Gli iscritti alla P2 nel 1971 – estratto libro “I massoni in Italia”

(…) A quel tempo Gelli aveva già strutturato la P2 come un mondo del tutto separato dall’universo massonico ma presente, e ai più alti livelli, in ogni settore della vita pubblica, dei ministeri, delle banche e delle forze armate. La sede era in una palazzina di via Cosenza, a Roma, presidiata in permanenza dai fedelissimi generali Franco Picchiotti e Luigi De Sanctis. Lo schedario comprendeva nomi del calibro di Nicola Picella, segretario generale della presidenza della Repubblica e tra i politici erano stati arruolati Forlani, Stammati, il senatore democristiano Vincenzo Carollo, il deputato romano Umberto Righetti, i repubblicani Emanuele Terrana e Pasquale Bandiera, il socialista all’apice dell’ascesa Luigi Mariotti, l’ex ammiraglio Gino Birindelli, che lasciata l’uniforme era andato a intrupparsi nel Movimento sociale italiano ad alimentare i sogni di grandezza di Giorgio Almirante.
Il 30 per cento dei membri della P2 erano direttori generali o comunque alti funzionari di ministeri, enti pubblici e parapubblici: Luigi Samuele Dina, direttore generale del ministero della Difesa, Mario Besusso, direttore per la Cassa del Mezzogiorno, Aldo Fraschetti, ex direttore generale dell’Anas, Carlo Biamonti, dell’Enpas, Antonio De Capua, Ministero dell’Interno, Giuseppe Catalano, direttore della Banca d’Italia, Giuseppe Arena, ufficio italiano dei cambi. Pochi e non di primo piano i magistrati: Marco Lombardi, consigliere di corte d’Appello, Domenico Raspini, presidente del tribunale di Ravenna in compagnia di un altro ravennate, Edoardo Zambardino, del magistrato a riposo palermitano, Giuseppe Mannino e di Francesco Pinello e Giuseppe Del Pasqua.
Consistente e di buon peso la rappresentanza del mondo imprenditoriale, dove brillavano le stelle Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli. Seguivano l’industriale aeronautico Domenico Agusta, quelli dell’abbigliamento Vincenzo Monti e Mario Lebole (di questo Gelli sarebbe anche diventato socio), il titolare dell’industria elettronica romana Voxson, Umberto Ortolani, l’industriale del caffè, Giovanni Danesi, il presidente dell’Alsor-alluminio Sardegna, Giorgio Costa e l’armatore triestino Giorgio Vassilà.
L’architrave della P2 era però costituito da militari, vecchia passione  e lucida intuizione di Gelli, che ne aveva capito l’importanza e valutato il peso nella vita della nazione molti anni prima che i grandi partiti popolari italiani cominciassero a esplorare quell’universo a loro completamente sconosciuto. Di militari nella P2 ce n’erano talmente tanti che avrebbero potuto riunirsi in una caserma. Dietro al massone della prima ora Saverio Malizia, in lista fin dal 18 dicembre 1961, stavano allineati e coperti Vito Miceli, fresco di nomina a capo del Sid, OSvaldo Minghelli, ufficiale di Pubblica Sicurezza, Renzo Apollonio, che sarebbe diventato presidente del tribunale militare dopo aver fatto un tentativo per arrivare al comando dei carabinieri, Siro Rosseti, di cui erano note le simpatie per il Partito comunista e che dirigeva il servizio informazioni dell’esercito, Antonino Anzà, aperto ai socialisti, che dopo aver comandato con abilità e saggezza il quinto corpo d’armata avrebbe cercato di diventare comandante dei carabinieri, o capo di stato maggiore dell’esercito o capo di qualunque altra cosa e sarebbe morto tragicamente, Paolo Gaspari, protagonista di una memorabile battaglia contro il generale Giovanni De Lorenzo. Scarsa la presenza dell’aeronautica, il cui uomo più in vista nella P2 era il generale Duilio Fanali.
Consistente quella dei carabinieri che oltre a Picchiotti allineavano Luigi Bittoni, che era stato capo di stato maggiore ai tempi di De Lorenzo, Igino Missori che comandava la divisione carabinieri Lazio e sarebbe diventato vice comandante dell’Arma, gli allora colonnelli Emilio e Umberto De Bellis, Giuseppe Cianciulli e Giuseppe Bernabò Pisu seguiti da un battaglione di maggiori e capitani.
La parte del leone la faceva però la guardia di finanza, altra furbissima intuizione gelliana. Le fiamme gialle avevano nella P2 i generali Fausto Musso, di Bolzano, e Salvatore Scibetta, di Roma, il colonnello Amedeo Centrone, di Perugia, tre tenenti colonnelli, Pietro Aquilino, Enzo Climinti E Roberto Manniello, i capitani Angelo Iaselli e Franco Sabatini, di Firenze, e Lino Sovdat, di Trento.
Un gruppo poderoso e presente praticamente ovunque davanti al quale la patetica P1 di Lino Salvini con i suoi mantelli e cappucci neri suscitava tenerezza e ilarità. (…) alla fine del 1971 il Gran Maestro nominò Gelli, fino ad allora factotum abusivo, segretario organizzativo della P2 (…). Poi consegnò lo schedario della P1 a Gelli: 450 nomi per lo più di medio livello. Il padrone della P2 non si contentò di questo ma pretese una procura scritta con la quale il Gran Maestro lo autorizzava formalmente a custodire lo schedario e in più gli delegava la sua più preziosa prerogativa: quella di poter iniziare segretamente nuovi fratelli.

Roberto Fabiani, “I massoni in Italia”, 1978

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Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 quinta parte

