“All’ombra della loggia P2” – Roberto Fabiani, I massoni in Italia – 1978

Ormai se ne era convinto senza altre possibilità di dubbio: la signora Maria Pia ce l’aveva con lui. E non riusciva a capirne il motivo. Non che lei gli usasse modi freddi o addirittura bruschi. Nemmeno a pensarlo in una donna di quella classe e con quel carattere. Ma ci doveva ben essere una ragione se ogni volta che era invitato a pranzo a casa di Amintore Fanfani, in media un paio di volte al mese, la moglie del presidente del Senato si ostinava a servirgli sformati di verdura e budini. Quei piatti lo facevano stare sempre male. Inutilmente, e in più occasioni, aveva fatto accenni velati alla sua ulcera che si risvegliava a primavera e diventava cattiva con il caldo. Niente da fare: sformati e budini erano inevitabili.
Era andata così anche quella sera della prima decade di giugno. Aveva trovato un fanfani teso, meno contenzioso del solito, sinceramente preoccupato per quel che stava accadendo. La valanga di sospetti e insinuazioni che circolavano da mesi su Giovanni Leone, la sua famiglia e i suoi sette anni al Quirinale, ormai aveva preso corpo in fatti concreti e accuse documentate. Ogni settimana sulla testa del Presidente cadeva una tegola contro la quale non c’era difesa di smentite, rettifiche e querele. Nessuno poteva sapere con certezza come sarebbe finita, neppure la seconda autorità dello Stato. Lui invece lo sapeva bene cosa gli sarebbe capitato, mentre masticava il soufflé di cicoria e il budino di crema.
Adesso, nel suo appartamento all’albergo Excelsior, non riusciva a prendere sonno: ancora una volta la signora Maria Pia Fanfani aveva indovinato il menu adatto a rovinargli la notte. E la giornata era stata calda, la prima di una stagione in ritardo. All’alba era ancora sveglio e decise di alzarsi. Sulla sua faccia non c’erano tracce dell’attentato subito la sera prima: ci voleva ben altro che una notte insonne e un soufflé di cicoria per mettere a terra Licio Gelli. A quasi sessant’anni ne dimostrava dieci di meno; alto, ben portante, la pelle rosa, i capelli grigi, gli occhietti vispi e mobilissimi, sembrava il prototipo dell’uomo d’affari moderno, efficiente, iperattivo.
Del resto, in vita sua Licio Gelli un tipo tranquillo non lo era stato mai. Da ragazzo lo avevano buttato fuori da tutte le scuole d’Italia dopo la terza media. A 17 anni, nel 1936, immaturo come tutti a quell’età, aveva fatto una scelta alla quale sarebbe rimasto fedele sempre: dalla parte dei fascisti. Se ne era andato a combattere in Spagna, arruolato volontario nel Tercio, la legione straniera spagnuola che riuniva sotto un’unica bandiera il meglio della ribalderia internazionale. Volontario paracadutista, volontario in Finlandia contro i russi alla testa di una compagnia guastatori, primo tra i primi della repubblica di Salò, ufficiale di collegamento con i tedeschi.
Con tutto quel gran guerreggiare non aveva avuto tempo per leggere buoni libri e a sentirlo parlare lo si capiva subito. Colmava la lacuna con un linguaggio che a seconda dei casi e delle circostanze sapeva andare dritto alla sostanza delle cose oppure essere evasivo, inconcludente e ripetitivo per ore.
Arrivato nel pieno della maturità, amava ripetere che del passato non rinnegava nulla ma non metteva conto rivangare quanto avvenuto in anni lontani e sulla spinta di entusiasmi giovanili: adesso aveva dimenticato i fascisti, detestava i comunisti e odiava i preti. Soprattutto però, avendo raggiunto un discreto benessere e una buona posizione sociale, aspirava solo a starsene in pace e tranquillo. Non era vero niente. Arrivato nel pieno della maturità Licio Gelli a tutto pensava tranne che a starsene in pace. Aveva in mano un potere enorme e intendeva gestirlo alla sua maniera: stando dietro le quinte, facendo parlare di sé il meno possibile, tirando le fila di tutto senza comparire mai. Lo aveva sempre avuto questo gusto sottile di esercitare il più affascinante di tutti i poteri , quello occulto, di dirigere uomini e eventi senza che nessuno riuscisse a capire come e perché certe cose capitassero in un dato momento e non in un altro, avessero certe conclusioni e non certe altre.
