Pietro Mancini – udienza 04.06.2009 – seconda parte

DOMANDA – Facciamolo continuare.

PRESIDENTE – Cioè, io le chiedo, questa ferita, è una domanda banale perché poi lei in quel modo si è comportato, ma dico, come mai questa ferita non l’ha indotta così, ritirarsi, proteggersi, lei non è caduto per terra per questa ferita?

RISPOSTA – Mi scusi dottore, se lei non mi lascia parlare, ci sto arrivando.

PUBBLICO MINISTERO DOMANDA – Completi il discorso, allora, Lei è stato colpito all’addome, quindi si è scagliato istintivamente nei confronti di questa persona.

RISPOSTA – Esattamente.

DOMANDA – Che cosa poi è successo?

RISPOSTA – Io ho appena detto che mi sono scagliato contro questo individuo, l’ho preso, sono riuscito ad afferrarlo, me lo sono messo anche sotto, gli ho anche preso il polso, sono riuscito a prendergli il polso che impugnava la pistola, però c’è stata una colluttazione, ci siamo ruzzolati due volte, uno sopra all’altro, e lui, mio malgrado, è riuscito a sparare un secondo colpo che mi ha ferito qui.

DOMANDA – Al gomito.

RISPOSTA – Sì, al gomito, quindi già ferito precedentemente, quando mi sono visto ferito anche il braccio ho perso, ho sentito subito che le forze del braccio non c’era più, a questo punto ancora lucido mi sono ricordato che c’era un mio collega di guardia ai mezzi, lasciato lì apposta, sono uscito dall’immediata periferia, perché la tenda era nell’immediata periferia del bosco, e mi sono diretto verso questo collega. Quindi sono caduto paio di volte, questo collega…

DOMANDA – Quindi scusi, non ho capito, quindi praticamente lei ha detto che ha avuto una colluttazione, quindi ha cercato di bloccargli il braccio, poi è stato colpito al braccio, si è sentito mancare le forze, ha mollato la presa?

RISPOSTA – Ho mollato la presa.

DOMANDA – E si è diretto?

RISPOSTA – E mi sono diretto verso l’uscita del bosco, perché eravamo proprio all’inizio del bosco, per raggiungere il collega che stava di guardia ai mezzi e soccorrermi per ciò che è avvenuto, tant’è vero che il collega è venuto verso di me, mi ha preso, mi ha accompagnato, aiutato messo in una campagnola.

DOMANDA – Scusi, la persona che aveva sparato aveva ancora la pistola in pugno?

RISPOSTA – Dopo che io sono andato via?

DOMANDA – Dopo di lei ha mollato la presa.

RISPOSTA – Questo particolare non lo so, non lo ricordo.

DOMANDA – Senta, lei aveva il mab, lei ha detto che l’ho mollato, lo ha mollato dove?

RISPOSTA – Ho lasciato cadere per terra.

DOMANDA – Lo ha fatto cadere per terra prima di slanciarsi contro?

RISPOSTA – È stata una cosa contemporanea.

DOMANDA – Come mai, non poteva essere più utile utilizzare l’arma per contrapporsi?

RISPOSTA – L’istinto non si comanda.

DOMANDA – Le è sembrato più saggio saltargli addosso?

RISPOSTA – No, non ho fatto questa considerazione, istintivamente io ho lasciato il mitra, la mente mi ha detto così, lascio il mitra e mi scaglia addosso a lui, questa è l’operazione che ho fatto.

DOMANDA – Senta, ma il mitra poi è stato recuperato da qualcuno, lei non ne ha saputo più niente?

RISPOSTA – No guardi, una volta che ho raggiunto il mio collega, che mi ha messo nella camionetta e mi ha accompagnato fortunatamente giù, non so nemmeno come abbia fatto a guidare, da una montagna di 2000 m, con dei burloni che fa paura solo vederlo, mi ha portato all’ospedale, ci siamo riusciti perché il nostro Dio esiste, altro che se esiste, siamo arrivati lì.

DOMANDA – Senta, lei ha sentito rumori di esplosione, l’esplosione che ha attinto al pneumatico della jeep, della Land Rover, della ruota di scorta? cioè, risulta agli atti…

RISPOSTA – Nello stato confusionale com’ero, ferito…

DOMANDA – No, prima.

RISPOSTA – No, questo particolare non me lo ricordo.

DOMANDA – Non ha attirato la sua attenzione insomma.

RISPOSTA – Non me lo ricordo.