DE LUCA Athos. Signor Presidente, è il primo anno che sono parlamentare della Repubblica italiana e il mio gruppo mi ha proposto di far parte di questa Commissione. Conoscendo il Presidente, i primi giorni avevo pensato, come anche i colleghi, che vi potessero essere le condizioni perché in questo paese, dove ogni volta che si installa un nuovo Governo si dice che si vuole far luce sulle stragi, questa potesse essere la volta buona o almeno vi fossero le condizioni politiche per consentire a lei, e ad altre persone protagoniste di questo mezzo secolo della nostra giovane Repubblica, per poter dare un contributo a fare questa benedetta luce.
Come lei saprà ci sono alcuni che sostengono, e anche a me lo hanno detto: tirare fuori questi veleni in questo paese adesso a che servirebbe? Occorrerebbe cioè guardare al futuro senza rivangare ciò che è accaduto. E’ una tesi. In un paese come il nostro forse è necessario che passi ancora del tempo? Il presidente Pellegrino ricordava che gli Stati Uniti, anche se con risultati un po’ nazionalisti o un po’ opportunisti, hanno fatto in fretta a fare luce. Un dato è certo però, signor Presidente, e mi corregga lei che ha studiato molto in questi mesi: noi siamo uno dei paesi che ha ancora tutte queste stragi, anche l’ultima di Ustica, sulle quali non si riesce mai a far luce: ci sono sempre degli ignoti. Malgrado siamo la culla del diritto, un paese di avvocati, di procuratori, di investigatori, di poliziotti, non riusciamo a dare al popolo italiano, e credo anche alle nuove generazioni della politica, la possibilità di liberarsi di questi cadaveri. Ormai il muro di Berlino è caduto, ci sono altri problemi, altri scenari e la mia constatazione era stata: forse riusciamo a farlo. Però ascoltandola, senatore Andreotti, ho compreso che forse non ce la faremo a fare questa luce. Il collega Corsini e anche poi lo stesso senatore Gualtieri dicevano che è un momento storico e che dobbiamo cogliere l’occasione di avere qui con noi a disposizione una personalità che ha ricoperto senza soluzione di continuità un periodo così vasto della nostra giovane Repubblica. Avverto però dai suoi racconti – perché in realtà sono più racconti che testimonianze, racconti anche piacevoli per certi aspetti – che in realtà c’è una reticenza di fondo. Questo può essere anche il motivo del suo successo personale, nel senso che in tanti anni è riuscito a mettere insieme una carriera che credo sia la più prestigiosa tra quelle di politici italiani. Noi però avremmo bisogno di questo scatto, di questa condizione diversa. Noi non riusciamo con i suoi racconti ad uscire e a sciogliere dei nodi politici.
Per farla breve vorrei dire solo alcune cose. Il Presidente si ricorderà che anche al generale Maletti a un certo punto dissi: ma, generale, lei sta qui a Johannesburg, è stato condannato, ormai vive qui, si è organizzato, ha un’età che le può consentire di fare un gesto per sé, due sono le cose: o lei ha ancora paura della minaccia di qualcuno, e quindi ha timore per la sua incolumità, oppure praticamente non vuole dare questo contributo, non si trova in questa condizione.
Voglio dire che noi non produciamo delle personalità che ad un certo punto diventano protagoniste di una svolta nel paese; non solo nella Commissione stragi ma anche in altre situazioni.
Rispetto a questa storia degli americani voglio dire subito che la solidarietà ed il Patto Atlantico non è messa in discussione, però quello che noi cerchiamo di scoprire è un’altra cosa, è proprio questo passaggio da una solidarietà su una certa alleanza all’organizzazione ed ai fondi, nonché a molte altre questioni. Quindi entrare nel merito, un’ingerenza, nelle dinamiche interne di un paese.
Senatore Andreotti, noi ci chiamiamo “Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”. Nel suo racconto, questa classe politica, di cui lei è stato un protagonista, non ha alcuna responsabilità di ciò che è accaduto? 0 la colpa, come qualcuno sostiene, è soltanto dei vertici dei Servizi segreti, che però, nei racconti di molti ed anche in quello dello stesso Maletti, abbiamo scoperto che vengono ridicolizzati? Venivano addirittura impiegati per spiare le abitudini sentimentali di qualche onorevole, anziché dedicarsi alla sicurezza dello Stato. Questo è il nodo politico. Tutte queste stragi, fino ad Ustica, non coinvolgono responsabilità dei politici che hanno governato? Lei è stato Presidente del Consiglio; credo che questa sia l’autorità che ha diritto ad accedere a tutte le carte dello Stato. Questo non è stato fatto. Lei spesso dice che non sa o non ricorda, capisco anche il tempo passato, ma noi non è che le chiediamo di dirci il giorno e la data ma di individuare alcune responsabilità. Capisco, ed è anche normale, che avendo lei coperto un vasto arco di tempo, probabilmente ammettere responsabilità politiche significherebbe ammettere sue responsabilità. Quindi, nessuno è reo confesso, però lei capisce che questo racconto che lei ci fa è sicuramente deludente. Questo non c’entra con la simpatia, con la stima che si può avere per l’uomo, ma riguarda il politico, colui che comunque passerà alla storia per aver cumulato dei primati, nel bene o nel male. Lei, senatore Andreotti, ha avuto dei primati di comunicazioni giudiziarie, di conduzione di Ministeri e di quanto altro.
La sfida che io da parlamentare alla prima esperienza mi permetto di lanciarle, quindi, è questa. Noi le vogliamo mettere a disposizione le condizioni per farci fare questo salto di qualità e gettare luce in questa indagine.
Non so neppure se le farò una domanda specifica. Si è detto che l’Italia ha “tenuto” grazie alla classe politica, comunque che ha tenuto grazie a qualcuno. lo mi permetto di fare una lettura diversa: potremmo dire che l’Italia ha tenuto anche e malgrado il comportamento di una certa classe politica. Ci sono nella storia della nostra Commissione molti interrogativi in ordine ai quali molti uomini politici che sembravano pronti per una svolta autoritaria ad un certo punto si sono fermati ed hanno fatto altre cose. La vicenda Moro, onorevole Andreotti; ma quante domande le dovrei fare sul caso Moro? Non posso fargliele. Vorrei che lei invece mi rispondesse, se è in grado di poterlo fare, a questa unica domanda.
La domanda è questa: per quanto riguarda le responsabilità di queste stragi che noi dobbiamo individuare e che ancora oggi sono ascritte ad ignoti, come ex Presidente del Consiglio, ex Ministro dell’industria, ex Ministro della difesa, ex Ministro degli esteri, eccetera, lei ritiene che non ci siano state responsabilità politiche? Se non ci sono state responsabilità politiche, vuol dire allora che contavano veramente i Servizi, nel paese; voi non contavate ma contavano altri. E se noi abbiamo tenuto, non lo dobbiamo a chi governava in quel momento ma forse al popolo italiano che, anche di fronte alle stragi, di fronte alla gente morta ammazzata, di fronte al sangue e alle spesso ridicole pantomime cui abbiamo assistito, aveva una profonda saggezza, storica, proveniente forse dall’aver assistito a tante vicende. Il popolo italiano non è stato disponibile né ai piccoli golpe preparati male, né a quelli più seri ipotizzati da qualcuno. Quindi, forse dovremmo ringraziare il nostro popolo più che altri.
Io la ringrazio, senatore Andreotti, e mi scuso se nelle mie parole ci può essere stata qualche nota personale. Però lei deve farsi carico dell’amarezza della delusione di un parlamentare che non ha il mezzo secolo di esperienza politica che lei ha e che da questi banchi pensava di poter avere oggi, alle soglie del terzo millennio, con questo desiderio e cadute le preclusioni di cui parlavo, le condizioni per dare al nostro popolo – malgrado tutto un grande popolo – la possibilità di chiarire e di fare luce. Oggi, fino a questo momento, lei non da né a me né ai cittadini italiani questa speranza.

ANDREOTTI. Vorrei dire al senatore De Luca che il senso di avvilimento e di frustrazione per la mancata risposta al legittimo quesito relativo alla responsabilità dietro questi fatti di strage, se mi è consentito, lo sento più di lei. Avendo vissuto questo periodo politico, sento il peso di una struttura che non è stata in condizione di dare una risposta al filone – o ai filoni, possono essere più di uno – che sottende la responsabilità di questi fatti. La volontà di collaborazione è totale. In un certo senso, proprio per aver vissuto con responsabilità politiche di vertice a lungo, sono non più di lei, ma quanto lei interessato a vedere se si può ottenere quello che finora non si è riusciti a raggiungere, nonostante gli sforzi che sono stati fatti anche nelle precedenti edizioni di questa Commissione e in tante altre sedi.
Non si può tuttavia affermare che fuori dall’Italia tutto sia più facilmente chiarificabile. Per esempio, tuttora sulla morte di Kennedy non si è fatta una luce effettiva, su un fatto così sconvolgente anche sul piano internazionale. Io ritengo che ci sia una serie di quesiti aperti, che non so se si potranno mai soddisfare.
Per quanto riguarda la responsabilità della classe politica, se noi guardiamo a quella che è stata una linearità di conduzione, che fino a prova contraria deve essere a mio avviso riconosciuta, noi abbiamo avuto – forse non tutti avvertivano questa diversità – una condizione migliore rispetto ad altri paesi sotto un aspetto. Faccio riferimento ad esempio all’atteggiamento del Partito comunista francese che in momenti decisivi dichiarava, come in caso di guerra, che il suo posto sarebbe stato accanto all’Unione Sovietica. Questo in Italia non solo non è stato mai detto, ma a mio avviso non è stato mai maturato. In sostanza, non abbiamo mai perduto un certo filone unitario ed è un dato di fatto: non lo dico perché può giovare o non può giovare ma è un fatto che è esistito. Superato il momento duro del 1948, a mio avviso, è cominciato un rispetto sostanziale del metodo democratico, con momenti più intensi e momenti meno intensi. Chi c’è dietro queste cose?…

andreotti 6

PRESIDENTE. Scusi se la interrompo, ma questo fu l’effetto di uno scontro politico fortissimo nel Partito comunista italiano. Dopo l’attentato Pallante ci fu all’interno del Pci uno scontro. Quindi, quella linea democratica ha trionfato perché c’è stata una storia interna e una parte del Pci ha prevalso sull’altra.