Come si fosse costruito questo potere era un mistero che nessuno riusciva a spiegare, ma si sapeva con certezza che era fondato su una ragnatela intricatissima di relazioni personali estesa in tutto il mondo, in tutti i settori e sempre ai più alti livelli. Da ogni amico Gelli sapeva cavare l’informazione giusta al momento giusto, ad ogni amico sapeva fornire l’informazione giusta al momento giusto. Per contare i suoi amici, aveva detto una volta, ci volevano gli elenchi del telefono di almeno quattro nazioni. Non bluffava. L’amico più prestigioso era il presidente americano Jimmy Carter, alla cui cerimonia d’insediamento alla Casa Bianca aveva partecipato con l’orgoglio di essere l’unico italiano invitato a titolo personale. Un altro amico di rango era il duca di Kent; un terzo il capo democristiano bavarese Franz Josef Strauss. E la giunta dei dittatori militari argentini gli dava udienza purché la chiedesse. Del resto in Argentina Gelli aveva sempre trovato accoglienze calorose. Era stato amico del dittatore Juan Peron, della sua prima moglie Eva e della seconda, Isabelita. Poi era diventato amico del consigliere-amante di questa, il ministro del benessere sociale – sedicente parapsicologo – sedicente mago – sedicente stregone – necrofilo vero e pazzo probabile Lopez Rega, che tra i tanti meriti aveva anche quello di aver inventato l’Alleanza Anticomunista Argentina, le famigerate squadre della morte che eliminavano silenziosamente gli oppositori al regime illuminato della ex ballerina Isabelita. Quando lei era stata estromesso dai militari e Lopez Rega mandato in esilio, Gelli con un’abile piroetta era diventato amico dei nuovi padroni. Un colpo da maestro.
Ma gli amici preziosissimi erano altri, tutti italiani, tutti carichi di segreti esplosivi. In altri tempi avevano occupato posti di grande prestigio e di straordinario potere, poi erano stati dispersi, portati via dagli scandali e dalle malefatte. Quasi mai dai carabinieri. Se ne stavano rincantucciati e silenziosi in luoghi sicuri con la memoria vigile e le valigie cariche di documenti e facevano pendere un’oscura minaccia sulla testa di metà della classe politica italiana, quella che avevano servito e di cui si erano serviti.
Michele Sindona, innanzitutto. Gelli andava a fargli visita ogni dieci giorni, portando conforto e consiglio, nell’esilio dorato dell’albergo Pierre di New York. Dove il bancarottiere scappato lasciando un buco di duecento miliardi nel sistema bancario italiano, teneva la lista completa dei politici che ne avevano favorito l’ascesa vertiginosa ed erano stati da lui compensati con denaro sonante. Che poi avevano depositato sulle sue banche straniere. E Giuseppe Arcaini, dalla notte dei tempi direttore generale dell’Italcasse, tesoriere ufficiale della repubblica democristiana. Timorato e pio, carico d’anni, di miliardi e di ricordi aveva fatto in tempo a scappare in Perù prima che un giudice irrispettoso lo mettesse in galera ad aspettare il momento dell’eterno castigo. E Camillo Crociani, pataccaro principe, bustarellaro emerito; si era mosso sotto gli occhi di una classe politica cieca e sorda che lo aveva elevato ai massimi vertici dell’industria di Stato. Da lì aveva ramazzato per se stesso commesse militari, distribuito tangenti in proprio e conto terzi  e alla fine era scappato chi sa dove. Nessuno lo cercava e nessuno lo trovava. Tranne Licio Gelli che non dimenticava gli amici caduti in disgrazia.
Non aveva dimenticato, infatti, Vito Miceli, generale sospeso dal servizio, ex detenuto, ex capo del Sid, cacciato da quel posto con ignominia. A fargli dare l’incarico delicato e prestigioso era stato proprio Gelli, che era andato a raccomandarlo all’allora ministro della Difesa, Mario Tanassi. Gelli sapeva bene che il reboante e pasticcione generale dei bersaglieri poteva fare tutto ma non il capo del servizio segreto. Ma sapeva anche che Miceli aveva imparato una lezione preziosa da un suo celeberrimo predecessore, il generale Giovanni De Lorenzo: tieni in mano i politici e il mondo è tuo. L’aveva imparata male e l’avrebbe applicata peggio, senza la fantasia del maestro, che aveva fatto rigare dritto due presidenti della Repubblica e tre o quattro presidenti del Consiglio. Ma in quanto a raccolta di notizie, pettegolezzi e documenti ci sapeva fare ed era ben servito dai collaboratori. Gelli non dimenticava neppure un altro grande amico che si avviava in solitudine verso una anticipata vecchiezza: Carmelo Spagnuolo, ex procuratore generale a Roma, ex presidente di sezione della Corte di Cassazione, anche lui emarginato, sospeso dal servizio, travolto da una serie incredibile di errori e di sciocchezze. Viveva ignorato in una grande villa alla periferia elegante della città e pochi si ricordavano ancora che era stato un uomo potentissimo, depositario di segreti capaci di far cadere più di un governo. Gelli lo andava a trovare di tanto in tanto, ne ascoltava paziente gli sfoghi, i propositi di vendetta contro i nemici che lo avevano rovinato, i progetti per una rivalsa impossibile. Il vecchio lo riceveva con una frase che era sempre la stessa: “Che abbiamo di nuovo, cartofilo?”. Gli aveva affibbiato quel soprannome per sottolinearne la mania di collezionare documenti e pezzi di carta. Lui che di documenti e di carte varie se ne intendeva parecchio.