DOMANDA – Senta, quello che poi è stato essere Esposti, la pistola la teneva con la destra o la sinistra?

RISPOSTA – Non lo posso precisare anche perché, le ho detto poc’anzi che lui, il ricordo che lui aveva entrambe le mani nella tasca, nel giubbotto.

PRESIDENTE – Però di questo particolare delle mani nelle tasche non ha mai parlato.

PUBBLICO MINISTERO – Cioè, aveva le mani nelle tasche del giubbotto militare?

RISPOSTA – Del tipo militare, se fosse effettivamente militare o no questo non lo posso dire.

DOMANDA – La pistola Lei da dove l’ha vista spuntare? lei ha detto che la teneva di dietro, forse avevo capito male.

RISPOSTA – No, no.

DOMANDA – Esposti aveva le mani nel giubbotto.

RISPOSTA – Nel giubbotto, ha sparato il primo colpo…

DOMANDA – Sì, ma lei ha detto, da dove l’ha tirato fuori la pistola?

RISPOSTA – Poi dopo, appena ha sparato il primo colpo probabilmente, certamente che l’aveva tirata fuori dalle sue tasche.

DOMANDA – Volevo sapere se lei aveva visto il momento in cui lui ha tirato fuori la pistola.

RISPOSTA – No, no, appena ferito non ho fatto…

DOMANDA – Prima di essere ferito.

PRESIDENTE – Scusi, non ho capito bene, la pistola l’ha tirata fuori io no, ho sparato dalle tasche?

RISPOSTA – Ha sparato dall’interno del giubbotto.

DOMANDA – Quindi senza tirare fuori la pistola?

RISPOSTA – Senza tirare fuori.

DOMANDA – Perché, quello che le dico, qui c’è una descrizione diversa, è passato un po’ di tempo, comunque è abbastanza diversa da quella che ha dato oggi.

PUBBLICO MINISTERO – Allora facciamogli descrivere magari meglio così magari abbiamo capito male. Allora, volevamo sapere come teneva le mani Esposti ce lo ha descritto, e la pistola quando ha sparato dov’era, se era all’interno ancora del giubbotto pure se l’ha tirata fuori.

DOMANDA – Io la pistola non ricordo di averla vista all’esterno, nelle sue mani.

PRESIDENTE – Come fa a dire che la sparato Esposti? Per deduzione?

RISPOSTA – Io l’ho saputo dopo che questo signore qui si chiamava Esposti.

DOMANDA – Lasciamo perdere il nome, io dico Esposti convenzionalmente poi si è saputo che era Esposti, non credo che se un particolare in contestazione, chiamiamolo Esposti anche se lei lo ha saputo dopo. Quello che le chiedevo è il fatto che sia stato lui a sparare Lei da che cosa lo deduce?

RISPOSTA – Lo deduco perché innanzitutto era l’ultimo uscire dalla tenda, e lui ha cercato, che cercava di non sottoporsi al controllo dei due sottufficiali perché ripeto, come ha detto prima, anziché andare verso i due sottufficiali, ha preferito venire sulla sinistra, verso di me, non so con quale intenzione.

PUBBLICO MINISTERO – Quindi lei dice che la pistola però non l’ha vista.

RISPOSTA – Non l’ho vista, quindi deduco.

PRESIDENTE – Non l’ha vista né prima né dopo o dopo l’ha vista?

RISPOSTA – Conseguente io…

PRESIDENTE – Durante la colluttazione l’ha vista?

RISPOSTA – Durante la colluttazione l’ho vista, certo che l’ho vista, ho cercato di togliergliela dalle mani, poi quando mi ha ferito al braccio logicamente io l’ho mollato e me ne sono andato, sono scappato via di lì.

DOMANDA – Senta, questo colpo che l’ha colpita all’addome è stato il primo colpo che lei ha sentito quel giorno?

RISPOSTA – Il primo l’ho sentito subito perché chiaramente subito avvertito un grosso peso…

DOMANDA – No, no, non mi sono spiegato bene, volevo dire, sono stati sparati numerosi colpi diciamo, durante il conflitto, io le chiedo, per quello che lei ricorda questo colpo che l’ha colpita all’addome è stato il primo colpo in assoluto è stato sparato quella mattina o non è in grado di dirlo?

RISPOSTA – No, non sono in grado di dirlo, non lo so, io ho visto e ho sentito, lo dovuto anche addirittura subire il colpo, quello l’ho sentito perfettamente.