ANDREOTTI. Vede, nella vita ci sono anche delle curiose coincidenze. Io sono stato, il giorno dopo l’attentato a Togliatti, il latore di un’assicurazione che, appena risvegliato, Togliatti dette al suo medico, il dottor Spallone, e che fu portato immediatamente a me, tramite un mio zio medico per segnalare a De Gasperi. Per cui anche in quel momento in cui ci furono dei fatti isolati, Monte Amiata ed altri, non ci fu un sostegno eversivo. Anzi, probabilmente, ma questo è anche un modo di interpretare la storia seriamente, una parte dei successivi eventi legati alle Brigate rosse è venuta proprio in ragione della convinzione che la via rivoluzionaria fosse stata abbandonata (che ci fosse stata oppure no prima). Perché dico questo? Certamente si può fare un ulteriore sforzo per riuscire a fare chiarezza, ma io posso dire che mai nelle forze politiche responsabili, non solo del mio partito ma anche di altri partiti che io ho conosciuto, c’è stato un momento di flessione o di dubbio su quella che doveva essere una strada di vita democratica. Questo veramente non è accaduto, dal punto di vista proprio della storia.
Quando adesso leggo, in una delle pubblicazioni che gentilmente il presidente Pellegrino mi ha inviato, tutta una storia che collega intanto l’esistenza di un partito americano e poi la tormentata vicenda intersocialista con possibili momenti addirittura del terrorismo, a me sembra che questa sia una costruzione che io faccio una enorme fatica a considerare, perché mi pare proprio lontana dalla realtà. Ci sono stati dei fenomeni; ma i fenomeni che portarono a Ordine nuovo e a fatti di questo genere (come del resto ci furono, a parte le Brigate rosse, frange di una sinistra di tipo autonomo) vanno a mio avviso valutati proprio come tali e in quella direzione occorre cercare di indagare. Forse noi abbiamo una struttura che globalmente non è stata sufficiente; ma da molti anni, ad esempio, vi è la disponibilità a non coprire con segreti o con atti di classificazione non superabili l’attività di indagine della magistratura.
Siamo in condizioni di poter ulteriormente fare luce? Alcune cose questa sera sono venute fuori, forse marginali, come la Lega della libertà o la Terza armata che io stesso approfondirò. Ma sono pezzi di un mosaico: quello che conta è proprio il mosaico.
Certamente non avrei aspettato la Commissione della XIII legislatura se avessi avuto elementi per poter dare un contributo più forte a chiarire queste pagine tristi della nostra storia, pagine circa le quali bisogna anche, se non ridimensionarle, dire che sono momenti gravi di una storia che tuttavia globalmente è una storia molto positiva, dal punto di vista di tutti. Dire che tutto ciò è avvenuto nonostante i politici, senatore De Luca, mi sembra ingiusto. Forse tra vent’anni, quando potrà vedere il suo corso, quello del suo partito, constaterà che anche i partiti hanno delle limitazioni nel poter fare determinate cose. Non mi si può mettere sulle spalle tutto quello che accade. Si può fare un ulteriore approfondimento sul Servizi, su questi collegamenti? Credo di sì, credo che vada fatto. Tra l’altro non è che io mi arrenda sul fatto di dire che gli altri in Italia potevano fare il comodo loro, noi non ne sapevamo niente. Questo non lo accetto, sarebbe oltretutto un atto troppo semplicistico per risolvere un problema.
Lei parla di testimonianze, di racconti, anche se il margine tra le une e gli altri è difficile da stabilire. Qualche volta può sembrare che, sminuzzando i vari episodi, si tolga la visione di carattere generale, ma ripeto che lo sono quanto lei e forse più di lei storicamente interessato a cercare di vedere se si può andare più a fondo per trovare una soluzione autentica, una soluzione vera che dia una spiegazione a questi fatti. Mi sembra che lo stesso Presidente abbia detto che uno di questi fatti, quello dell’Italicus, abbia una matrice diversa. Non ho ora di fronte tutte le istruttorie, però quello che voglio ripetere con grande fermezza è che lo stesso non mi acquieto sul fatto di dire che avevamo una sovranità limitata, che i Servizi americani contavano oltre misura. Del resto forse per lo stesso sequestro Moro, un fatto veramente tragico che abbiamo vissuto, c’è modo di vedere se è esatto che vi siano state una serie di manovre attorno e dopo. Alcune di queste persone sono vive, Moretti è vivo.

PRESIDENTE. Il problema è che Franceschini ha recentemente pubblicato un romanzo in cui fa capire in maniera trasparente che Moretti uccide Moro perché era collegato con l’Hyperion, quindi con una nota centrale internazionale. Sono divisi tra di loro.

ANDREOTTI. Moretti è vivo ed io anzi avrei voluto che fosse testimone anche in altra sede, però egli si rifiuta di riconoscere i tribunali borghesi; ma siccome voi non siete un tribunale forse, è un modestissimo suggerimento, potrebbe aiutarvi a capire un pezzo di questa realtà.

PRESIDENTE. Lei veramente può assicurarci che in tutto l’arco dei partiti di centro non vi fossero uomini, rappresentanti, pezzi di corrente che sentissero il richiamo possibile di una soluzione autoritaria nel Paese? Farò soltanto un esempio. L’11 dicembre del 1969, un settimanale come “Epoca”, un settimanale moderato, borghese, originariamente vicinissimo alle posizioni di Pella, di cui spessissimo pubblicava in prima pagina la foto, fece uscire un articolo a firma di un certo Pietro Zullino in cui si diceva: “Se la confusione diventasse drammatica” – in realtà la confusione del Paese era drammatica – “le Forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana. Questo non sarebbe un colpo di Stato ma un atto di volontà politica a tutela della libertà e della democrazia. Tuttavia il ristabilimento manu militari della legalità repubblicana, possibile nel giro di mezza giornata potrebbe non essere sufficiente. Perché non ci poniamo seriamente il problema della repubblica presidenziale, l’unica capace di dare forza e stabilità al potere esecutivo?” Questo avviene – l’onorevole Fragalà dice che io sopravvaluto il fatto – dopo il convegno dell’Istituto Pollio…

FRAGALA’. Dico che è un fatto ridicolo.

PRESIDENTE…. cui partecipa un Ministro della repubblica come Ivan Matteo Lombardo; un convegno ove si dicono una serie di cose. Questo accade l’11 dicembre del 1969; ebbene il giorno dopo scoppia la bomba di piazza Fontana.
Allora nel momento in cui un giudice della repubblica viene a dirci che c’era l’attesa che l’onorevole Rumor dichiarasse lo stato di emergenza a seguito della bomba, capisco che non possiamo dire che è certo ma almeno possiamo dire che lo riteniamo verosimile. 0 forse no, o forse dobbiamo dire che erano tutti profondamente democratici, che queste tentazioni di involuzione autoritaria non ci sono mai state, nemmeno in un momento in cui la tensione nel Paese era tale che la richiesta di ordine saliva effettivamente da grosse parti della società?

FRAGALA’. Radio Città Futura annuncia il ritrovamento di via Caetani prima che Moro venisse ritrovato.

PRESIDENTE. Se è per questo Renzo Rossellini annuncia il rapimento di Moro prima che questo avvenisse.

ANDREOTTI. Signor Presidente, lei si riferisce al 1969. Certamente ciascuno era libero di fare le analisi, le valutazioni che riteneva. Tuttavia io ho vissuto dall’interno anche quel periodo, in maniera precisa, nel 1969 ero Presidente del Gruppo parlamentare, vivevo all’interno della vita politica e non all’esterno. Ebbene, che vi possano essere state in questo o in quel partito delle persone che o per essere teste calde o per convinzioni di tipo gollista o di repubblica presidenziale (argomento che è poi divenuto addirittura oggetto di disputa politico- costituzionale corrente), o dei singoli gruppi, non lo escludo…

PRESIDENTE. Ma vi fu un conflitto politico interno che noi non abbiamo percepito e che fu risolto in un certo modo?