Altri amici non avevano così bisogno di assistenza morale e di conforto. Gli erano capitate, sì, delle disavventure, o erano arrivati a un passo dalla rovina, o erano pieni di problemi e pensieri, ma in un modo o nell’altro riuscivano a stare bene in sella. Come Francesco Cosentino. Per quasi tre lustri era stato preparatore e autorevole segretario generale della Camera dei Deputati e da quell’osservatorio eccezionale aveva visto scorrere la vita politica italiana, conosciuto, pesato e giudicato uomini e cose. Poi era scivolato su una buccia di banana, quando si era scoperto che aveva incassato un assegno da Camillo Crociani. In cambio della vendita di duemila sterline-oro, aveva detto. Quindi tutto più che regolare. Ma era così buon politico e conoscitore profondo del costume nazionale da capire che in quel posto non ci sarebbe potuto più restare senza alimentare un’orgia di chiacchiere e sospetti. E si era dimesso per diventare da lì a poco presidente della Compagnia Italiana dei Grandi Alberghi.
All’editore Angelo Rizzoli, invece, delle chiacchiere importava poco e non si preoccupava per nulla se di lui si diceva e scriveva che era carico di debiti e che continuava a farne per comprare giornali e metterli al servizio della Democrazia cristiana. A Gelli quel giovanotto barbuto piaceva molto; ne apprezzava il dinamismo e la spregiudicatezza. Questa amicizia tra l’altro gli faceva comodo, perché gli permetteva di far uscire di tanto in tanto qualche notizia utile ai suoi disegni su una catena di giornali di tutto rispetto. E comunque gli permetteva quasi sempre di bloccare quelle che giudicava pericolose.
Le chiacchiere non disturbavano più di tanto neppure una bella schiera di palazzinari, finanzieri d’assalto, imprenditori dalle origini misteriose e dalla capacità manageriali oscure. Gente che prosperava altalenando tra la cura di imprese sempre sull’orlo di crisi irreversibili e i crediti facili e abbondanti concessi da istituti pubblici più sensibili alle pressioni politiche che alle ragioni della oculata amministrazione. Di questi, Gelli ne conosceva tanti: Roberto Memmo, finanziere per autodefinizione, partito da una fabbrica di calzini e camicie, scomparso all’improvviso, ricomparso all’improvviso con Rolls Royce, una giunca cinese, un fantastico palazzo di fronte al Campidoglio. O Gaetano Caltagirone, capo di una dinastia di costruttori che dopo aver accumulato 270 miliardi di debiti con l’Italcasse di Arcaini erano arrivati a un soffio dal riuscire a lasciargliene un centinaio sulla groppa. O Aladino Minciaroni, architetto, costruttore, socio di Crociani in diverse società. O Raffaele Ursini, don Raffele e basta per gli amici, grande della chimica, dei debiti e dei crediti agevolati, cui l’amicizia e la protezione di Gelli non avrebbero evitato la galera sotto una caterva di imputazioni che andavano dalla truffa al falso in bilancio. Nessuno di questi uomini, molti finiti male, altri sempre sul punto di finirci, aveva mai pensato nemmeno per un momento che il potentissimo amico Licio Gelli portasse una jella tremenda. Anzi, gli volevano bene, lo rispettavano, ne ascoltavano i consigli. E quando lui dava certi tipi di ordini gli obbedivano senza discutere. Perché erano tutti massoni e Gelli era il loro capo. In teoria erano all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia, la più antica e potente comunione massonica italiana, ma in realtà appartenevano a una loggia segreta e poderosa che aveva un nome vecchio cent’anni, Propaganda massonica numero due, in sigla P2, forte di 2.400 iscritti, la crema della finanza, dell’imprenditoria pubblica e privata, delle forze armate, della magistratura, delle banche, delle libere professioni. Tutti facevano capo a quell’uomo che la signora Maria Pia Fanfani cercava di avvelenare con regolarità e perseveranza.

Roberto Fabiani, “I massoni in Italia” – 1978

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