « Il retaggio », famoso ritrovo di neofa­scisti, in carcere a Bologna.

Quando fu chiaro che gli organiz­zatori del nuovo gruppo eversivo erano tutti ex-appartenenti al di­sciolto Ordine Nuovo, Vittorio Occorsio, sostituto procuratore della Repubblica a Roma, aprì, il 2 giu­gno, un’inchiesta che si concluse in 40 giorni con il rinvio a giudizio di 119 persone, accusate di ricostitu­zione del partito fascista. Nella lista degli imputati figura­vano parecchi esponenti del neofa­scismo umbro-toscano. Oltre a Cauchi, Gallastroni e Batani, la lista comprendeva anche i fratelli Euro e Marco Castori, di Perugia, forte­mente sospettati per l’attentato all’ Italicus perché fuggiti in Svizzera all’indomani della strage.

Perfettamente individuata da tem­po, dunque, la cellula eversiva di Arezzo, fatta eccezione per Massimo Batani, che era stato arrestato, ha continuato ad agire indisturbata per mesi. C’è voluta la scoperta dell’attentato alla linea ferroviaria Firenze-Roma del 6 gennaio per smuo­vere finalmente le acque. E solo il duplice delitto commesso da Ma­rio Tuti ha spinto magistratura e Antiterrorismo a intervenire drasticamente, a dare uno scossone agli ambienti della destra extraparla­mentare, rivelando collegamenti a livello nazionale e internazionale fi­nora insospettati e collusioni espli­cite tra gli eversori di estrema de­stra e il Movimento sociale.

Dal Msi. « Gli arrestati di Arezzo non solo provenivano tutti dalle fi­le del Movimento sociale, ma alcuni ne facevano ancora parte », ammette apertamente Santillo. E lo stesso Occorsio, che ha indagato a livello nazionale sull’attività degli ordinovisti, ha confermato a Panorama: « Ad Arezzo estremismo eversivo e Movimento sociale si identificano e si confondono ».

Anche Mario Calamari, procurato­re generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Firenze, noto per le sue tendenze conservatrici, ha sottolineato con vigore le responsabilità della cellula eversiva di estre­ma destra assicurando che i respon­sabili saranno perseguiti col massi­mo rigore. « Ci auguriamo di essere a una svolta radicale nella lotta all’ever­sione politica nel paese, alla eversione di destra quale essa è, come sta a testimoniare la documentazio­ne finora raccolta », ha detto il mi­nistro dell’Interno, Luigi Gui. All’Antiterrorismo preannunciano gior­nate calde, scandite da una selva di mandati di cattura. « Andrò fino in fondo », confida Mario Marsili, il magistrato che conduce l’inchiesta.

C’è tuttavia chi di fronte a questa vampata di antifascismo, manifesta qualche perplessità. « Non si può di­fendere la democrazia con strumenti fascisti », ha dichiarato a Panorama Marco Ramat, pretore a Firenze, se­gretario di Magistratura democrati­ca, la corrente più avanzata della magistratura (650 aderenti su circa 6 mila magistrati). « La magistratura deve resistere alla tentazione di far­si influenzare dalle proposte di Fanfani sull’ordine pubblico ». Perples­sità di ordine completamente diver­so, ma anche più gravi e assillanti, nascono dal fatto che, proprio men­tre si verificavano i tragici fatti di Empoli, altri magistrati, in procedi­menti diversi, abbiano preso deci­sioni che lasciano perlomeno dub­biosi sulla autentica volontà di farla finita con le trame nere.

Note a tutti. In Toscana, per esem­pio, ha suscitato particolare stupore la notizia del rinvio sine die del pro­cesso contro i 119 ordinovisti ia cor­so davanti al tribunale di Roma. Il presidente Giuseppe Volpari ha sta­bilito che il processo non potrà es­sere ripreso « fino a che negli altri procedimenti penali attualmente pendenti a carico degli imputati sia pronunciata sentenza non più sog­getta ad impugnazione ». « Se ne parlerà fra due se­coli! », ha commentato il pubblico ministero Vitto­rio Occorsio, visto che i procedimenti pendenti a carico degli imputati so­no ben 44.
« Se i fascisti di Arez­zo fossero stati in gale­ra non sarebbe successo niente. Noi di denunce ne abbiamo fatte tante. Sa­rebbe bastato che polizia e carabinieri li tenessero a bada e non saremmo arrivati a questo punto », dice Giorgio Bondi, se­gretario provinciale del partito comunista di Arezzo, convinto anche lui che « tra eversori e mis­sini non esiste una linea di demarcazione ».
Ad Arezzo le attività dei fascisti erano note a tut­ti. I più attivi si riuniva­no in un bar accanto al­la sede della federazione missina. Alcuni giravano armati, altri si erano com­prati un cane lupo « da difesa », molti frequenta­vano palestre e il poligo­no di tiro (solo per pistole). Alla fine del 1973, quando furono costretti a chiudere la sede di Ordine Nuovo, in via Pescioni 43, i fascisti occuparono per qual­che giorno i portici di corso Italia. Ci furono risse a non finire, mi­nacce e violenze di ogni genere non si contarono più.

