Mirella Robbio – dichiarazioni 23.03.1982 – prima parte

-Robbio Mirella, gia’ generalizzata. Confermo quanto gia’ dichiarato al giudice Vigna il 24.11.81. In merito alla rapina al ministero del lavoro verso il giugno ‘76, Meli Mauro, mio marito dal quale sono separata legalmente (a questo punto la teste viene avvertita della sua facolta’ di non deporre, la stessa dichiara di volerlo fare in questa sede) mi disse che la organizzazione aveva bisogno di costituire un fondo con il quale poter aiutare i latitanti all’ estero, acquisire armi e rifugi ed organizzare un traffico di stupefacenti per autofinanziamento. Ricordo che verso la fine di giugno e precisamente dopo aver visto i giornali sui quali non era pubblicata nessuna notizia, telefono’ a Signorelli (ricordo che mi disse che poiche’ non c’ era niente sui giornali andava a telefonare a Paolo).

Quando mio marito torno’ dopo aver fatto la telefonata mi disse di avere appreso dallo stesso paolo che la rapina al ministero del lavoro non era stata effettuata perche’ avevano notato un insolito spiegamento di forze. A questo primo tentativo, come mi disse il Meli erano presenti sul posto la Papa e il Signorelli (quest’ ultimo non posso dire se era sul posto per partecipare direttamente o solo per controllare). Non mi fece i nomi degli altri partecipi. Il mese successivo mio marito apprese dalla radio o alla televisione anzi penso proprio dalla televisione che la rapine era stata effettuata. Come la volta precedente mio marito scese e quando ritorno’ mi disse che la rapina l’ aveva fatta Gigi e che erano a volto scoperto. Non mi fece altri nomi ne in quella occasione ne in altre.

SIGNORELLI

Adr: mio marito qualche giorno dopo la rapina, forse il 29.07.76, ando’ a Roma e torno’ a Genova con 160 milioni. Lui mi disse che dieci milioni servivano per il gruppo della Liguria per acquisto di armi e rifugi. Tale ultima somma fu trovata dai carabinieri in un cassetto sotto la biancheria. L’ altra parte della somma doveva passare la frontiera Ventimiglia per un sentiero senza passare naturalmente dalla dogana che e’ la stessa strada percorsa da Concutelli per entrare e di nuovo uscire dall’ Italia. Durante la latitanza mio marito mi disse che la rimanente somma e cioe’ circa 340 milioni era rimasta a Roma nella disponibilità di Signorelli il quale aveva intenzione di depositarla sul conto di Coltellacci Romano, commercialista. Di tali intenzioni io seppi dai discorsi tra il Meli e Signorelli, non so se effettivamente i soldi furono versati sul conto del Coltellacci. Costui era l’ unico in grado di effettuare un cosi’ cospicuo versamento senza destare sospetti in quanto aveva grosse disponibilità finanziarie. Dal tenore dei discorsi fatti tra il Meli ed il Signorelli, effettuati prima della consumazione della rapina, appariva assai chiaro che il Coltellacci era d’ accordo con loro per fare qualcosa di grosso. In proposito posso dire che ebbi modo di conoscere il Coltellacci verso la fine del 1975 nel corso di un incontro avvenuto a casa del Signorelli al quale parteciparono oltre al Signorelli stesso al Coltellacci e rispettive consorti anche Mauro e me.
Io ebbi modo di sentire che Coltellacci e Signorelli parlavano della opportunità di effettuare azioni eclatanti che bilanciassero la attivita’ delle BR.

