Roberto Calvi – Sulle cause della morte – P.G. 03.05.2010 – prima parte

Sul mancato ritrovamento di resti o tracce d’inchiostro inerenti al rilievo delle impronte digitali sul cadavere di Roberto CALVI

In ordine a questo rilievo mosso dalla difesa vanno osservate le seguenti circostanze rilevanti. L’inchiostrazione delle dita che per prassi si esegue quando si devono registrare le impronte digitali di un dato soggetto (anche allo stato di cadavere) coinvolge solo la cute dei polpastrelli. Quest’ultima, però, non è stata prelevata nel caso in questione, per le ragioni procedurali descritte nella perizia antropologica e connesse alla necessità procedurale di doversi (ove possibile) conservare la cute dei polpastrelli assieme al cadavere (vedi pagg. 197, 198 e 199, tras. ud. 25.01.2006, vedi all. n. 1). Si riporta il relativo brano della deposizione del professore Luigi CAPASSO.

AVV. BORZONE: Senta, avete trovato tracce chimiche di inchiostro sui polpastrelli e sotto le unghie delle mani di CALVI ROBERTO?

INTERPRETE: sui frammenti di cute no.

AVV. BORZONE: ho chiesto anche sui polpastrelli e sotto le unghie.

CAPASSO L.: i polpastrelli non sono stati analizzati, perché nella procedura, diciamo così, che si mette in atto in questi casi, il prelievo delle lamine ungueali prevede una procedura standard che è quella di lasciare le impronte digitali della persona all’interno del corpo, quindi il nostro prelievo ha tenuto conto, questo lo abbiamo detto nel verbale di autopsia, anzi, era un incidente probatorio, quindi il prelievo delle lamine ungueale non è che sono state strappate le unghie, è stata praticata una sezione lungo la falange in modo tale da lasciare il polpastrello sul posto e prendere quindi soltanto la parte distale della parte dorsale del… dell’ultimo tratto del dito, quindi i polpastrelli non sono stati a posta, cioè perché noi cercavamo le tracce di impatti e che sono quelle più persistenti e che hanno minore… Maggiore probabilità di persistere nel tempo.

AVV. BORZONE:   sa se a CALVI sono state prese dopo la morte le impronte digitali?

CAPASSO L.: sì, lo sappiamo, sono state prese le impronte digitali.

AVV. BORZONE: sui frammenti di cute, questa volta che avete esaminato c’erano tracce di inchiostro?

VOCI: (in sottofondo).

CAPASSO L.: sì, ma i frammenti vengono dalla parte palmare della… delle mani, quindi… e comunque non abbiamo trovato tracce di inchiostro.

AVV. BORZONE:   sa, se dopo la assunzione di impronte digitali le mani vengano pulite o meno da parte di coloro i quali effettuano l’acquisizione delle impronte?

INTERPRETE: (…).

BRINKMANN B.: (…).        

INTERPRETE: con le persone in vita sì.

AVV. BORZONE: quindi lei presuppone che le tracce… l’inchiostro sulle mani di CALVI sia ancora presente?

CAPASSO L.: sì, io guardi, non so se… cioè le nostre analisi non hanno trovato tracce di sostanze chimiche che possono fare riferimento ad inchiostro, perché evidentemente noi abbiamo analizzato parti che normalmente non sono inchiostrate, come la cute al centro del palmo della mano e quindi la parte centrale palmare che fa riferimento a reperti conservati a MILANO e le unghie e quindi le lamine ungueali e gli spazi subungueali, in queste… in questi materiali soprattutto sulle unghie noi abbiamo trovato tracce di materiali cristallini di tipo organico che richiamano a fosfati come è detto nella relazione peritali, questo fosfati sono però… potrebbero anche derivare da inchiostri, potrebbero anche derivare da inchiostri ma… ma molto più probabilmente derivano dall’azione, dall’interazione fra la formalina e alcune componenti organiche della cute e dei liquidi organici. Stiamo parlando di tracce naturalmente minimali, no?

Ne consegue che gli esami fatti nell’ambito della perizia antropologica del Prof. Luigi CAPASSO sono stati concentrati sugli spazi sub-ungueali e sulle lamine ungueali. Non vi è ragione di credere che queste regioni anatomiche siano venute a contatto con l’inchiostro e non sorprende, perciò, che tracce d’inchiostro non siano state trovate in dette regioni. La scelta di analizzare proprio gli spazi sub-ungueli e le lamine ungueali è stata dettata proprio dal sapere che – in linea teorica, ma anche nell’esperienza pratica, lavaggi e nettature delle estremità tendono ad asportare le sostanze con le quali le nostre mani entrano in contatto nel corso dei normali processi di manipolazione, ma queste sostanze permangono anche dopo lavaggi ripetuti proprio negli spazi sub-ungueali.