ANDREOTTI. No, no. Conosco bene la storia del mio partito che poi era determinante perché aveva il massimo delle responsabilità e posso dire che nel nostro partito, e per quello che conosco anche negli altri, non c’era questo. Probabilmente anche per l’aspetto che è sembrato più vicino a cose di questo genere, quello relativo a Pacciardi, dubito che egli avesse la possibilità di ritenere che vi fossero delle forze controrivoluzionarie in Italia e che le Forze armate fossero tali da corrispondere.

PRESIDENTE. Quindi quando Moro parla di connivenza e indulgenza dice una cosa non vera?

ANDREOTTI. Una parte di queste funzioni le ho svolte e una parte di queste strutture le ho vissute dall’interno e responsabilmente e devo dire che non vi era alcuna indulgenza, tanto è vero che quando si è trattato di dover adottare misure anche dolorose nei confronti dei militari esse sono state prese egualmente. Non era in un certo senso irrilevante mettere in discussione un generale di corpo di armata, mettere in un certo senso in discussione una struttura. Ma a me non è venuto mai in mente che si potesse agire diversamente. Sinceramente non credo che le nostra democrazia abbia corso dei rischi effettivi. Che vi fossero sia quelli che mettevano bombe, sia quelli che innescavano un disegno d riforma costituzionale avanzato, che vi fossero delle idee, che vi fossero delle velleità, delle azioni perfide, senza dubbio vi sono state, ma si tratta di fenomeni estremamente circoscritti. Per me questa è una constatazione nella storia del nostro Paese.
Certamente, tra l’altro, è interessante proprio il fatto ricordato di Ustica. Potrei dire che è stato uno dei pochi momenti in cui non sono stato al Governo, ma ciò non ha alcuna importanza perché successivamente è stato un argomento di notevole dibattito di ricerca per una collaborazione.
Per quello che leggo, vi sarebbe stata recentemente una nuova possibilità di una collaborazione anche da parte della struttura della Alleanza atlantica. Se emergeranno degli elementi negativi, ciò in me provocherà un motivo, non di riconsiderazione generale, ma di grande perplessità.
Vorrei assicurare il senatore De Luca che il desiderio di andare a fondo esiste veramente. Ho sempre considerato l’alleanza con grande fedeltà, impegno, sforzandomi di lavorare proprio per dilatare il consenso interno nei suoi confronti, ma non mi sono mai sentito un suddito. Ho sempre ritenuto che lo stesso rapporto con gli americani debba essere fatto non sull’attenti ma sul riposo. Questo può far comodo o no, però è un dato acquisito. Non ha importanza per una persona o per l’altra, ma per una linea anche di dignità personale, che, secondo me, è esistita. Non ci sono state delle flessioni responsabili, ma degli individui. Certamente, ritengo che voi abbiate molto lavoro per poter approfondire a parte le cose dette questa sera; del resto, è chiaro che dopo 50 anni non si può ricordare tutto…

PRESIDENTE. Peraltro, senatore Andreotti lei ha una memoria fortissima.

ANDREOTTI. Se veramente sapessi seriamente come dipanare questo filo della matassa per arrivare al responsabile o ai responsabili delle stragi, non dormirei la notte.

PRESIDENTE. Considerato l’orario, riterrei opportuno interrompere l’audizione.

CIRAMI. Vorrei chiedere se il senatore Andreotti tornerà nuovamente in questa sede.

PRESIDENTE. In tal caso, se il senatore Andreotti è d’accordo, dovremmo riconcordare la data.

ANDREOTTI. Non ho nessuna difficoltà signor Presidente a tornare, tra l’altro, potrei cercare anche di documentarmi.

PRESIDENTE. Rinvio, pertanto, il seguito della audizione ad altra seduta.

La seduta termina alle ore 23,15.

Giulio Andreotti – audizione in commissione stragi – 17.04.1997 quarta parte

PRESIDENTE. Le voglio fare un esempio che i colleghi avvocati Saraceni e Cirami apprezzeranno. Se si va nello studio di un avvocato o nello studio di un magistrato e si consulta l’Enciclopedia del diritto di Giuffrè, sotto “Dir”, si trova la voce Diritto civile. Questa è stata scritta da uno dei maggiori giuristi italiani del secolo, un liberale, un democratico. Ebbene le ultime cinquanta righe di quella voce rappresentano un grido di allarme ed io le ho volute riportare per questo nella proposta di relazione. Nell’atmosfera del 1964 e del centro-sinistra addirittura Rosario Nicolò preconizzava “la fine del diritto civile…  splendida creazione dell’intelletto e dell’attività umana” ed insieme “la fine sul piano etico e sociale di valori ancora più sostanziali che investono la stessa dignità dell’uomo, come essere libero e dei quali il diritto civile costituisce la forma giuridica”. Se un giurista nutre una tale preoccupazione non ha altre armi se non quella di impugnare la penna e scrivere una voce dell’Enciclopedia del diritto. La domanda è: cosa fa un generale, cosa fa un uomo degli apparati di sicurezza se nutre lo stesso tipo di preoccupazione? Ecco perché tutto questo non fa parte di una storiografia fantasiosa o enfatizzata. Che poi tutte queste paure fossero irreali ci è dimostrato dalla storia perché alla fine la democrazia ha tenuto. Ed è merito delle classi politiche dell’epoca se queste tentazioni sono restate tali; la tensione però è nata da questo, da tensioni reali che c’erano nella società. Se un giurista scrive, un generale, un colonnello, Federico Umberto D’Amato, avranno fatto una serie di altre cose. lo sto parlando del mio Maestro, giacché ero assistente di Nicolò quando scriveva quella voce dell’Enciclopedia del diritto ed era un uomo che conosceva il mondo, era un grande avvocato.

ANDREOTTI. Non solo il potere politico ma anche le Forze armate come tali sono state immuni. Ritengo che se ad un certo momento a qualcuno fosse venuto in mente sul serio di applicare il piano Solo non avrebbe avuto la partecipazione neppure dell’Arma dei carabinieri. E’ mia opinione perché le Forze armate come tali non hanno mai condiviso questo; è storia, che ognuno può ricostruire. E’ chiaro che la svolta politica del centro-sinistra era stata una svolta importante, ho ricordato anche altre volte che al primo Consiglio Nato il ministro del bilancio Giolitti non poté partecipare perché non aveva il visto Nato.

SARACENI. Nenni lo sentì il rumore di sciabole o se lo inventò?

ANDREOTTI. Sono grato a Nenni perché, come ho detto la volta scorsa, nel suo diario, che è pubblicato, ha chiarito che De Lorenzo fu nominato Capo di Stato Maggiore non perché fosse il mio candidato, giacché il mio candidato era un altro, ma per i suoi precedenti partigiani.

SARACENI. Anche Sogno è stato partigiano.

ANDREOTTI. Comunque devo dire che non ho sentito un tintinnare di sciabole. Devo dire che vivendoci dentro avrei sentito più facilmente se vi fosse stato e questo lo dico da un punto di vista storico; anzi adesso potrei quasi dire che se uno riconosce che proprio i politici non hanno dato seguito a questo potrebbe anche essere un giudizio comodo, ma non sarebbe giusto.

PALOMBO. Perché non ci si viene a dire dove erano dislocati i reparti operativi dell’Arma in quel periodo, in quella fase, dove stavano facendo i campi. Risulta che erano disseminati in tutta Italia e non avevano la possibilità di arrivare a Roma in 24 ore perché non c’erano neppure i mezzi di trasporto. In quella fase la 121 brigata era comandata dal generale Lorentelli ed aveva 13 battaglioni che erano dislocati in tutta Italia. Proprio in quella fase tre battaglioni si trovavano a Foce di Reno per esercitazioni a fuoco e non c’erano, per portarli, mezzi ferroviari o altro. Se si vuole organizzare un colpo di Stato si deve andare sulla Capitale e nelle città più importanti, insomma far accentrare i mezzi corazzati in quelle zone.