Adr: i discorsi fatti fra Signorelli e Meli durante la latitanza di quest’ ultimo in mia presenza piu’ che altro a Malaga (Torremolinos) appresi che essi avevano intenzione di far fruttare i soldi rimasti a Roma acquistando una partita di droga da far smerciare ai ragazzini o mediante contrabbando da effettuare con un natante veloce da acquistare con detti soldi. Quando il Meli porto’ a Genova i soldi della rapina al ministero del lavoro furono trasportati per motivi di sicurezza nella casa di città e non in quella di campagna di Mennella Teresa, come dichiarato al giudice Vigna (quest’ ultima peraltro era all’ oscuro di tutto in quanto era in vacanza con i figli) dal Meli e da Mennella Giorgio qualche giorno dopo.
Dopo aver nascosto i soldi Meli e Mennella Giorgio andarono a Ventimiglia per raggiungere Nizza al fine di trovare un modo ed un luogo dove sistemare all’ estero i soldi per farli poi pervenire ai latitanti quasi tutti in Spagna. Cio’ io ho appreso sia dal Mennella sia da Meli che me lo dissero prima di partire. La cosa mi venne poi confermata anche dalla madre del Mennella presso la cui abitazione giunse la patente che aveva lasciato in un albergo di Nizza.
In proposito posso dire che il Mennella era convinto di aver perduto la patente tanto che fece denuncia di smarrimento regolare. Quando mi trovavo in vacanza in Jugoslavia telefonai alla pensione dove parlai con Robustelli Filomena che si occupava della pensione la quale, che bene sapeva dei soldi per averli visti quando mio marito li aveva portati, mi disse di tornare subito perche’ era successo un pasticcio. Io tornando dalla Jugoslavia passai per Roma e incontrai Mauro a casa di un suo zio dove mi disse quello che era successo e cioe’ che erano intervenuti i cc e mi invito’ a darmi latitante con lui, cosa che io rifiutai.
Tornato a Genova parlai sia con la Restani che con la Robustelli. La Restani, mi riferi’ mio marito, le aveva telefonato per dirgli che quel giorno aveva bisogno dei soldi in pensione in quanto cosi’ aveva disposto Concutelli. La Restani tento’ di far comprendere a Meli che, se doveva portare all’ estero i soldi il giorno dopo, era il caso li prendesse la mattina stessa della partenza, ma sul punto il Meli, che aveva avuto disposizioni precise dal Concutelli, fu irremovibile. Cosi’ mio marito, la Restani ed il marito di questa ultima Mennella Vincenzo, che non sapeva che nelle borse fossero contenuti i soldi ma armi, provvedettero a trasportare i soldi dalla casa di Mennella Teresa a Genova alla pensione dove circa due ore dopo sopraggiunsero i cc come mi disse la Robustelli. A proposito di Mennella Vincenzo posso dire che lo stesso era estraneo a qualsiasi discorso di carattere eversivo.
A proposito della Restani debbo dire che la stessa non solo ha contribuito nell’ occultamento del denaro proveniente dalla rapina al ministero del lavoro, ma ha anche provveduto a riciclare certamente due milioni della somma anzidetta ma probabilmente anche di piu’. I due milioni di cui sopra non vennero sequestrati dai cc. Tale attivita’ e’ stata svolta dalla Restani non solo per aiutare il figlio Mennella Giorgio e mio marito ma anche per un interesse personale dovuto al fatto che gestiva la nostra tabaccheria per un modestissimo canone. Proprio la tabaccheria costituiva un ottimo sistema per riciclare il danaro sporco.

Adr: quando prima ho parlato dei dieci milioni per le esigenze del gruppo ligure ho inteso riferirmi alle seguenti persone che del gruppo stesso facevano parte: Meli Mauro, capo del gruppo, Falsetti Emilio divenuto, come mi disse lo stesso Meli responsabile militare fino ad epoca piu’ o meno coincidente con l’ arresto di Concutelli, Mennella Giorgio e Murlo Giuseppe. Le notizie di cui sopra, come ho gia’ detto, mi vennero fornite dallo stesso Meli e confermate seppur in termini vaghi dagli stessi interessati. Preciso che il Falsetti non mi disse per ragioni di riservatezza di essere il responsabile del gruppo militare. Lo stesso Falsetti mi disse pero’ di essere uscito dal movimento dopo l’ arresto del Concutelli. Ho anche conosciuto chiesa Giorgio e Montella ferruccio, anch’ essi facenti parte del gruppo ligure: per quanto mi risulta dai discorsi fattimi dai due e da quelli che facevano con Mauro gli stessi, non hanno consumato delitti particolarmente gravi essendosi limitati a piccoli attentati davanti alle sedi o abitazioni di avversari politici, pestaggi ed il Montella una rapina per la quale venne arrestato. Il Montella e’ cugino del Mennella. I contatti tra il gruppo ligure e la direzione del movimento, che si identificava in Signorelli paolo (tranne il gruppo milanese) erano tenuti da Meli Mauro che usava o recarsi a Roma o telefonare al Signorelli presso abitazioni di “ragazzini puliti”.
Stabilito il contatto telefonico venivano impartite le direttive. Quando telefonava Signorelli Mauro riattaccava e telefonava da un telefono pubblico se la conversazione verteva su argomenti riservati. In proposito rammento il particolare che quando discutevano di armi e non vi era tempo per fare altre telefonate parlavano di libri. Graziani veniva chiamato “il vecchio” o il “nonno” e Signorelli “il professore”.