In detti spazi sub-ungueali e sulle lamine ungueali stesse non sono state trovate tracce di sostanze estranee al corpo di Roberto CALVI e pertinenti a:

1) la ruggine dell’impalcatura;

2) le vernici (di cinque tipi diversi) presenti sull’impalcatura;

3) il cemento che incrostava parte dei tubolari dell’impalcatura stessa;

4) nessuna delle “pietre” rinvenute nelle tasche della giacca, in quelle dei pantaloni nel cavallo dei pantaloni di Roberto CALVI (in realtà, trattavasi di due frammenti di calcare, due frammenti di mattoni e un frammento di roccia basaltica). Tutte queste sostanze che, nell’ipotesi suicidiaria, CALVI avrebbe maneggiato nell’imminenza della morte non sono state trovate né negli spazi sub-ungueali, né sulle lamine ungueali, nonostante ciascuna di queste sostanze abbia una composizione molto caratteristica e facilmente riconoscibile. Da ciò possono effettivamente effettuarsi due deduzioni ugualmente probabili, vale a dire:

  • o le suddette sostanze sono state allontanate a causa di lavaggi e trattamenti ai quali il cadavere è stato sottoposto;
  • o la persona ancora in vita effettivamente non maneggiò e non entrò mai in contatto con nessuna di dette sostanze.

La prima delle due precedenti ipotesi deve escludersi, in quanto sulle lamine ungueali del cadavere di Roberto CALVI è stata trovata una sostanza, chimicamente chiamata fillosilicato di magnesio, volgarmente nota come “pietra serpentina”, la quale è completamente estranea allo scenario e al contesto nel quale il cadavere di CALVI è stato trovato.

Allora la questione che si pone conclusivamente è la seguente: non è possibile ammettere che lavaggi e nettamenti del cadavere (e, in particolare, delle mani) siano serviti ad allontanare tutte le sostanze e le tracce di sostanze inerenti le “pietre” e l’impalcatura (incluse le vernici a essa aderenti), mentre, al contempo, gli stessi lavaggi abbiano consentito la persistenza sul cadavere di una sostanza che non era presente nel circondario del cadavere stesso.

Stante queste osservazioni, l’unica spiegazione compatibile è che CALVI non maneggiò mai nessuna delle “pietre” e non entrò mai in contatto con l’impalcatura; invece, le sue mani entrarono in contatto con elementi caratteristici di un cantiere edile, come sono proprio i frammenti di pietra serpentina, una pietra ornamentale molto usata come rivestimento di zoccolature in ambienti comuni (ingressi di palazzi e simili).

Sulla possibilità che le lesioni ungueali del cadavere di Roberto CALVI derivino da impatti passivi con il supporto/pavimento sul quale il cadavere fu adagiato subito dopo il suo recupero

In ordine a questo rilievo mosso dalla difesa vanno osservate le seguenti circostanze rilevanti. Non c’è dubbio che lesioni riscontrate sulle lamine ungueali di Roberto CALVI si siano realizzate passivamente. Dimostrano quest’asserzione le seguenti considerazioni:

1) le lesioni non sono prevalenti a carico della mano prevalente (CALVI era mancino e se le lesioni ungueali fossero state causate da attività di manipolazione volontaria, sarebbero più frequenti a sinistra, mentre sono presenti con uguale frequenza nei due lati, vedi pag. 27, trasc. ud. 24.11.2006, deposizione del prof. Luigi CAPASSO – vedi all. n. 2);

2) nessuna lesione attraversa il margine libero ungueale (vedi pag. 26, trasc. ud. del 24.1.2006 – vedi all. n. 2), il che dimostra che esse non si sono prodotte a causa d’impatti volontari con substrato duro, ma per trascinamenti delle unghie su substrati duri;

3) le lesioni non sono prevalenti nelle dita coinvolte nelle azioni di presa (pollice, indice e medio), ma coinvolgono anche anulare e mignolo, dita non coinvolte nelle azioni di presa volontaria.

Le osservazioni di cui al punto precedente ci dimostrano che CALVI si procurò le gravi lesioni traumatiche delle sue unghie in maniera passiva e non attiva. Dunque, non manipolò oggetti più duri delle sue unghie, come sono necessariamente le strutture dell’impalcatura o le cosiddette “pietre”.

