“Wikileaks – Gli Usa e la strategia della tensione”

Uno stretto controllo degli apparati di sicurezza dello Stato per impedirne la politicizzazione e la penetrazione da parte dei comunisti. E’ questo che pretendono gli americani negli anni dal 1973 al 1976. A rivelarlo sono i “Kissinger Cables” di WikiLeaks, a cui “l’Espresso” ha avuto accesso esclusivo per l’Italia in collaborazione con “Repubblica”. File che raccontano anche l’insofferenza della diplomazia Usa per la repressione delle trame nere da parte della magistratura italiana. Dal database messo appunto dall’organizzazione di Julian Assange, emerge poi un dettaglio enigmatico: le comunicazioni diplomatiche riguardanti il potente servizio segreto di Vito Miceli, al centro di mille scandali e disegni eversivi, vengono inviate dall’ambasciata di Roma al Dipartimento di Stato a Washington, ma non sempre si fermano lì: in alcuni casi, vengono inoltrate a Ho Chi Minh City . Perché? Chi poteva essere interessato alle trame del Sid, nel Vietnam devastato dalla guerra?

E’ il 1976 e il ministro degli Interni, Francesco Cossiga, informa l’ambasciatore Usa a Roma di voler trasferire l’Arma dei carabinieri dal ministero della Difesa a quello degli Interni. «Non ha senso non unificare tutte le forze di polizia», ragiona Cossiga. Ma l’ambasciatore non è d’accordo: «E’ un’Arma formidabile, non solo la più efficace del Paese, ma anche la più prestigiosa». E da Washington il Dipartimento di Stato concorda: niente spostamento, anche se «ovviamente la decisione ultima spetta all’Italia». Anche quando i democristiani ipotizzano di spostare le funzioni della sicurezza interna del Paese dal controllo militare dei servizi segreti del Sid a quello civile del ministero degli Interni, gli americani si oppongono fermamente, perché in questo modo «la sicurezza interna del Paese finirebbe sotto una guida più direttamente politica di quanto non accada con il Sid. E, soprattutto, la possibilità di penetrazione dell’apparato interno di sicurezza dello Stato da parte dei comunisti sarebbe significativamente maggiore».

Sono gli anni dei fascisti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, del Golpe Borghese, di Gladio, di Gelli e della “Rosa dei venti”. Nel database di WikiLeaks non c’è un solo file sulla P2 e sul venerabile maestro, Licio Gelli. Impossibile che la diplomazia americana in quegli anni non si occupasse di quelle trame e del grande burattinaio. Impossibile soprattutto se si considera che nel giacimento ci sono cablo che dimostrano che alcune delle più fidate gole profonde degli americani sono noti piduisti, come i democristiani Massimo De Carolis e Francesco Cosentino, un nome che la diplomazia americana consiglia di “proteggere strettamente” e un personaggio a cui sarebbe attribuita la stesura del Piano di Rinascita Democratica. Se dunque nei Kissinger Cables non c’è traccia della loggia di P2 e mancano file di grande spessore su Ordine Nuovo, il golpe Borghese e la Rosa dei Venti è perché, molto probabilmente, quei documenti rimangono ancora segreti, nonostante siano passati quarant’anni. Ma una cosa è certa: dai file emerge tutta l’insofferenza degli americani per la repressione delle trame nere da parte dello stato italiano.

de-carolis

Quando nel gennaio del 1974 viene arrestato Amos Spiazzi per il suo ruolo nell’organizzazione neofascista “Rosa dei Venti”, l’ambasciatore Usa a Roma informa subito Washington che questa mossa «alimenterà le campagne della sinistra». Stessa conclusione appena finisce agli arresti Vito Miceli, il potentissimo capo del Sid, al centro delle trame nere, dalla Rosa dei Venti fino al tentativo di golpe del principe Junio Valerio Borghese. La diplomazia di via Veneto fa sapere al Dipartimento di Stato che «l’ambasciata ha l’impressione che questa caccia alle streghe in corso è alimentata e usata per avvantaggiare la sinistra, portata avanti da giovani magistrati, che in alcuni casi hanno fatto filtrare alla stampa informazioni scioccanti. Questa campagna continua appare mirata a demoralizzare e isolare le forze di centrodestra, associandole alla già discreditata destra extraparlamentare e del Movimento Sociale. L’obiettivo complessivo sembra essere quello di far sterzare a sinistra la politica italiana».

Né gli americani mostrano simpatia per leader come il democristiano Paolo Emilio Taviani e la «sua crescente accettazione della proposizione che, per gli scopi pratici di polizia, la violenza politica organizzata e la sovversione sistematica contro le istituzioni dello Stato venga solo dall’estrema destra, e non dall’estrema sinistra». Appena la testa di Taviani salta, perché nel ’74 non viene riconfermato al ministero degli Interni, la diplomazia Usa esulta: «Nessun amico dell’Occidente lo rimpiangerà».

Infine in un cablo del febbraio 1976 l’ambasciata Usa a Roma manifesta tutta la sua amarezza per le reazioni della stampa italiana alle notizie dell’appoggio degli Stati Uniti al generale Vito Miceli «che è ampiamente considerato un neofascista» e «l’Italia di oggi ha una profonda preoccupazione per il fascismo che è difficile da capire per chi non è italiano», argomentano, «’Democratico’ e ‘antifascista’ sono sinonimi nel linguaggio politico italiano attuale e ‘fascista’ è uno dei peggiori insulti possibili». Poi si lamentano della propaganda comunista, che fa credere ai giovani italiani che «l’America è una potenza reazionaria e imperialista che ha dimenticato da tempo gli ideali di libertà e democrazia su cui è stata fondata. Questi giovani elettori», scrivono, «ricordano poco o non ricordano affatto l’America che ha liberato il mondo nella seconda Guerra mondiale». Esattamente quell’America che ha combattuto il nazifascismo, che trenta anni dopo non sembra più un problema.

http://espresso.repubblica.it/googlenews/2013/04/09/news/gli-usa-e-la-strategia-della-tensione-1.52917

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