DOMANDA – Nessuno contesta che lei abbia, che sia stato ferito. Le chiedevo se per quello che riguarda lei il primo colpo è stato sparato è questo qui che l’ha colpito all’addome, o se ha sentito prima altri colpi, non lo so.

RISPOSTA – Non lo ricordo questo.

DOMANDA – Allora, senta, qui c’è una ricostruzione un pochino diversa, ci sono diverse differenze, alcune riguardano la posizione, io gliele leggo lo stesso perché è stato più preciso nel descrivere diciamo i fatti, dunque “nella vicenda rammento che io, giunti in vicinanza della tenda, presi posto in corrispondenza dell’angolo posteriore sinistra della stessa dietro un albero”, qui ci siamo. “Alla mia sinistra era situata la Land Rover e nella parte anteriore della stessa io vedevo il carabiniere Iagnemma”, lei si ricorda Iagnemma?

RISPOSTA – Certo, certo.

DOMANDA – “ Dalla mia posizione vedevo il maresciallo Filippi sul lato destro della tenda, quasi vicino all’apertura e Muffini spostato oltre il maresciallo Filippi sulla destra dello stesso”, questa ricostruzione può andare bene?

RISPOSTA – Direi di sì, ma certo che io non ho misurato.

DOMANDA – È passato un po’ di tempo ma quando lei descrisse i fatti, li descrisse come le ricordava?

RISPOSTA – Certo, sì, sì.

DOMANDA – Dunque “io udii le frasi scambiate tra Filippi e gli occupanti della tenda”, qui ci siamo, “ ma in un primo momento io non potevo scorgere le persone fisiche e dei campeggiatori, ebbi modo di vedere il più giovane, dopo che essi erano usciti dalla tenda e si avviavano verso il brigadiere Muffini. Allora, notaio un terzo giovane che non seguì la direzione degli altri due, ma girò sulla sinistra portandosi in direzione della Land Rover, a me presentava al suo fianco sinistro. Ritengo che egli non si sia accorto della mia presenza, io, sebbene non avessi notato che detto giovane fosse armato mossi alcuni passi verso di lui e questi, notata anche la mia presenza, estrasse improvvisamente un’arma dal giubbotto militare che lui indossava esplodendo un colpo verso la mia direzione alla distanza di circa 3 m” quindi, così come descrisse allora le cose, lei non vive lui con le mani in tasca, ma vide lui che tirò fuori la pistola e le sparò, che è una cosa un po’ diversa.

RISPOSTA – Certamente, è diversa, io tutto questo che ho detto adesso non è che lo confermo e via dicendo, è chiaro che confermo quella versione lì perché quella è una dichiarazione resa mi pare dopo un anno e mezzo, due anni, sempre qui a Brescia se ben ricordo.

DOMANDA – Siccome c’è una persona che, anche se dobbiamo ancora sentirla, però il verbale e in atti, parla di queste mani in tasca, diciamo che il particolare, anche se descrive altre cose in maniera completamente diversa, in particolare ha la sua importanza, quindi cerchi di ricordare bene perché non è detto che quello che ricorda oggi sia magari più preciso di quello che disse allora, io non lo so, lei tendenzialmente dice quello che disse allora.

RISPOSTA – Chiaramente trascorso il tempo che è trascorso non posso affermare al 100% sì, aveva proprio le mani in tasca, può darsi anche che lui le abbia tirate fuori, io non lo ricordo questo particolare di cui stiamo parlando.

DOMANDA – Capisce che è un po’ strano perché il particolare delle mani in tasca e un particolare diciamo di un certo rilievo, è come fatto in più che si aggiunge alla memoria.

PUBBLICO MINISTERO – Perché lei poco fa stava dicendo che non si ricordava di aver visto la pistola, questo è il dato il che potrebbe giustificare il fatto che, lei aveva il fucile in mano no?

RISPOSTA – Sì, il mitra.

DOMANDA – Era a distanza di tre o 4 m, vedendo la pistola le pare istintivo utilizzare il mitra, invece, però insomma, lei dica quello che si ricorda, soprattutto quella che le sembra la versione più aderente ai fatti, l’atteggiamento istintivo può essere anche irrazionale quindi può essere un atteggiamento, però il problema è sapere se questa pistola si ricorda di averla vista oppure no.

RISPOSTA – Io le ripeto, quello che ho appena detto fino adesso, può essere anche diverso, che magari io non l’ho vista in questo momento non ricordo, ma resta il fatto che questo signore ce l’aveva questa pistola.