Le osservazioni suddette, che sono tutte di ordine topografico (cioè posizione delle lesioni nell’ambito della singola lamina, nell’ambito delle dita della mano e nell’ambito relativo delle due mani), indicano la passività della loro origine, ma non danno alcuna informazione sulla loro cronologia. Infatti, nessuna delle osservazioni precedenti fornisce indicazioni in ordine a quando le lesioni si produssero; per ottenere queste indicazioni, occorre considerare gli ulteriori seguenti fatti.

Le lesioni traumatiche si presentano come profondi graffi sul dorso delle lamine ungueali (vedi pag. 24 – 28, trasc. ud. 24.1.2006 – vedi all. n. 2). Quando si verificano graffi del genere, come a esempio nel caso in cui una nostra unghia impatti accidentalmente con un corpo più duro, allora si crea una sorta di graffio profondo i cui margini sono netti, circondati da laminette di sostanza ungueale acuminate, triangolari. Da questo momento i margini di questi graffi tendono ad arrotondarsi per abrasione. Infatti, le normali attività quotidiane nelle quali le nostre mani sono coinvolte, tendono a smussare i margini dei graffi. Il lavaggio delle mani, il loro strofinio anche con materiali morbidi, come tessuti e altra cute, tende ad arrotondare i margini delle lesioni. Ecco perché è possibile con certezza calcolare quanto tempo prima della morte si sono prodotti questo genere di graffi. Le lesioni osservate sulle unghie di CALVI si produssero poco tempo prima della sua morte, proprio perché non vi sono tracce di abrasione dei margini. Ciononostante, è anche possibile che le lesioni traumatiche delle unghie si siano prodotte anche nelle circostanze della morte, ovvero anche dopo la morte. Pertanto, l’obiezione che suppone che le descritte lesioni si siano prodotte per trascinamento del cadavere su un supporto duro, o anche su un pavimento rugoso di materiale duro (cemento, metallo), è un’obiezione astrattamente pertinente, anche se essa non è, in concreto, ammissibile a causa della circostanza rappresentata al punto successivo.

Sul fondo di una delle citate lesioni, infatti, è stata documentata una diatomea (vedi pag. 25 e 26, trasc.ud. 24.1.2006 – vedi all. n. 2): microrganismo vivente tipicamente nell’acqua dolce fluviale (peraltro, proprio le diatomee sono state impiegate per stabilire quale livello avesse raggiunto l’acqua del Tamigi a contatto dei pantaloni indossati dal cadavere). La presenza della diatomea indica con chiarezza che l’unica sequenza possibile è la seguente: lesione traumatica delle lamine ungueali; contatto delle mani con l’acqua del Tamigi; prelievo del cadavere e suo trascinamento all’asciutto. E’ per questo motivo che, pur ammettendo per assurdo che le lesioni traumatiche ungueali siano state causate dal trascinamento del corpo su un pavimento duro (come si vede in una celebre foto del cadavere adagiato su un supporto nell’immediatezza del suo rinvenimento), non si spiegherebbe in questo caso come e per quale motivo l’acqua del Tamigi abbia poi potuto venire a contatto con le mani del cadavere portato all’asciutto. Inoltre, avverso questa fantasiosa ricostruzione, sta anche il fatto che nessuna traccia di cemento o di ferro o di altra materia dura è stata trovata nelle lesioni, mentre nelle lesioni (come ricordato in precedenza) sono state trovate tracce di pietra serpentina, un materiale nobile e pregiato, impiegato per rivestimenti murali di ambienti lussuosi e frequentemente impiegato nella costruzione di palazzi del centro londinese.

Non c’è dubbio, quindi, che le lesioni ungueali siano passive, siano intervenute nelle circostanze dell’omicidio e si siano verificate prima che le mani del cadavere prendessero contatto con l’acqua del Tamigi e non quando il cadavere fu portato all’asciutto.

 Sull’impronta di tubo rinvenuta sotto le scarpe riferita da FACEY

Con riferimento a tale profilo posto a sostegno delle argomentazioni difensive va rilevato quanto segue. Innanzitutto, va sottolineato che quanto riferito da FACEY conduce al ridicolo e dimostra ancora una volta l’approssimazione degli accertamenti svolti in Gran Bretagna.

Questi solo in dibattimento ha ricondotto, in via ipotetica, i danneggiamenti del fiosso sulle suole delle scarpe al contatto con un tubo o sbarra. Si tratta di una corbelleria perché sono superfici lisce che non lasciano impronte. Ha, però, evidenziato, sulla suola delle scarpe, danneggiamenti ricondotti all’aver percorso un terreno accidentato. Va, in proposito, riportato il brano della  deposizione:

PRESIDENTE: no, perché l’Interprete ha parlato, ha detto ad un certo punto, appunto, anche di un tubo, un tubo o sbarra.