ANDREOTTI. Ritengo comunque di aver risposto, nel senso che credo che chiunque ha preso o ritenuto di prendere delle iniziative di questo carattere eversivo – se fosse in buona fede o no lo vedrà il Signore nell’altro mondo – certamente ha camminato fuori di quella che era una linea partecipata dal potere politico, dal Parlamento e devo dire dalle Forze armate come tali.

CO’. Senatore Andreotti, vorrei partire con una domanda su Gladio. Lei all’epoca fece una relazione al Parlamento che è stata smentita almeno su tre punti. Il primo riguarda il numero dei gladiatori; il secondo l’assenza, che lei dichiarò in questa relazione, di appartenenti all’estrema destra; il terzo è che lei omise di dire che la struttura era stata sostanzialmente disattivata nel 1972. Oggi lei è in grado di dirci sulla base di quali indicazioni e da parte di chi riferì queste inesattezze? Oggi può dirci i nomi dei responsabili di queste errate informazioni sulla base delle quali lei ha riferito in Parlamento?

ANDREOTTI. Rispondo senz’altro, ma credo che bisogna prendere atto che almeno due di queste cose non sono state invece smentite: per quello che riguarda il numero, ho detto prima che noi facemmo una riunione con il capo del servizio e con il capo della struttura (il capo del servizio era l’ammiraglio Martini, il capo della struttura era il – forse ancora – colonnello Inzerilli). Chiedemmo in maniera assoluta di darci per iscritto l’elenco e demmo incarico al comandante dei carabinieri e al Capo della polizia di verificare se in questo elenco vi fossero persone che avessero avuto delle controindicazioni di carattere politico. Il numero che, fino a prova contraria, devo ritenere effettivo è quello che mi hanno dato. E’ vero che sarebbe emerso (mi sembra che anche in questa commissione siano state riferite delle distribuzioni di archivi) ma, fino a prova contraria, debbo ritenere che il numero che fu dato e trasmesso al Parlamento fosse quello effettivo. Non ho elementi per poter dire di no: discutere se il numero fosse eccessivo o limitato non so. Naturalmente, l’unico modo che un ministro ha per poter riferire al Parlamento è quello di dire alla struttura: vi obbligo a dire tutto. Tanto è vero che, ho detto prima, cosa che non mi è capitata quasi mai di dover dire, dissi: guardate che se mi dite delle cose che non corrispondono vi potete considerare dimissionari. I numeri che ho dato erano questi, per dimostrare che quel numero non è vero bisogna documentarlo in qualche modo.
La verifica, fatta nello spazio di tre o quattro giorni da parte del comandante dell’Arma e del Capo della polizia, portò a dire che nessuno di questi elementi avesse delle controindicazioni.
Da che cosa venne fuori l’ipotesi che invece fossero stati di più? Dal fatto che il servizio dopo che erano state scrutinate un numero di proposte molto ampie, selezionate. Del resto, devo credere alle persone in via di principio.

PRESIDENTE. Gli ultimi risultati della indagine della procura romana li ha visti?

ANDREOTTI. No. Quali sarebbero?

PRESIDENTE. L’ultimo documento che abbiamo ricevuto noi.

ANDREOTTI. Non ho avuto dei documenti, ma so che i responsabili sostenevano che vi era una rigorosa selezione; quindi, quando venivano proposti dei nomi, un certo numero ne venivano scartati proprio perché avevano delle ombre di politicizzazione. Con questo non voglio dire che fossero ombre di per sé negative. Ci fu poi un equivoco sulla data di chiusura effettiva della struttura invece che dello smantellamento delle basi: in un primo tempo il 1972, quando furono smantellate le basi, fu indicato come data di cessazione della struttura, mentre si trattava appunto dello smantellamento delle basi. La struttura, infatti, è stata sciolta successivamente. Questi sono i dati. Dei dati di cui parla il presidente Pellegrino della Procura di Roma, non conosco alcunché.

PRESIDENTE. Non vorrei dire una inesattezza, ma sono state avanzate imputazioni di falso. Ad essere benevoli, l’impressione che si ha nel leggere tutte quelle carte è che non sapessero bene quanti fossero e che facessero un po’ di confusione fra i vari elenchi, cercando di ricostruirli; ad essere malevoli l’ipotesi diventa un’altra; è quella avanzata dalla magistratura inquirente.

ANDREOTTI. Non posso ragionare per ipotesi: l’unico strumento che avevo per poter riferire in Parlamento era quello di accertarlo presso gli organi competenti.

PRESIDENTE. Sì, senatore Andreotti, questo risulta. Non è qualcosa che riguarda la politica.

ANDREOTTI. Nel caso in cui vi siano elementi diversi che via via emergono, allora è giusto prendere le misure necessarie nei confronti di chi ha dato dei dati falsi e spiegarne anche il motivo.

CO’. Nominativamente, chi le diede questi dati?

ANDREOTTI. Mi furono dati dall’ammiraglio Martini e dal generale Inzerilli. Probabilmente, lo stesso ammiraglio Martini agiva sulla fede di quanto detto da Inzerilli, il capo di questa struttura, che ho visto che di tanto in tanto ha espresso nei miei confronti apprezzamenti non positivi, ai quali sopravvivo.

CO’. Parliamo della strategia della tensione…

GUALTIERI. Leggere il libro di Inzerilli è la più grande punizione che un uomo possa infliggersi.

ANDREOTTI. Infatti non mi sono autoinflitto questo.

CO’. Senatore Andreotti, lei fu invitato nel novembre del 1961 al convegno della Lega della Libertà che si è svolto a Roma.

ANDREOTTI. Cos’è?

CO’. Risulta che lei fu invitato a quel convegno, ma non vi partecipò. Tra gli organizzatori del convegno spiccano i nomi di Randolfo Pacciardi, Ivan Matteo Lombardo e Susan Laben o Labin. Che cosa ci può dire di questi ultimi due personaggi?

ANDREOTTI. Non ricordo l’esistenza di questa Lega della libertà. Non so se sono stato invitato, certamente non sono andato altrimenti me lo sarei ricordato, ma non so bene di cosa si tratti. Posso eventualmente guardare nelle mie carte.
Per quanto riguarda Randolfo Pacciardi sappiamo tutti quale sia la sua personalità, è stato Ministro della difesa e lo conosco bene. Per quanto riguarda Ivan Matteo Lombardo, egli è stato Ministro ed ha rappresentato uno dei personaggi di un certo spicco del Partito socialista. Per quanto riguarda l’ultima, di cui non ricordo il nome…

CO’. Si chiama Susan Laben, è una scrittrice.

ANDREOTTI. No, è un nome nuovo, non l’ho mai sentita nominare.

CO’. Tornato al Ministero della difesa nel 1974, ebbe occasione di sapere qualcosa sullo scioglimento del comando designato della terza armata? E, in particolare, che cosa sa della morte in rapida successione dei due generali comandanti, Ciglieri e Rubino?

ANDREOTTI. Sullo scioglimento della terza armata non so.

CO’. Nel 1974.

ANDREOTTI. Del generale Ciglieri, ricordo bene che era noto perché era un generale che si era reso molto popolare anche per l’intervento molto tempestivo e rapido, in occasione del Vajont, del suo corpo d’armata; tanto è vero che era uno di quelli che avevo proposto come capo di Stato Maggiore, di cui ho detto prima a proposito della nota del diario di Nenni. Del generale Rubino, non mi ricordo veramente chi fosse.