DOMANDA – Il problema è sapere le modalità con cui è avvenuto il fatto, quindi sarebbe importante che lei si ricordasse proprio, perché eravate tutti lì con i fucili spianati, perché questo mi pare chiaro insomma, eravate più di uno, quindi controllavate a semicerchio l’uscita dalla tenda di una persona che aveva anche ritardato l’uscita, quindi la cosa doveva già tenervi in forte allarme.

RISPOSTA – Probabilmente lui poteva anche aver la pistola in mano, io adesso ho detto così perché è quello che mi è rimasto impresso è questo giubbotto.

DOMANDA – Questa pistola effettivamente la vide, come ha descritto nel verbale lì, che è in data…

RISPOSTA – Se dice che io l’ho visto vuol dire che l’ho visto.

DOMANDA – Verbale del 19 novembre 74, quindi qualche mese dopo, quindi lei dice che se ha detto così nel verbale è più verosimile che sia stata quella versione.

RISPOSTA – Che sia quella la versione giusta, perché ora io naturalmente ricordo, distanza di 35 anni.

PRESIDENTE – Senta, le chiedo un’altra cosa, siccome abbiamo varie descrizioni io le chiedo se lei può escluderlo meno che si siano verificate le cose che adesso le indicherò. Dunque, uno dei suoi colleghi dice che si è lanciato contro Esposti mettendogli il mitra alla gola, lei questo lo può escludere?

RISPOSTA – Non l’ho visto, non lo so.

DOMANDA – Forse non ha capito bene, dunque, uno dei presenti nel descrivere il suo comportamento non dice ha abbandonato il mitra appena è rimasto ferito, dice che gli si è scagliato addosso e gli ha messo il mitra alla gola, lei a Esposti, questo lo può escludere?

RISPOSTA – Lo escludo, sì.

DOMANDA – Un’altra cosa, un atto suo collega dice che Esposti, prima che lei le saltasse addosso ha sparato all’impazzata, usa questa espressione, lei può escludere questo, sparare all’impazzata penso che voglia dire sparare un indeterminato numero di colpi.

RISPOSTA – Non posso affermarlo perché sarebbe, come fa, eravamo lì…

DOMANDA – Lasci stare il ragionamento, cioè, io le chiedo una cosa che dovrebbe ricordare in linea di massima, anche se è passato tanto tempo, cioè lei ha descritto un Esposti con le mani in tasca, poi dopo ha detto non posso escludere che abbia tirato fuori la pistola, però afferma che ha tirato, che avesse le mani in tasca o che abbia tirato fuori la pistola la prima cosa che ha fatto mi ha sparato, questo è quello che dice oggi e che disse allora. Siccome c’è qualcuno che dice che ha sparato all’impazzata prima che lei gli saltasse addosso, il che vuol dire sparare un imprecisato numero di colpi, non lo so, forse senza direzione, non lo so, ma sparare all’impazzata da un’idea di una successione di colpi. Io le chiedo, può escludere che Esposti, prima che lei gli sia saltato addosso, abbia sparato parecchi colpi?

RISPOSTA – Non lo posso affermare con precisione, credo di no.

DOMANDA – Tendenzialmente lo esclude.

RISPOSTA – Tendenzialmente direi di no.

DOMANDA – Dunque, andando avanti, le è stato chiesto del colpo che ha attinto la ruota di scorta della Land Rover, e lei ha detto che non ne sa niente. Nel suo verbale, proseguendo, lei abbandona il mitra, gli salta addosso, “riuscii ad afferrare il giovane, caduti per terra lo tenevo sotto di me”, quest’ultima non corrisponde, “rammento anche di essere riuscito ad afferrargli il polso destro” ecco, nel polso destro “ perché era armato nella mano destra”, lei ritiene che allora abbia detto le cose esattamente circa quale delle due mani teneva in pugno la pistola?

RISPOSTA – Non lo posso ricordare questo.

DOMANDA – Cioè, ora non lo ricorda, questo mi sembra più che legittimo, io le chiedo, lei è portato a ritenere che se ha individuato la mano che teneva la pistola e quindi qui Lei dice la mano destra insomma, lei ritiene di aver detto le cose giuste all’epoca circa la mano di Esposti che impugnava la pistola?

RISPOSTA – Se ho detto che è la mano destra probabilmente, devo desumere.