L’iniziativa più recente è stata quella di costituire un gruppo di « radioamatori ». Uno di questi era Luciano Franci, ma l’apparecchia­tura più sofisticata sembra essere quella di Giovanni Rossi, un insospettabile professore di matemati­ca e fisica dell’istituto tecnico di Arezzo, dichiaratamente missino. Considerato una specie di eminen­za grigia, Rossi non è mai uscito allo scoperto, se non il 12 novembre 1973, quando, davanti al Supercinema di via Garibaldi, minacciò con una pistola Sergio Nenci, detto Cico, militante del partito comuni­sta. Rossi naturalmente fu denuncia­to ma la cosa non ebbe seguito.

Amico di Franci e Gallatroni, Ros­si era solito incontrarli passeggian­do per il corso Italia. « La sua era una sezione peripatetica del Movi­mento sociale », dice un aderente di Lotta Continua. Adesso, ad Arezzo, Rossi si vede poco. Il giorno dopo l’uccisione dei due sottufficiali di pubblica sicurezza, il professore ha chiesto tre mesi di congedo a scuola. C’è chi dice che viaggiava molto per la Toscana, in particolare tra Empoli e Arezzo. Conosceva Tuti? Santillo non dice di no. Ammette che l’An­titerrorismo sta controllando ad Arezzo i movimenti di tre o quat­tro personaggi ritenuti finora inso­spettabili.

L’ingente quantità di armi che si teneva in casa, l’apparente rispet­tabilità ostentata per anni da Tuti, le coperture che sicuramente ha avuto nella fuga, la ferocia con cui ha sparato contro i tre uomini del­la pubblica sicurezza che erano andati ad arrestarlo, sono la pro­va da una parte che la cellula ever­siva era bene organizzata e godeva di protezioni e dall’altra che Tuti era un anello importante della ca­tena neofascista, pronto a tutto pur di non essere costretto a parlare. Santillo è convinto che Tuti sape­va un mucchio di cose e che proba­bilmente aveva da tempo respon­sabilità ben più gravi di quelle che di fatto gli si possono attribuire (la detenzione delle armi) o forte­mente sospettare (la loro fornitura alle cellule eversive).

Una confidenza. Tuti era già cono­sciuto dalla polizia fin da quando viveva a Pisa e partecipava alle azio­ni squadristiche dei fascisti all’uni­versità. Poi si sposò e si stabilì a Empoli con tutte le carte in regola e la fama di impiegato modello, riu­scendo persino a farsi assumere dal Comune a maggioranza comu­nista. Alla vigilia del delitto, in­contrando un amico, gli confidò che forse non sarebbe mai più tor­nato a lavorare al suo tavolo da geometra. È stata questa circostanza, naturalmente, a far sorgere il sospetto che l’irreprensibile impie­gato stesse per prendere una decisione che avrebbe cambiato radicalmente la sua vita.

Si saprà mai che cosa Tuti avreb­be potuto dire? C’è già chi prevede che non lo si ritroverà vivo e che farà la fine di Giancarlo Esposti, giovane fascista, radioamatore, uc­ciso, la primavera scorsa, in circostanze oscure a Pian del Rascino, vicino a Rieti, o di Armando Calzo­lari, il neofascista esperto nuotato­re che « affogò » in una pozza d’ac­qua di pochi centimetri alla perife­ria di Roma nel gennaio 1970, o di Silvio Ferrari, un neofascista saltato in aria con la sua moto, pochi gior­ni prima della strage di Brescia: è ormai accertato che il suo non fu un incidente. Qualcuno aveva re­golato la sua morte all’ora X, le 3,05 del 19 maggio 1974. Ci sarà un’ ora X anche per Tuti?

Panorama 06.02.1975

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