PRESIDENTE. Senatore Cò, potrebbe spiegare ulteriormente, altrimenti diventerà incomprensibile anche il verbale, il problema della terza armata? Se ben ricordo, mi sembra si trattasse di un comando di cui mancava l’armata. E’ così, senatore Cò?

CO’. Esatto. Mi pare che sostanzialmente si trattava di una specie di comando fantasma e che in realtà non esistesse.

PRESIDENTE. Non si capisce bene in realtà chi fossero gli armati che dipendevano dal comando della terza armata.

ANDREOTTI. Io ricordo il IV ed il V Corpo, che erano a Vittorio Veneto e a Bolzano…

PRESIDENTE. Per essere chiari fino in fondo, l’ipotesi è che questo comando della terza armata fosse in realtà il vertice militare di strutture clandestine non ufficiali, che si sarebbero potute attivare nella logica di Gladio… Il fatto certo è che vi era un Coniando d’armata e che l’armata non c’era.

CIRAMI. Quanto lei dice fa parte delle illazioni.

PRESIDENTE. Ho detto che è un’ipotesi. In realtà le ipotesi sono due: o esisteva, oppure era un modo per dare dei gradi cui non corrispondeva una realtà operativa.

FRAGALA’. Sa quanti sono i presidenti di Corte di Cassazione e quante sono le sedi, signor Presidente?

PRESIDENTE. Questo è un altro argomento.

ANDREOTTI. Non ho notizie mie, salvo per la morte di Ciglieri, che mi colpì molto, perché morì in un incidente automobilistico tornando a casa una sera. Di questa storia della terza armata posso però informarmi, e voi meglio di me. Ricordo il III, il IV ed il V Corpo d’armata perché erano operativi.

CO’. Cambiando argomento, nel memoriale rinvenuto in Montenevoso l’onorevole Aldo Moro fa ripetutamente cenno al ruolo dei servizi segreti americani, tedeschi e greci nella strategia della tensione. Lei ritiene quella indicazione esatta e ha degli elementi da fornirci su questa interpretazione?

ANDREOTTI. Personalmente non ho alcun elemento per poter dire che vi sia stato un ruolo dei servizi stranieri, né di quelli nominati, né di altri, nella strategia della tensione.

PRESIDENTE. Oggi a tanta distanza di anni vogliamo capire se Moro scrive quelle cose perché tutto sommato la condizione psicologica era di un certo tipo, e quindi scrive delle cose non vere, o invece perché erano i giudizi che un uomo politico faceva, sia pure in una situazione estremamente difficile, di una storia che aveva immediatamente alle spalle e che aveva vissuto. Vorrei che lei si mettesse un po’ dal nostro punto di vista: vengono gli uomini dei servizi e ci dicono certe cose, si trovano i documenti e ci vengono dette certe cose, si trova il memoriale di Moro che ci dice una serie di cose che si inquadrano perfettamente in questo quadro ricostruttivo della vita nazionale. Sulla base di quali elementi dovremmo dire che poi questa non è la verità? Si metta nei miei panni: fino a che non sono stato Presidente di questa Commissione di queste cose non sapevo nulla; poi ho studiato, ho guardato tutte le carte e mi sembra emergere una certa verità.

ANDREOTTI. Prima di dire che è la verità bisogna…

PRESIDENTE. Perché Moro doveva dire cose non esatte? Ad esempio, su Gladio Moro è estremamente misurato, dicendo che non si era mai enfatizzata l’importanza di una struttura in ambito Nato. Quindi, non sembra uno che racconti cose non vere per cercare di ottenere indulgenza da chi in quel momento lo processava, ma piuttosto uno che ad un certo punto decide di raccontare le cose come erano andate, sia pure in una situazione difficilissima.

ANDREOTTI. Però su alcuni punti…

PRESIDENTE. Voglio ammettere che alcuni fatti che potevano riguardare lei o la Democrazia cristiana potevano corrispondere ad un momento di risentimento, perché egli sentiva venuta meno una solidarietà, però altri fatti lui li racconta mentre avrebbe potuto non farlo. L’impressione che si ha è che chi gli faceva le domande non li conosceva, e che quindi egli ne parlava spontaneamente e non perché ci fosse un interrogatorio stringente che lo costringesse ad ammetterli.

ANDREOTTI. Per quanto riguarda alcuni punti, per certi versi marginali, devo dire che sicuramente non possono essere “farina del sacco” di Moro, e mi spiego. A parte la critica, ad esempio, della nomina del senatore Medici, che tra l’altro era un suo grande amico, alla Montedison, è strano quando poi egli aggiunge che il problema vero della Montedison era l’aumento di capitale. Ebbene, Moro sicuramente non sapeva cosa fosse un aumento di capitale.

PRESIDENTE. Era professore di diritto, sia pure se di filosofia del diritto!

ANDREOTTI. No, era del tutto estraneo a questi argomenti, che io cito come esempi. Vi è poi un altro punto importante delle dichiarazioni di Moro, quando dice che si augurava che Carter non avrebbe continuato in una certa forma di finanziamento: io mi sono permesso di inviare alla Commissione una documentazione della richiesta formale, fatta all’ambasciatore americano Volpe e all’ambasciatore Martin che aveva fatto delle dichiarazioni dicendo che aveva speso denaro in Italia nel 1972, per farci dire a chi erano stati dati questi soldi.

PRESIDENTE. Ha avuto mai risposta a questo interrogativo?

ANDREOTTI. No, e non sono neanche mai riuscito ad avere il recapito di Martin. Però è una delle cose che mi è andata meno giù, perché non può rimanere pendente il fatto di un ambasciatore americano che dichiara di aver speso dei soldi per le elezioni in Italia. Questo è veramente un fatto grave a mio giudizio; egli avrebbe dovuto chiarire questa storia. Però, nonostante tutti i passi che sono stati fatti presso l’ambasciatore…

PRESIDENTE. Penso però che dall’altra parte i rubli arrivassero!

ANDREOTTI. Di questo non ne dubito.

PRESIDENTE. Perché dobbiamo allora dubitare che arrivassero i dollari da quest’altra parte? Sembrerebbe altrimenti una cosa squilibrata.

ANDREOTTI. No, sono due cose diverse, perché non credo che i rubli andassero a finire a singole persone. Del resto adesso lo si può sapere, perché lo hanno detto i russi, non perché lo dico io. Forse i primi anni ci faceva anche comodo, perché pagavano in dollari, e quindi alla bilancia valutarla italiana era anche utile che arrivassero queste somme, sia pure politicamente contro di noi. Però, detto questo, non vorrei, data questa grande fiducia di Moro nei confronti dei capi dei Servizi (sia con De Lorenzo, sia con Miceli, con i quali aveva un grande rapporto di fiducia e un notevole affiatamento), che alcune di queste cose fossero poi il frutto di una sorta di disinformazione che volutamente queste persone finivano col fornirgli. Certamente, siccome non ho vissuto sulla luna, mi rifiuto di credere che vi sia veramente stata questa forma di interferenza e di pressione, almeno in questa dimensione, perché altrimenti me ne sarei avveduto, e certamente non l’avrei personalmente tollerata. Non sono affatto un nazionalista, però ho sempre avuto un forte rispetto per certe cose, specialmente nei confronti dei servizi, sia dei nostri, sia degli altri paesi, perché c’è da avere sempre una grande cautela per non rischiare di confondere il mandato politico con queste attività.

CO’. Vorrei cambiare tema. A proposito della strage di piazza Fontana, lei ritiene possibile che alcuni settori del servizio militare abbiano fatto pervenire ai giornalisti della cosiddetta controinformazione di allora notizie, sospetti ed elementi a proposito della strategia della tensione in generale e della strage di Milano in particolare?