DOMANDA – Ecco, andando avanti, qui c’è un altro contrasto, lei dice, “nella colluttazione che ne seguì”, quella dopo, poi rimane una seconda volta “L’Esposti sparò altri due colpi” quindi non uno come ha descritto ora, “di cui il primo si conficcò nel mio braccio destro all’altezza del gomito”, questo lo ha detto, “ il secondo lo indirizzò alla Land Rover”.

RISPOSTA – L’ho detto io questo?

DOMANDA – Sì, non se lo ricorda?

RISPOSTA – Probabilmente ripeto, siamo sempre sulla solita linea, nel senso che le dichiarazioni fatte nel 74, a novembre, saranno, sono più obiettive perché sono più fresche, quindi di conseguenza direi che la versione giusta è quella lì, però può darsi anche verso la campagnola, che ha sparato per anomalo ricordo, non mi è rimasto impresso.

DOMANDA – Senta, lei non ha sparato?

RISPOSTA – No.

DOMANDA – In effetti c’è questo, lei è stato sentito poi in Assise, erano passati altri anni, quindi non lo so, nel descrivere il fatto dice “ durante la colluttazione con me Esposti non ha sparato altri colpi”, cioè oltre quello che ha attinto ovviamente al gomito, cioè diciamo, nel primo verbale dice di questo ulteriore sparo in direzione della jeep, della Land Rover, invece in Assise non descrive questo ulteriore sparo. Lei non è in grado di dire oggi quale sia delle due la versione?

PUBBLICO MINISTERO – Non mi sembra che proprio dica, può leggere la parte dell’Assise?

PRESIDENTE – Allora, dunque, “ mi sono trovato di fronte alla terza persona che appena mi ha visto ha sparato contro di me riferendomi all’addome, lasciai andare il mitra e mi buttai addosso per disarmarlo, rotolando entrambi a terra. Riuscii anche a fermarlo prendendogli il pugno dove teneva l’arma ma nella colluttazione spara un secondo colpo ferendomi all’avambraccio destro.

Mancandomi a questo punto le forze io lasciai andare, io andai via, portandomi fuori dal bosco, dirigendomi verso la campagnola dove doveva esserci il mio collega che invece, uditi gli spari, stava venendo verso di me e mi aiutò. Mentre uscivo dal bosco ho udito altri colpi di spari, poi durante la colluttazione con me Esposti non ha sparato altri colpi”.

PUBBLICO MINISTERO – Sembrerebbe di capire che i colpi da lei sentiti siano stati quello all’addome e quello al gomito, mentre quello alla jeep non c’è.

RISPOSTA – Sì, sì.

PRESIDENTE – Insomma, non se ne parla nello specifico, pur confermando diciamo il verbale, perché conferma il verbale, però non c’è quest’affermazione.

PUBBLICO MINISTERO – Quindi lei questo colpo, questi due colpi sparati durante la colluttazione, lei si ricorda solo quello al braccio?

RISPOSTA – Io ricordo solo ed esclusivamente questo al gomito, che infatti poi ripeto…

DOMANDA – Effettivamente lei ha detto che dopo quello ha lasciato, ha mollato la presa.

RISPOSTA – Aggiungo così, tanto per, sarebbe stata un’azione da parte sua inutile, se non pericolosa insomma.

DOMANDA – Il colpo può essere anche scappato nella colluttazione.

RISPOSTA – Per paura, può darsi anche, non l’ho udito.

DOMANDA – Qui stiamo solo verificando quanti furono i colpi sparati.

RISPOSTA – Io ricordo solo questi due.

DOMANDA – Che lei ha detto che vi siete rotolati per terra, lei lo aveva quasi bloccato da una mano.

RISPOSTA – Sì.

PRESIDENTE – Il maresciallo Filippi e il brigadiere Muffini, che sono deceduti, affermano sostanzialmente il primo colpo sparato attinse la gomma della ruota di scorta.

RISPOSTA – Non lo ricordo sinceramente.

DOMANDA – Senta, lei ha notato, lei ha visto queste mani in tasca ma le mani in tasca, ha visto solo le mani in tasca o ha visto qualche altro particolare che potesse farle pensare che avesse una pistola in tasca?

RISPOSTA – Ripeto, io generalmente confermo quello che ho detto prima, però dopo, rimuginando tutta la storia, io l’ho visto uscire con le mani dentro questo giubbotto, se poi la tolse immediatamente, subito dopo la sparato il primo colpo che mi ha attinto l’addome, dopo le ha portate fuori questo non lo ricordo, numero posso affermare.

