La versione degli imputati – appello Italicus 1986 – prima parte

In sede di dibattimento la posizione di questi ultimi imputati veniva stralciata, con remissione agli atti del G.I.: ciò a seguito della declamatoria di nullità dell’ordinanza di rinvio a giudizio e degli atti successivi.

Il Franci, il Malentacchi, il Tuti e la Luddi respingevano ogni addebito. In particolare il primo insisteva nell’evidenziare come alla stazione di Santa Maria Novella, la notte fra il 3 ed il 4 agosto ‘74, vi fosse molta confusione ed una massiccia presenza di polizia: essendo addetto col suo carrello al trasporto di plichi contenenti valori, si sarebbe trovato sotto il costante controllo delle forze dell’ordine e quindi nell’assoluta impossibilità di allonta­narsi inosservato durante le operazioni nei pressi del treno postale fermo al binario n.12. A suo dire non ricordava di aver visto la Luddi il 3 agosto, così come non ricordava di averla vista il giorno successivo: “poteva darsi l’aveva incontrata, come avveniva quasi tutte le domeniche”. Asseriva di non rammentare di segni di sofferenza da parte della Luddi, né dei motivi per cui si era messo in malattia dal 6 agosto. Era in realtà caduto dalla moto trovandosi in compagnia di Del Dottore Maurizio, ma non era in grado di precisare quando fosse avvenuto.

Quanto alla sua milizia politica, il Franci adduceva di essere stato iscritto alla D.C. ed at­tivista di quel partito, dal quale era stato aiutato per entrare nelle Poste e per ottenere immediatamente il trasferimento da Milano a Firenze. Dopo breve tempo se ne era distaccato per aderire al MSI: aveva così frequentato la federazione di Arezzo, conoscendo quasi tutti e guidando tal volta la macchina per accompagnare in giro per la provincia esponenti di quel partito. Ne era quindi uscito, ma pur sapendo che il Batani ed altri amici avevano preso a frequentare la sede di O.N. in Via dei Pescioni, se ne era astenuto, non avendo aderito a quel movimento. Si era limitato, a suo dire, a frequentare il Batani, il Cauchi, raramente il Morelli ed in genere tutto l’ambiente di ragazzi che aveva conosciuto presso la sede del M.S.I. Ciò per altro, senza aderire ad O.N., ne prima, né dopo il decreto di scioglimento.

Ammetteva di aver avuto nel carcere di Arezzo buoni rapporti col Fianchini, pur avendone conosciuto fin dall’inizio le idee di sinistra. Anzi per tranquillizzarlo l’aveva messo in contatto col D’Alessandro, anch’egli con tendenza di sinistra, finendo col mangiare assieme al Fianchini medesimo, talvolta in compagnia di altri detenuti, fra i quali il Malentacchi ed il Donati. Mentre infatti nell’ambiente del carcere quelli di destra venivano tacciati di “bombaroli” ed accusati delle stragi, il Fianchini trattava questi argomenti con calma e cognizione di causa. Esso Franci ave­va finito così per discutere con lui dell’istruttoria a suo carico per gli attentati di Arezzo e di Terontola, facendo accenni al Tuti – che vi era anch’esso coinvolto – ed alla strage dell’Italicus. Su quest’ultimo argomento il Fianchini aveva ripetutamente manifestato l’avviso che esso Franci potesse esserne accusato. Al che aveva sempre replicato che una simile eventualità gli sembrava pazzesca, dal momento che per la notte tra il 3 ed il 4 agosto disponeva di un alibi sicuro.

Escludeva in particolare di aver detto al D’Alessandro di aver visto un agente di polizia sa­lire sulla quinta carrozza dell’Italicus e far da un finestrino un segno d’intesa ad una persona rimasta a terra. Parlando col Fianchini era pian piano maturato il proposito di evadere, sulla base del comune desiderio di libertà. Del progetto era stata fat­ta parola al D’Alessandro ed era stato deciso di comune accordo di segare le sbarre della cella del Fianchini dal momento che il D’Alessandro, come condannato per omicidio, era sottoposto a più stretta sorveglianza.

Dopo aver ribadito di aver collaborato al progetto d’evasione’ solo con informazioni sui luoghi e con un copriletto impiegato per preparare la corda di poi usata per superare il muro di cinta, insisteva nel dire di essere stato lasciato “di brutto” dal Fianchini e dal D’Alessandro mentre si trovava­no lungo i binari della ferrovia “Casentinese”: i due intendevano infatti raggiungere la stazione ferroviaria di Arezzo, alla quale erano ormai vicini, e si erano avviati di corsa in quella direzione, lasciandolo solo.

Negava in particolare di aver saputo che il Fianchini avesse intenzione di rilasciare delle in­terviste dopo l’evasione e di sapere comunque, se non per vaghi accenni, dove lo stesso Fianchini ed il D’Alessandro intendessero recarsi. Per quanto riguarda i rapporti con i coimputati, il Franci, ammessa la costante frequentazione della Luddi, adduceva di aver avuto incontri radi e saltuari col Malentacchi, che vedeva talvolta ad Arezzo, nella federazione del M.S.I., tal altra, a Castiglion Fiorentino, in occasione di qualche comizio.

Il Tuti invece l’aveva conosciuto nel ’72-’73, gli aveva presentato il prof. Giovanni Rossi, di Arezzo, e sì era incontrato talvolta con lui sia a Firenze, nei pressi della Stazione di S. Maria Novella, sia nella di lui abitazione, ad Empoli. Ammetteva anzi che, per evitare domande indiscrete, l’aveva fatto passare come suo cugino presso i compagni di lavoro alla stazione di Firenze. Insisteva nel dire di aver ricevuto dal Tuti le armi che erano state sequestrate a casa della Luddi, precisando anzi che le aveva custodite presso la donna per conto e nell’interesse dello stesso Tuti.