ANDREOTTI. Questo sospetto è emerso, ed in alcuni risvolti è anche poi risultato effettivo, nel senso che potrebbero avere, nella migliore ipotesi, anticipato una versione e indirizzato verso una determinata linea quella che era una responsabilità di un l’atto che tuttora, nonostante il processo, per alcuni versi resta non completamente chiara. Mi riferisco ad esempio alla partecipazione o meno di Valpreda. Quello che sembra chiaro è che probabilmente lo scopo di chiunque lo avesse messo in atto era uno scopo dimostrativo. Le bombe a Roma di venerdì pomeriggio non fecero danno alle persone, mentre a Milano quel venerdì vi era una “Borsa merci” o qualcosa del genere, comunque qualcosa di non previsto dalle normali tabelle di orari di banca. Ora, che sia stato possibile essere indirizzati in un modo o in un altro è difficile dirlo. Dal ricordo che ho del processo, credo che vi fu anche una grande abilità da parte degli avvocati i quali – e il collega Calvi lo ricorderà meglio di me – si rispettarono tra gli avvocati della destra e quelli della sinistra, forse silenziosamente, concentrando un po’ la responsabilità nei confronti del servizio, in questo facilitati dall’errore fatto nell’inventare alcune storie, come quella dell’espatrio di Pozzan, dicendosi che non si sapeva chi fosse.
Però certamente, anche in questo caso – mi pare che l’ho detto l’altra volta – quando il Servizio ed il Ministero, per una ragione di principio, avevano negato al magistrato il diritto di conoscere se uno fosse informatore o no, questa difficoltà fu rimossa perché era sproporzionata rispetto all’esigenza di una procedura giudiziaria per un fatto così importante.

PRESIDENTE. Non vorrei aver capito male, ma la domanda del senatore Cò, andava in direzione opposta: cosa intende per “giornali della controinformazione”, senatore Cò?

CO’. Diciamo tutta la stampa della sinistra.

PRESIDENTE. Quindi l’informazione poteva essere quella di dire: la pista degli anarchici è falsa, non vera. Questo poteva voler dire che vi fossero dei contatti con l’ufficio Affari riservati.

ANDREOTTI. Non lo so. Dopo è risultato abbastanza chiaro, ma prima, le linee di confine tra sinistra e anarchici non erano molto chiare; sia in un senso che nell’altro: intendo dire che una certa frontiera aperta vi era tra lo stesso estremismo di destra e l’anarchia. Era abbastanza difficile, ad esempio, collocare alcuni di questi personaggi, i vari Merlino. Questo nell’immediato, poi si è saputo meglio come stessero le cose e che vi erano stati tentativi di disinformazione. Questo sì, probabilmente ci sono stati: non so quanto abbiano influito per un processo molto difficile che è stato portato avanti.

CO’. Le bombe di Milano esplodono esattamente lo stesso giorno in cui la Grecia dei Colonnelli veniva allontanata dal Consiglio d’Europa. Lei pensa che ci possa essere un nesso tra queste due cose?

ANDREOTTI. Non ho nessun elemento per dirlo: l’influenza in Italia dell’involuzione che c’era stata in Grecia fu piuttosto limitata, però non ho nessun elemento per dire se la coincidenza temporale rappresenti una connessione oggettiva.

CO’. E di questa crisi dei rapporti diplomatici tra Italia e Grecia fra i primi mesi del 1969 e la metà del 1970?

ANDREOTTI. Non ho memoria particolare, non me ne sono occupato. Probabilmente, può essere utile – io stesso posso fornire qualche elemento – vedere le discussioni in seno al Consiglio d’Europa e l’atteggiamento che è stato preso dall’Italia. Non lo ricordo a memoria, ma posso fare facilmente un confronto.

CO’. Ancora due domande. Secondo lei, come mai il rappresentante italiano nell’Ufficio di Sicurezza del Patto Atlantico era il dottor Federico Umberto D’Amato, un civile, non un militare?

PRESIDENTE. Questo si riallaccia alla domanda che le avevo rivolto precedentemente.

ANDREOTTI. Con D’Amato credo di aver parlato una volta e mezzo o due volte, non ho mai avuto particolare dimestichezza, né ho avuto occasione di occuparmene. Nell’opinione generale era considerato un grosso tecnico di questo mondo; poi, con grande sorpresa (ma poi lo sapevano tutti) si seppe che curava anche la rubrica gastronomica de “l’Espresso”. Era un uomo dalle molte vite. Non ho mai avuto a che fare con quell’ufficio; anche perché fin da ragazzo – allora sotto un altro regime – verso l’ufficio speciale Affari riservati avevo non solo diffidenza, ma anche ostilità per quello che faceva.

PRESIDENTE. Questo mi sembra importante. Che significa “ostilità per quello che faceva”? Lasciamo perdere il regime fascista, ma nell’Italia democratica: per esempio che assumessero agenti ex ufficiali delle SS a livello politico era noto?

ANDREOTTI. Mi sono riferito al periodo fascista, perché quando sono venute fuori tutte le intercettazioni telefoniche, che qualche volta forse vengono fatte anche in regime democratico, mi colpì molto questa cosa.

PRESIDENTE. Però, anche in seguito all’amnistia che fece Togliatti, uomini dell’Ovra continuarono ad operare nell’ufficio Affari riservati.

ANDREOTTI. Non lo contesto, se lo dice lei sarà verissimo, però non so chi possano essere questi. Come ha detto il senatore Gualtieri, al Ministero dell’interno non ci sono mai stato.

PRESIDENTE. Il senatore Gualtieri si domandava perché.

ANDREOTTI. Avendo settantotto anni e qualche condizione di impedimento, non penso di poterlo fare.

PRESIDENTE. Si domandava se la tenevano lontano.

ANDREOTTI. Se me lo avessero offerto ci sarei andato, sia pure senza particolare entusiasmo. Ma nessuno me lo ha mai offerto e non ho avuto di queste tentazioni.

CO’. La strategia della tensione termina nel 1974, diciamo. Secondo lei – voglio una sua opinione – quali sono le cause interne ed internazionali che pongono fine a questo periodo, nonostante che i responsabili politici non fossero stati identificati?

PRESIDENTE. Aggiungo: lei ritiene che le sue direttive al Servizio militare abbiano potuto influire su questo?

ANDREOTTI. Certamente, credo che le direttive molto precise che detti al Servizio sulla strategia, su quello che era risultato in precedenza, furono sotto un aspetto utili; però penso che la risposta alla domanda del senatore Cò debba essere politicamente più ampia. Direi – nel 1974 eravamo già in una fase molto avanzata – la politica di Helsinki.

PRESIDENTE. Oh!

ANDREOTTI. Questo è molto importante.

PRESIDENTE. Queste cose vogliamo sentirci dire!

ANDREOTTI. La politica di Helsinki arrivò a conclusione nel 1975, ma erano già due anni e mezzo che si preparava. Tanto è vero che, in occasione di quel Governo che non durò molto a lungo (1972-1973), nel novembre, quando andai in Unione Sovietica, l’atteggiamento del nostro Ministero degli esteri (ricordo le carte che mi avevano preparato) era piuttosto scettico nei confronti della possibilità di arrivare ad una forma che poi fu quella della cooperazione e della sicurezza europea. Indubbiamente questa in quegli anni (1973, 1974, 1975) camminò molto, e allora, anche sul piano internazionale, vi fu un certo maggior respiro e un allentamento (sia pure non quello definitivo) della tensione tra l’Est e l’Ovest. Ricordo fra l’altro che proprio nel 1972, inizi del 1973, presidente Nixon, ci fu un passo notevole, cioè il riconoscimento della Cina comunista da parte degli Stati Uniti; pur mantenendo un eccellente rapporto con l’Unione Sovietica. E il primo ministro dell’Unione Sovietica, Kossighin – eravamo alla vigilia di due elezioni, quelle americane e quelle tedesche – disse a me che non erano preoccupati delle elezioni americane: ” … perché sappiamo che Nixon le vince, e noi abbiamo un rapporto di grande correttezza, ognuno nel suo campo”, mentre era molto preoccupato delle elezioni tedesche nell’ipotesi che vincesse Strauss – che pure era il personaggio che aveva cominciato l’ostpolitik, i prestiti alla Polonia – spiegando: “Non voglio assolutamente dire che Strauss cambierebbe la politica, ma l’impatto immediato che avrebbe qui da noi sarebbe assolutamente non accettabile”. Mi colpì questo e dissi: “Non posso condividere con lei”.