AVV.DE CATALDO: e va bene, ma se abbiamo l’opportunità di chiarirlo questo chiariamolo subito Presidente.

P.M. TESCAROLI: però io chiedo…

PRESIDENTE:       è questo che stavo cercando di fare.

P.M. TESCAROLI: …io chiedo però che intanto venga fatta la contestazione così come è stata presentata dal Pubblico Ministero, e che se il teste ricorda quello che gli è stato letto, se ci dà delle spiegazioni in ordine a quello che ha dichiarato.

INTERPRETE: okay! (…).

FACEY O. E.: (…).

INTERPRETE:  sì.

FACEY O. E.:  (…).        

INTERPRETE: la cosa importante in questa mia aggiunta…

FACEY O. E.: (…).        

INTERPRETE: …gli è stato chiesto di lavorare di più su quello che lui diceva otto o nove anni prima.

FACEY O. E.: (…).        

INTERPRETE: e la questione che aveva bisogno di elaborazione era questa…

FACEY O. E.: (…).        

INTERPRETE:  …il danno effettivamente alla suola della scarpa.

FACEY O. E.:  (…).        

INTERPRETE: perché questo danno ha dimostrato che il Signor CALVI aveva camminato su terreno irregolare.

FACEY O. E.: (…).        

INTERPRETE: l’altro danno vicino al tacco…

FACEY O. E.: (…).        

INTERPRETE: …non sembrava importante in quel momento.

P.M. TESCAROLI: sì, ma il problema è che lei ha dichiarato queste cose che le ho contestato dopo che le è stato richiesto di fare l’approfondimento, quindi lei non ha mai parlato nel corso delle sue indagini di questa possibile riconducibilità dei danneggiamenti sulle suole all’aver posto la scarpa su un tubo.

INTERPRETE: (…).

FACEY O. E.: (…).        

INTERPRETE: no, perché questo non era importante.

PRESIDENTE: sì, ma ce lo chiarisca adesso, dico, ha parlato di tubo effettivamente, cioè è possibile che quei danni siano stati provocati da un tubo, cioè il tubo inteso come simile a quello dell’impalcatura, insomma, cioè ad una superficie rotonda?

INTERPRETE: (…).

FACEY O. E.: (…).        

INTERPRETE:  sì, è possibile, poteva essere provocato appunto dal camminare su questo, mettendo i piedi su questo tubo.

P.M. TESCAROLI: guardi, queste scarpe, io le dico questo, che quanto lei dice appare inverosimile, ma anche sotto il profilo logico…

INTERPRETE: (…).

P.M. TESCAROLI: …ma al di là di questo, io le debbo dire che queste scarpe sono state esaminate da un Collegio di Periti…

INTERPRETE: (…).

P.M. TESCAROLI: …e i Periti hanno visto che vi sono una serie di graffi in corrispondenza…

INTERPRETE: (…).

P.M. TESCAROLI: …del fiosso…

INTERPRETE: (…).

P.M. TESCAROLI: …che lei non ha evidenziato, non ha segnalato nelle sue dichiarazioni…

INTERPRETE:       (…).

P.M. TESCAROLI: …ed hanno posto in rilievo che questi numerosi… queste numerose lesioni che sono state riscontrate sulle suole delle scarpe, sono riconducili a movimenti rotatori di questo tipo, veda il gesto delle mie mani…

INTERPRETE: (…).

P.M. TESCAROLI: …e quindi da uno sfregamento di questo tipo, certamente non questa cosa, questi danneggiamenti non sono possibili con riferimenti a corpi lisci, ma solo con riferimento a corpi ruvidi che possono cagionare questo tipo di lesioni e che sono ben altri rispetto a quelle… a quel segno di cui sta parlando lei adesso.

INTERPRETE: (…).

AVV. BORZONE: però Presidente, scusi! Questa non è la verità assoluta, diciamo, questo voglio dire…

P.M. TESCAROLI: ma ci sono questi segni che non ha evidenziato.

AVV. BORZONE: voglio dire, non…

PRESIDENTE: cerchiamo anche di ragionare con buonsenso, perché se no veramente andiamo completamente fuori il binario logico. E’ mai possibile, o ci dice che ci sono dei punti dell’impalcatura che hanno dei pezzoni di metallo sporgenti?

P.M. TESCAROLI: no, non traduca però.

AVV. BORZONE: perché non deve tradurre, non ho capito.

PRESIDENTE: sì, adesso poi gliela riformula la domanda, sto cercando di spiegare, è chiaro che non può un danno di quel genere… (vedi pag. 22-25, trasc. 10.5.2006 –  vedi all. n. 3).

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