I quattro passaporti trovati a casa della Lud­di invece erano di provenienza furtiva e li aveva ricevuti direttamente dal ladro, conservandoli senza uno scopo preciso. L’esplosivo ed i detona­tori – a suo dire – li aveva rubati in una cava di Pergine Valdarno la notte del 26 dicembre 1974, occultandoli nella chiesetta sconsacrata di Orzarle Cappuccini e ad Ortignano Raggiolo, a casa del la nonna della Luddi.

Bruni Luigi, gestore della cava indicata dal Franci, negava di aver subito furti nel dicembre 74. Fornendo l’imputato molti particolari sulla cava e sulla baracca in cui si trovava l’esplosivo, adduceva di essere autorizzato solo al consumo giornaliero di esplosivo, e non a conservarlo in deposito. Insisteva quindi nel negare che nella sua cava potesse essere stato rubato dell’esplosivo.

Il Franci escludeva di aver conosciuto Licio Gelli e di sapere comunque — al di là di vaghe voci raccolte in carcere – di rapporti fra la massoneria ed ambienti di estrema destra. Quando aveva chiesto di essere sentito dal P.M. di Firenze sull’argomento, l’aveva fatto soltanto per evitare di essere tradotto a Nuoro. Le sue presunte rivelazioni se l’era quindi inventate, e per questo fatto era stato ripreso, anche se bonariamente, dal Tuti. Ammetteva infine di aver conosciuto Marco Affatigato, senza per altro riceverne ordini od istruzioni, così come aveva conosciuto Augusto Cauchi, del quale gli erano note le vicissitudini coniugali, Luca Donati, Massimo Batani ed in genere tutte quelle persone che frequentavano la federazione aretina del M.S.I.

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Luddi Margherita dal suo canto, ammessi gli intimi rapporti col Franci, riallacciati nel ’74, all’epoca della campagna per il referendum sul di­vorzio, dopo una prima conoscenza avvenuta nel ’70, dava atto di essere stata a casa del Tuti ad Empoli il primo novembre 1974, in compagnia del Franci. Successivamente costui le aveva dato il numero di telefono del Tuti, da usare in caso di difficoltà. Le armi ed i passaporti – a suo dire – li aveva ricevuti dal Franci in un pacchetto chiuso, ignorandone il contenuto. À contestazione delle preoccupazioni espresse al riguardo telefonando all’amica Innocenti Ivana, adduceva di non ricordare se il Franci le avesse detto quale’ fosse il contenuto del pacchetto. Le aveva confidato invece di aver portato della “roba” ad Ortignano Raggiolo, a casa della nonna di essa Luddi (casa della quale si era fatto fare di sua iniziativa una copia delle chiavi), e di qui nascevano le preoccupazioni manifestate all’Innocenti, dopo aver appreso dell’arresto del Franci. Adduceva la Luddi che il pomeriggio del 3 agosto ’74 l’aveva trascorso ad Ortignano Raggiolo, andando al fiume con le sue cugine per prendere il sole e fare il bagno. A sera aveva avuto un disturbo gastrointestinale: era stata male tutta la notte e la mattina della domenica sua madre si era fatta da re una pastiglia di mexaform dall’infermiera Pecchiai Giuseppina. Si era sentita, meglio, e nel pomeriggio era andato, ad Arezzo, ove si era incontrato, con la sua amica Ivana Innocenti e col Franci, assieme ai quali era andato. all’Arno, ove non aveva fatto il bagno perché non aveva con sé il costume. La sera poi si era trattenuta ad Arezzo, dormendo a casa dell’Innocenti. Affermava infine di aver conosciuto il Malentacchi solo nel gennaio ’75, di non aver saputo che ad Arezzo, in via dei Pescioni, vi fosse la sede di Ordine Nuovo, e che il Franci la frequentasse.

Sull’alibi della Luddi venivano sentiti il padre e la madre – Luddi Michele e Luddi Maria – i quali confermavano il malore accusato dalla ragazza la sera del 3 agosto: secondo la madre anzi la Margherita era andata al fiume con le amiche in mattinata, mentre al pomeriggio non aveva potuto andarvi perché aveva accusato i primi disturbi verso le 15-16. Entrambi affermavano che la ragazza aveva passato in casa la serata e la notte fra il sabato e la domenica; in particolare Luddi Maria ribadiva che al mattino della domenica era andata dalla Pecchiai, (la farmacia più vicina è infatti a Bibbiena), la quale le aveva dato 2 o 3 pastiglie. Pecchiai Giuseppina, lontana parente dell’imputata, confermava l’episodio, dicendosi però nella impossibilità di collocarlo nel tempo, non ricordando neanche se fosse avvenuto nel ’74 o nell’anno precedente.

Analogamente Luddi Gabriella e Luddi Rossella non si dicevano in grado di attestare di avere trascorso con la cugina il pomeriggio del 3 agosto.
Innocenti Ivana dal suo- canto asseriva di non ricordare se avesse passato con la Luddi il pomeriggio della domenica (4 agosto) precedente alla loro partenza per le ferie trascorse a Tortoreto. Asseriva di aver appreso dalla Luddi che il Franci le aveva dato in custodia delle armi e dei passaporti e che lo stesso Franci aveva nascosto altre armi nella casa di Ortignano Raggiolo: la Luddi anzi le aveva detto di aver consegnato al Franci una seconda chiave di questa casa.

Sentenza appello Italicus pag 95-104