PRESIDENTE. Mi scusi, senatore, nella mia proposta di relazione c’è un capitolo che si intitola “La svolta del ’74”. Da una serie di elementi enormi sembra evidente che a un certo punto il mutamento del quadro internazionale ha un’influenza diretta sulla situazione italiana. Mi chiedo allora perché diventa inverosimile che la situazione internazionale precedente abbia un rapporto eziologico, cioè di causa-effetto, con tutto quello che era successo prima in Italia.

ANDREOTTI. Signor Presidente, ritengo che anche l’individuo più antiamericano che possa esistere non possa ritenere che la politica di un paese come gli Stati Uniti si estrinsecasse facendo mettere le bombe, incoraggiando la strategia della tensione.

PRESIDENTE. E perché il fatto che la politica cambia fa cessare le bombe?

ANDREOTTI. Questo non lo so. Può darsi che venga meno in quel gruppo, che tra l’altro aveva avuto una serie di sconfitte e si era anche disperso nel mondo…

PRESIDENTE. Questo è vero.

ANDREOTTI. Quindi pensavano che ormai non fosse più praticabile. Ricordiamoci un fatto che è sempre sembrato marginale. Dalle carte del memoriale per il golpe Borghese viene fuori a un certo momento la credulità – lei, signor Presidente, ha detto bene – di Borghese o di altri. Quando dice: “Nixon voleva essere informato”, non so chi gliele raccontasse queste storie, però – ripeto – può darsi che qualcuna di queste teste calde ritenesse di poter veramente creare le condizioni per poter sovvertire il regime democratico. Può darsi, anzi credo che ci disprezzassero come democratici e, se avessero potuto farci la festa, lo avrebbero fatto. Per fortuna non hanno mai avuto le condizioni obiettive per far questo. Penso che bisogna stare attenti. Se abbiamo avuto frange dei Servizi o figure individuali anche nei Servizi esteri che facevano una propria politica, non lo so, dovrei avere degli elementi. Non posso negare che questo possa esserci, però per quello che so, che ho vissuto, è che nella politica responsabile di un grande paese democratico non ci poteva essere un coinvolgimento e nemmeno un incoraggiamento.

PRESIDENTE. Condivido con lei che gli Stati Uniti sono una grande democrazia, però una Commissione parlamentare su questi fenomeni si attiva nel Congresso degli Stati Uniti nel 1975 e, su queste operazioni coperte dalla Cia, giunge a una conclusione che, se mi consente, trovo un po’ “imperialista”: conclude che erano illegali finché avvenivano negli Stati Uniti e non lo erano più quando avvenivano all’estero. Il senso della conclusione della Commissione Rockfeller sull’operazione Chaos è questo. Era tutta un’operazione di infiltrazione di gruppi anarchici, trotzkisti, leninisti, e via seguendo, per innalzarne il livello di pericolosità. Trovo peraltro sia un grande fatto di democrazia che nel 1975 gli Stati Uniti hanno fatto i conti con questa parte della loro storia.

ANDREOTTI. A volte faccio una certa fatica a capire anche il metodo di lavoro. Per esempio, una volta mi dissero – e verificai che era vero – che si poteva comprare nella libreria del Congresso un documento intitolato “Complotti contro capi di Stato stranieri” questo avveniva dopo la pubblicazione di una delle tante inchieste fatte sulla Cia: il documento costava quattro dollari e l’ho comprato, non so se ce l’ho più però me lo ricordo, ed era tutta una pianificazione di come si doveva fare per far fuori Trujllo e così via. Naturalmente dissero che erano degli studi però anche a me fece una certa impressione vedere quelle cose.

PRESIDENTE. Il problema è capire fino a che punto lo studio non è diventato poi operativo.

SARACENI. Sa se c’era anche Allende?

ANDREOTTI. No, onorevole. Forse questo era precedente.

PRESIDENTE. Su dieci studi uno poi forse è potuto diventare operativo. Lei però non ritiene che sia profondamente democratico il fatto che uno lì sa anche qual è il lavoro sporco che in un determinato periodo della storia di un paese può essere affidato ai Servizi segreti.

ANDREOTTI. Anche San Tommaso disse che è lecito uccidere il tiranno. Allora diventa un discorso…

PRESIDENTE. Non voglio dire che è bello che avvengano queste cose, ma è bello che, se avvengono, si sappia. E’ un discorso diverso.

ANDREOTTI. Però credo che, sia per un certo numero di inchieste che sono state fatte, sia per il fatto che oggi veramente c’è una possibilità di consultazione di atti in applicazione del termine ultimo che è venuto fuori dalla legislazione successiva al Watergate, sia possibile veramente approfondire queste cose.

PRESIDENTE. Mi scusi, e non le sembra singolare che dobbiamo ancora sapere dagli americani che cosa è successo in Italia? Non avremmo diritto di saperlo dai protagonisti della storia dell’epoca?

ANDREOTTI. Uno può dire le cose che sa, però se si arrende o si contenta di dire: “Gli altri potevano fare il comodo loro qui in ltalia”…. chi ce le dovrebbe dire queste cose, non lo so. Sarebbe utile forse un ulteriore approfondimento, anche se il tempo che passa porta delle persone nell’impossibilità di essere consultate. Ritengo che la cosa importante e che mi ha impressionato è quella di dire che magari non sarebbe la Cia, ma sarebbe un’altra cosa; cioè di accreditare senza un fondamento che possa esserci stato, direi, non un incoraggiamento politico, ma addirittura un coinvolgimento nel mettere bombe. Questo è veramente un qualcosa che sinceramente non riesco a concepire, perché mi pare contro una certa moralità intrinseca che c’è negli Stati Uniti. Certo, si tratta di un paese che ha fatto anche degli errori nella sua storia, ha assunto alcuni atteggiamenti nel distribuire patenti di demoni che non mi piacciono molto, però, sant’Iddio!, bisogna assolutamente approfondire questa cosa con tutti i mezzi possibili, perché è un fatto molto importante che non riguarda un’amministrazione o un’altra, ma i Servizi o i sottoservizi.
L’unica osservazione che mi sento di fare per rispondere a questa domanda è che trovo un lato di debolezza nella struttura degli Stati Uniti nel fatto che la loro Costituzione è perfetta per il loro interno. Se pensiamo che nel ‘700, quando non c’erano grandi centri, si sono salvaguardati dal prepotere dei grandi centri rispetto agli altri, stabilendo che la Camera dei rappresentanti è costituita in proporzione alla popolazione, ma il Senato sono due per ogni Stato in modo che c’è un bilanciamento. Questo è stupendo. Poi è stupendo il fatto del cambiamento: ogni quattro-otto anni cambia tutto, quando cambia il Presidente mutano tutte le strutture, gli ambasciatori sono presi fra i grandi elettori, in posti notevoli.
Tutte cose che andavano benissimo secondo me finché gli Stati Uniti avevano un ruolo solo interno. Con un ruolo internazionale c’è questo rischio: chi è che dà una continuità? Fino a qualche tempo fa la davano nel Congresso determinati personaggi che stavano li magari trenta o quaranta anni ed erano dei punti di riferimento. Adesso però sta prevalendo una linea di limitazione dei mandati ed il rischio è che i Servizi diventino l’unico elemento di stabilità e di informazione di un paese.
Si tratta di un problema di cui ho parlato molte volte con degli amici americani, ma per loro pensare di toccare la Costituzione è qualcosa di inconcepibile. E’ comunque veramente un elemento di debolezza questo, ma non riguarda adesso direttamente il nostro lavoro.