Marco Pannella in commissione stragi 28.01.1998

PANNELLA. Io vorrei fare a questo punto un salto, perché ho parlato sin troppo di un elemento di atmosfera e vorrei quindi, dal 1965-1966 nonché, in parte, 1967, fare un salto ed arrivare al 1976 (poi vedremo che c’è un 1974 che mi interessa molto).
Noi entriamo nel Parlamento italiano nel giugno 1976, sull’onda del referendum sul divorzio ma anche sull’onda di molte altre battaglie (abbiamo già fatto approvare la legge sull’obiezione di coscienza, per esempio, cioè abbiamo svolto un’attività, diciamo, non parlamentare, ma né antiparlamentare né extraparlamentare) e, non appena entriamo in Parlamento, a proposito dell’assassinio di Occorsio, presentiamo due interrogazioni, una delle quali al ministro dell’interno Cossiga, perché su Occorsio vogliamo sapere qualcosa di più, proprio in relazione già a Gelli e anche alla partitocrazia (e noi dicevamo che la partitocrazia è un certo tipo di massoneria o di pseudomassoneria). Rispetto a quelle interrogazioni si solleva un’obiezione, cioè ci si dice da parte del Governo che, essendoci crisi di Governo, il Ministro non ci può rispondere: su questo noi cominciamo a piantare la prima grana, per così dire, di tipo quasi ideologico, sostenendo che, proprio nel momento in cui c’è una crisi dell’Esecutivo, il Parlamento deve poter avere degli strumenti che vengano fatti valere.
Il ministro Cossiga non ci risponde, se non poi a settembre, in Commissione interni, e il presidente Ingrao è d’accordo su questa posizione. Ma noi già nell’agosto, se non sbaglio, presentiamo un’interrogazione per sapere come mai il Presidente del Consiglio abbia ricevuto a Palazzo Chigi (non ricordo se avevamo detto «a più riprese») tal Licio Gelli, capo di una loggia pseudomassonica («golpista» e non so quante altre amabilità dicemmo subito). E’ il 1976, siamo quattro, conosciamo poco i servizi, i poteri, eccetera. Nel 1979 finisce quella legislatura, otteniamo con grande fatica una prima risposta, ma il Partito comunista (parlo quindi del grande interlocutore) non presenta, almeno fino al 1978 (non so se nell’ultimo anno lo abbia fatto), una sola interrogazione su Licio Gelli. E’ un’atmosfera. Noi su questo abbiamo molto gridato, molto discusso.
E matura molto presto in noi la convinzione che parlare dei servizi significa parlare dell’«unità nazionale», di quella che abbiamo trovato a suo tempo con Cefis, che poi viene protetto con tutto il gruppo ENI, nello stesso tempo, da «l’Unità» e dal Partito Comunista (dirò in che modo) e da un intervento diretto di Paolo VI. Intendo dire che, da una parte, vi sono persino i lavoratori del Silp (mi pare che si chiamasse così il sindacato dei lavoratori petroliferi, cioè quelli dell’AGIP, eccetera) che arrivano a fare uno sciopero e vengono fino alle Botteghe Oscure manifestando – eccetera – e dall’altra parte vi è «l’Unità» che rifiuta di scrivere anche un solo rigo, pur se questi poveri lavoratori erano arrivati allo sciopero perché si trovavano probabilmente in condizioni difficili.
Noi non abbiamo mai ottenuto, in tutti quegli anni, che sulle nostre denunce, sui rapporti che svolgevamo puntualmente (e che si riferivano a Allavena, a Ponzi, all’ENI, eccetera) venisse da sinistra un qualsiasi ascolto, anzi, la nostra era un’azione di «provocazione», perché ci si diceva sempre – nemmeno tanto in privato – che quelli erano la componente partigiana, antifascista, antiamericana, ma nel senso che poteva anche essere filoamericano, ma contro il capitalismo e non contro il liberalismo americano. Sono anni di solitudine atroce.
In quegli anni noi usavamo fare delle marce antimilitariste e pacifiste, prima Milano-Vicenza (il percorso era abbastanza singolare) e poi Trieste-Aviano; ogni anno, dall’uno al dieci agosto.
Nel 1974 (tenete presente il referendum tenutosi a maggio) noi annunciamo, mi pare il 20 luglio, che annulliamo la marcia antimilitarista perché stavamo ascoltando continuamente di gravi rischi di un golpe e ci risultava che dirigenti comunisti importanti non dormissero nello loro abitazioni.
Dunque, il 20 luglio 1974 noi annunciamo che per la prima volta annulliamo all’ultimo momento la marcia che ci portava in quelle contrade (dove incontravamo procuratori della Repubblica golpisti e quant’altro; abbiamo incontrato di tutto, lo abbiamo capito dopo) e facciamo la «dieci giorni della non violenza e dell’antimilitarismo» a San Paolo. Il 4 agosto, mi pare, arriva puntualmente la strage dell’Italicus e ci troviamo infatti dopo un’ora, nella Roma deserta di agosto, in 70-80 militanti a parlare di strage di Stato, di strage preannunziata; a chiedere a quei personaggi dove avessero dormito la notte prima, eccetera. La situazione era molto difficile: la RAI, la televisione, i giornali su questo erano in sintonia, non vi erano eccezioni.

PRESIDENTE. Eccezioni a che cosa? Al silenzio?

PANNELLA. Sì, al silenzio, che era totale. Gli interrogativi c’erano, e anche un po’ di prestigio lo avevamo, avevamo condotto la campagna sul divorzio, già avevamo raccolto le firme sull’aborto, sulla cosiddetta legge Reale. Insomma la nostra attività era, credo, un’attività che meritava e riscuoteva rispetto nel suo peso politico. Sulla strage dell’Italicus abbiamo continuato a chiedere, a manifestare davanti alla Presidenza del Consiglio come davanti a Botteghe Oscure, un po’ dappertutto. La risposta è stata, in quegli anni, feroce; devo dire feroce anche di rimozione. Arriviamo al 1976; denunciamo che esiste una situazione, a nostro avviso, di grosso pericolo perché riteniamo, nella nostra analisi, che la partitocrazia crei una «unità nazionale»…

Annunci