La morte dello studente socialista Paolo Rossi

(…) Un’altra inchiesta andò per le lunghe e si concluse senza la condanna dei colpevoli. E’ l’inchiesta sulla morte di Paolo Rossi. A metà aprile del 1966 per più giorni manipoli di neofascisti, capeggiati abitualmente da Giulio Caradonna, Raffaele Delfino e Luigi Turchi, invadono – a più riprese – l’Università di Roma. I missini coadiuvati da “Avanguardia nazionale” e da “Primula goliardica” (l’associazione pacciardiana) si scatenano contro i giovani democratici. Il 27 aprile, uno studente socialista, Paolo Rossi, dopo essere stato selvaggiamente picchiato, cade da un muretto. Nelle foto scattate pochi attimi prima della caduta si riconoscono intorno a lui, mentre picchiano, notissimi esponenti dello squadrismo romano (Flavio Campo, Bruno Di Luia, Saverio Ghiacci). Nessuno di loro sarà processato. Alcuni hanno proseguito la loro “carriera” fino al 1974 (quando, negli ultimi mesi dell’anno, una nuova ondata di aggressioni e agguati ripiomba Roma in un clima che era stato spazzato via con le lotte studentesche).
La morte di Paolo Rossi e l’impunità degli squadristi (in altre fotografie di quelle giornate ci sono Guido Paglia, Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie, Serafino Di Luia, Loris Facchinetti) scuotono Roma. Si scatena lo sdegno e l’indignazione e anche la vecchia proposta di Ferruccio Parri per lo scioglimento del MSI (e di tutte le organizzazioni paramilitari fasciste) viene di nuovo sollevata.
Ma si scatena anche la menzogna e l’omertà; uno dei massimi responsabili morali della tolleranza verso i metodi squadristici dentro l’università, che hanno portato a quel morto, cioè il rettore Ugo Papi, ha la sfrontatezza di dichiarare che la sua unica colpa è di essere troppo tollerante con gli studenti di sinistra. Dirà anche, Papi, di non essere fascista: prima del 1945 era nel Pnf, oggi scrive su Il Tempo ed è entrato nel MSI. E questo ci basta.
L’orgia della menzogna per nascondere le responsabilità dei fascisti (e delle autorità che li hanno tollerati, sino all’inverosimile) in quell’omicidio non conosce limiti, né pudori. Si arriverà da parte de Il Tempo ad anticipare i risultati prima della conclusione giudiziaria che nega trattarsi di omicidio; solo quando lo scalpore è finito, e Paolo Rossi è ormai solo un morto da commemorare – come tanti altri causati da un fascismo senza tessera del MSI e da un malcostume e una tolleranza insopportabili – arriverà la sentenza definitiva: omicidio sì, ma ad opera di ignoti. (…)

Daniele Barbieri, Agenda Nera, 1976

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