“Maletti, la spia latitante La Cia dietro quelle bombe”

“Sono stanco di pagare per altri. Obbligato all’ esilio, condanne per 31 anni, nove ancora da scontare. Mi sembra un po’ troppo… so di avere un debito di verità nei confronti dell’ Italia”. Gli occhi della vecchia spia si perdono oltre il parco del quartiere residenziale di Rosebank, Sudafrica. Bugie, misteri, faide e lotte intestine. E poi quei morti, gli attentati, nelle banche, sui treni, nelle piazze. Gianadelio Maletti, classe 1921, generale di divisione, cittadino sudafricano dal 1980, assistito dall’ avvocato Michele Gentiloni, è disposto a rivelare ciò che sa. La sua verità. Di sicuro ci sono le sue condanne: per depistaggio, per avere aiutato i neofascisti Giannettini e Pozzan, per avere deviato le indagini sulla bomba di Bertoli alla questura di Milano. Propone la sua verità vista “da dentro”.

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Nel 1971 è nominato capo del reparto D: punta di diamante del nostro controspionaggio militare. Generale, avrà saputo della relazione di minoranza della Commissione Stragi. Si afferma che la strategia della tensione fu di stampo atlantista. “Ho saputo e letto qualcosa. E immagino che quall’ atlantista stia per americano. Usa”. Sì. Lei cosa ne pensa? “Era una necessità della Nato raccogliere notizie ed elaborarne il più possibile. Ma chi le usava e le manipolava era il Servizio americano, la Cia”. Ne ebbe prova diretta? “Avevo personalmente rapporti con la Cia. Con Stone, detto Rocky, capo della stazione di Roma e Mike Sedinuoui, un agente di origini algerine. Eravamo in contatto per motivi di controspionaggio”. Lei sospettava che la strategia delle bombe avesse una regia internazionale? “Sospettavo, senza precisi riscontri”. E questo non era sufficiente per allarmarsi, per avviare un lavoro di intelligence? “Noi, come Sid, non eravamo in condizioni di fare nulla. Almeno nei confronti degli americani. Poi il tempo ci portò le prime conferme. La Cia, in Italia, aveva la più importante sezione sulla sicurezza di tutta l’ Europa occidentale.
Le informazioni venivano poi confrontate con l’ altra potentissima centrale presente in Germania”. Germania? “Sì, la Germania era stato un paese di reclutamento sin dalla fine della seconda guerra mondiale. La Cia voleva creare, attraverso la rinascita di una nazionalismo esasperato e con il contributo dell’ estrema destra, Ordine nuovo in particolare, l’ arresto di questo scivolamento verso sinistra. Questo è il presupposto di base della strategia della tensione”. In che modo? “Lasciando fare”. E i nostri servizi ne erano consapevoli o addirittura complici? “Non c’ era piena consapevolezza. Ma esisteva un orientamento nei servizi favorevole a questo progetto”. In che modo la Cia utilizzò Ordine nuovo? “Con i suoi infiltrati e con i suoi collaboratori. In varie città italiane e in alcune basi della Nato: Aviano, Napoli… La Cia aveva funzioni di collegamento tra diversi gruppi di estrema destra italiani e tedeschi e dettava le regole di comportamento. Fornendo anche il materiale”. Esplosivi, armi? “Numerosi carichi di esplosivo arrivavano dalla Germania via Gottardo direttamente in Friuli e in Veneto”. E il Sid cosa faceva? Assisteva inerte o subiva? “Ne parlavo spesso con i collaboratori. Ma non tutti dimostravano di essere consapevoli di questa situazione. O erano favorevoli al progetto”. E i suoi referenti politici? “Li ho contattati, spesso scavalcando il mio capo, il generale Miceli. Tanassi, Andreotti, Gui. Ma trovavo anche con loro un certo interesse distaccato. Solo Andreotti…”. Cosa, Andreotti? “Andreotti no, lui era invece molto interessato. Soprattutto del terrorismo di destra e dei tentativi di golpe in Italia. Anche se ogni mia iniziativa era vista come una fastidiosa ingerenza”. Ma avrà pure trasmesso, come capo ufficio D, una informativa al governo. “Tantissime. Che restavano sempre lettera morta. Il Sid era visto con diffidenza”. Forse perché anche il Sid sapeva ma faceva finta di niente. “Ad Andreotti parlai personalmente dei tentativi di golpe. Miceli non voleva che il rapporto sul golpe Borghese finisse nelle sue mani e mi dissuase dal consegnarglielo. Aveva paura di quel rapporto perché risultava essere stato in contatto con alcuni uomini del golpe. Io mi resi conto che nel dossier figuravano nomi di alti ufficiali seduti in posti di comando e che se fosse stato trasmesso alla magistratura avrebbe provocato un terremoto”.