Adr: mi e’ capitato in piu’ occasioni di vedere delle armi. In effetti sono passate diverse armi per le mani del Meli che le nascondeva per brevissimi periodi nella nostra abitazione o nel negozio che le faceva poi girare tra gli elementi del gruppo. In proposito ricordo una borsa piena di pistole a tamburo ed automatiche e forse un paio di mitra smontati che il Meli tenne in casa di via Buranello tra la fine del 1975 ed inizio del 1976, armi che poi il Meli fece buttare. Anzi a farle buttare fu il padre del Meli, Meli Domenico, in quanto era al corrente o meglio era stato informato di una perquisizione a carico del figlio. In proposito non ricordo se quella volta vi fu la perquisizione.
A proposito di Meli Domenico posso dire quanto segue: lo stesso era in sostanza il dominus dell’ attivita’ del figlio, era lui che provvedeva a fargli acquistare le armi attraverso suoi canali diretti, armi che avevano tutte provenienze illegali, ovviamente mio suocero sapeva benissimo dell’ attivita’ eversiva del figlio che appoggiava per una sua intima convinzione.
Meli Domenico aveva anche contatti con la malavita organizzata siciliana. Ricordo in proposito lui stesso parlava di suoi contatti con una banda che chiamava “gli incappucciati”.
Al riguardo rammento che in due diverse occasioni il Meli Domenico parlandomi di questi contatti, mi disse di avere avuto dei contrasti con un certo notai Ingrassia di Catania per un pagamento di una modesta somma che lui non voleva dargli ma che lui fu costretto a corrispondergli, allora, per vendicarsi del torto subito gli fece incendiare lo studio dagli “incappucciati”.

I contatti tra Meli Domenico e gli “incappucciati” si resero possibili attraverso un certo Mario di Catania che faceva l’ autista per mio suocero (nr telefonico nel 1976 era 417526 di Catania): costui essendo nato e vissuto in quartiere malfamato aveva la possibilita’ di far stabilire i suddetti contatti. Fu il suddetto Mario a cedere a Meli Domenico la sua carta di identità dopo averne, credo, denunciato lo smarrimento, carta di identità che Meli Domenico porto’ a Torremolinos al figlio. Meli Domenico inoltre era in contatto con ufficiali dell’ arma dei cc e con un certo maresciallo Figlia della questura di Genova, almeno credo, nonche’ di un certo Vizzini anch’ egli della PS.

Circa la posizione del maresciallo figlia posso dire che nel dicembre ’76 ci informo’ che era stata individuata la casa del Meli a Londra. Cio’ posso dire in quanto ero presente quando il Meli ricevette una telefonata dall’ Italia, probabilmente da padre che lo informava di quanto gli aveva riferito il maresciallo figlia e cioe’ che la guardia di finanza aveva individuato il rifugio del Meli a Londra. Lo stesso figlia procuro’ un certificato di carichi pendenti pulito e quindi ovviamente falso, forse si trattava di un certificato penale che, tramite il figlia, il padre di Mauro gli fece recapitare in Spagna in occasione del procedimento per estradizione. I giudici spagnoli non concessero l’estradizione sebben ricordo proprio anche per questa certificazione che lumeggiava la buona personalita’ di mio marito. Della responsabilita’ del figlia circa il detto documento me ne parlo’ lo zio di Meli Mauro. Fu proprio lo zio a dirmi e Meli Mauro a confermarmi che Meli Domenico aveva dato parecchi soldi al figlia per questi servigi. Si da’ atto che a questo punto il verbale viene interrotto per essere ripreso nel pomeriggio.

L.C.S.

Riaperto il verbale alle ore 15,00.

Adr: fu Meli Mauro a dirmi che il padre gli aveva consegnato la carta di identità intestata al Mario di Catania. Ero invece presente quando in epoca prossima alla pasqua del 1977 il padre porto’ al figlio a Torremolinos una patente che portava i dati anagrafici del Meli nonche’ dei timbri per rinnovare i documenti: rammento in particolare un timbro per rinnovare il visto di ingresso in Spagna. In quella occasione aveva con se’ una valigia piena di soldi esportati clandestinamente occultati nel bagaglio imbarcato nella stiva dell’ aereo. So con certezza perche’ me lo ha riferito sia Mauro che il padre dello stesso, nonche’ lo zio del primo (quando ho parlato dello zio di Mauro mi sono sempre riferita al fratello della madre dello stesso e cioe’ Mazzoni Giorgio) che a Meli Mauro il padre gli fece pervenire un passaporto con le generalita’ di Meli Mauro; solo la residenza era sbagliata poiche’ era Roma anziche’ Genova; il padre di Meli Mauro mi disse che detto passaporto l’ aveva comprato dal console onorario di Goteborg pagandolo due o tre milioni. Da recenti indagini ho appreso dal capitano Segatel che detto passaporto faceva parte di uno stock di passaporti rubati nel 1975 a Goteborg. Anche mazzoni Giorgio mi confermo’ che Meli Domenico compro’ il passaporto al figlio e nell’occasione mi disse che ne aveva comprato uno per la papa ed anche per gli altri.
Tanto il Mazzoni che il Meli Domenico mi hanno detto che lo stesso Meli Domenico era titolare in svizzera di numerosi conti accesi, se ben ricordo, sul banco di Roma di Lugano, presso la banca della svizzera Italiana sempre a Lugano e presso l’unione delle banche svizzere. Un conto in particolare risultava intestato alla moglie di Meli Domenico, mazzoni vera, ma la disponibilità era in effetti solo sua. Su detto conto all’ atto della sua estinzione nel 1978 vi era una disponibilità di un milione di dollari.

Annunci