E lei, lo nascose. “Io lo portai ad Andreotti e gli spiegai le mie perplessità”. In quel rapporto c’ era una prima prova del coinvolgimento Usa nei tentativi di golpe. “C’ era la prova del coinvolgimento di alti uffciali delle nostre forze armate”. C’ era stata piazza Fontana da poco. Lei credette alla pista di sinistra? “Tutto lasciava pensare questo. Ma io sapevo benissimo che la matrice era di destra”. Ma continuò a svolgere il suo lavoro di intelligence e di infiltrazione a sinistra. “La sinistra andava comunque controllata. Della destra sapevamo tutto”. Infiltravate anche Ordine nuovo? “Certo. Bisognava ottenere quelle informazioni che la Cia conosceva benissimo ma che noi ignoravamo”. Ma Ordine nuovo infiltrava anche voi del Sid. Chi, dunque, infiltrava chi? “Ebbi la sensazione di lavorare in un vero e proprio verminaio. Ma me ne resi conto troppo tardi”. I suoi centri non le segnalarono mai niente su Ordine Nuovo? “Molto spesso. Il problema era capire se le notizie erano vere o false. Nel 1972 mi resi conto della gravità della situazione. Il centro di Padova ci segnala che dalla Germania, via Gottardo, arrivavano carichi di esplosivi destinati a Ordine nuovo. Lo segnalammo a livelli più alti”. E cosa accadde? “Niente. Ma scoprimmo e segnalammo anche che l’ esplosivo usato a piazza Fontana proveniva da uno di questi carichi”. Quindi è logico sostenere che il mandante di piazza Fontana sia la Cia? “Non ci sono le prove dirette, ma è così”. E voi del Sid, lei generale Maletti, cosciente di questa strategia ha accettato la sudditanza dei nostri servizi alla volontà della Cia. Anche davanti alle bombe e ai morti innocenti? “Abbiamo attivato le nostre fonti e abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. Il potere politico, che non poteva non sapere, non ci ha mai dato una direttiva”. Non sarebbe stato meglio dimettersi? “Mi hanno accusato di simpatie verso Israele. Ma la cattura dei 5 palestinesi a Ostia decisi a far saltare in aria un aereo della El Al evitò altre centinaia di morti”. Salvava alcune vite, ma ne sacrificava altre. Anche lei prigioniero del suo potere dentro il Sid? “Io sento un peso fortissimo, come italiano, di quello che è successo. Mi sento quasi umiliato di ciò che non abbiamo fatto per impedire tanti morti. Chi ha portato avanti questo progetto, che ha ucciso tanti italiani è italiano. E lo ha fatto, aderendo ad un progetto portato avanti da un servizio straniero, per ottenere un proprio vantaggio. Di potere”.
Ma i politici dominanti del momento, sapevano? “E’ ovvio che sapevano. Anche se non ci saranno mai le prove per incastrarli. Se i vari capi dei servizi, da Miceli a Casardi, hanno informato i politici, come era loro interesse, lo hanno fatto anche attraverso riunioni informali”. Un silenzio che conveniva? “Da parte dei politici? No, sarebbe criminale. La vera responsabilità politica nella strategia della tensione è che nessuno ha mai preso delle decisioni, mai nessun uomo politico ha parlato e agito in termini politici. Forlani, l’ ho conosciuto troppo poco e mi ha silurato quando ero diventato un fastidio. Andreotti, è un uomo intelligente e furbo. Due qualità che raramente si incontrano assieme, nello stesso individuo. Mi ricorda il grande vecchio creato da una certa pubblicistica”. E oggi cosa pensa? “E’ un ruolo che gli si addice”.

Ma come poteva continuare ad avere i contatti con la Cia, generale, pur sapendo cosa tramava? “Non si può dire che la Cia avesse un ruolo attivo e diretto nelle stragi. Ma che sapessero e conoscessero obiettivi e autori è vero”. La loro strategia, che puntava a fronteggiare il pericolo comunista, era talmente cinica da passare sopra centinaia di morti innocenti? “La Cia ha cercato di fare ciò che aveva fatto in Grecia nel ‘ 67 quando il golpe mise fuori gioco Papandreu. In Italia, le è sfuggita di mano la situazione. L’ effetto che alcuni attentati dovevano produrre è andato oltre. Per piazza Fontana, che io sappia, è andata così. Devo presumere anche per piazza della Loggia, per l’ Italicus, per Bologna. Riguardo ai politici, voglio aggiungere una sensazione che per me è quasi una certezza. A quel tempo, molti di loro, compreso il Capo dello Stato, Leone, furono costretti ad accettare il gioco. Perché ognuno aveva avuto la garanzia che il gioco non avrebbe superato certi limiti”.

E lei, oggi, si sente con la coscienza a posto? Anche per Argo 16, l’ aereo del Sid precipitato a Marghera? “Su quell’ aereo sono morte persone che conoscevo benissimo”. E’ stato sabotato? “Quando i 5 palestinesi presi ad Ostia vennero rinchiusi nel carcere di Viterbo, il capo della stazione del Mossad a Roma, Asa Leven, mi venne a trovare. Mi disse di aver saputo che il governo italiano aveva intenzione di restituirli alla Libia. Lui mi chiese di agire assieme, noi e loro, per sequestrarli”. Nel carcere? “Sì. Avevano già messo a punto un piano. Noi dovevamo procurarci un documento giudiziario falso e con una scusa trasferirli dal carcere verso un presunto Tribunale. Loro, il Mossad, avrebbero pensato al resto. Avrebbero assaltato il furgone, addormentato con un narcotico i 5, li avrebbero bendati, caricati su un aereo pronto a decollare e trasferiti a Tel Aviv”. E lei? “Non se ne fa nulla. I 5, dopo un sommario processo, vengono trasferiti in Libia ma l’ aereo fa uno scalo a Malta. Qui, tutti si fanno una bella mangiata di pesce, e vengono notati da degli agenti del Mossad. Una sosta infelice. Forse, è stata la conferma definitiva, se ce n’ era bisogno, che i 5 avevano preso il volo. Lungo la rotta di ritorno, Argo 16 precipita”. Altri morti innocenti… “Una sequela di morti. In un clima da scontro tra servizi che non si sopportavano e non si fidavano l’ uno dell’ altro”. Ma le bombe continuavano a esplodere. E voi, del Sid, niente. “Non c’ era più alcuna strategia. I gruppi di estrema destra si erano sganciati. Ormai c’ era solo terrore”.

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