(…)

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Pietro Mancini – udienza 04.06.2009 – prima parte

DOMANDA – Dobbiamo tornare un’altra volta di quei fatti di tanti anni fa.

RISPOSTA – 35 anni fa.

DOMANDA – Di 35 anni fa esattamente. Io non so che cosa le ricordi, comunque prima ragioneremo in termini di quello che le ricorda attualmente, poi se sarà necessario faremo, le leggerò qualche passo per rinfrescare la memoria, stimolare i suoi ricordi. Senta, lei all’epoca era appuntato presso la caserma dei carabinieri di Fiamignano, se lo ricorda questo?
RISPOSTA – Appuntato no, carabiniere.

DOMANDA – Si vede che è stato promosso.

RISPOSTA – Sì, promosso successivamente.

DOMANDA – Poco dopo, quando è stato sentito. Era carabiniere, va bene, che cosa ricorda anche della parte diciamo che si riferisce, della parte che ha preceduto diciamo il conflitto a fuoco, le ricorda come ha percepito la notizia, cioè che cosa le è stato detto che si doveva fare, chi si doveva andare a cercare, di questo fatto poi che cosa ricorda?

RISPOSTA – Dunque, io ricordo che era un mattino che è avvenuto e il brigadiere, una guardia forestale presso la nostra caserma, riferendo…

DOMANDA – Ricorda i nomi delle persone?

RISPOSTA – No, mi dispiace. Parlò con un brigadiere, che il comandante di stazione mio, riferì al mio comandante sopra questa montagna a Cornino c’erano tre o quattro individui e si stavano allenando perché le forestali avevano udito, può probabilmente li hanno visti anche con il binocolo credo, non lo so…

DOMANDA – Può parlare più vicino al microfono, non sento tutte le parole.

RISPOSTA – Quindi il brigadiere della forestale, parlando con il brigadiere comandante mio di stazione riferì che in montagna c’erano tre o quattro giovani che sparavano contro qualche cosa, un bersaglio lasciando chiaramente intendere che si stavano allenando a sparare.

DOMANDA – Senta, le ricorda se questi colleghi avevano visto il fatto direttamente o se la cosa era stata riferita loro da qualcuno?

RISPOSTA – Loro dissero che li avevano visti i loro.

DOMANDA – Senta, questo è accaduto il giorno prima?

RISPOSTA – Penso di sì perché credo che sia stato il 29, il 30 è successo il fatto il 30 maggio, quindi direi di sì.

DOMANDA – Quindi, da quello che ricorda lei ha la sensazione, le sembra che le avessero detto di aver sentito che avevano visto personalmente insomma questa situazione allarmante diciamo.

RISPOSTA – Ricordo che forestali, il brigadiere disse al mio comandante guardate così, e noi non abbiamo, non siamo intervenuti noi direttamente perché chiaramente eravamo in pochi, per cui siamo venuti a dirlo a voi che avete più competenza in materia, pressappoco disse così.

DOMANDA – Ricorda se parlarono già della tenda, della presenza di una tenda, della macchina, della Land Rover?

RISPOSTA – Questo non lo ricordo, non lo posso affermare.

DOMANDA – Vada avanti.

RISPOSTA – Allora questo punto il mio brigadiere, comandante di stazione chiamò il capitano.

DOMANDA – Il suo capitano come si chiamava?

RISPOSTA – Italo Della Gala.

PRESIDENTE – Questo è il comandante?

RISPOSTA – Comandante della compagnia.

PUBBLICO MINISTERO – Il brigadiere?

RISPOSTA – Il brigadiere Muffini Carmine, il mio brigadiere chiamò il signor capitano, disse guardate così, informò di questo fatto. Il capitano riferì al brigadiere alla radice brigadiere prenda domani mattina il carabiniere Mancini che è il più anziano, conosce più viene la zona, anche se io c’ero stato poche volte però insomma sapevo pressappoco dov’era Pian di Cornino.

PUBBLICO MINISTERO – Senta, prima di andare il fatto è stato in qualche modo inquadrato, cioè, avete discusso gli potevano essere queste persone, se era, non so, qualche cosa legata alla caccia, se era qualche cosa legata al terrorismo, cioè ci fu una sorta di analisi, ci fu qualche contatto con altri comandi per avere informazioni, non so?

RISPOSTA – No, non ci fu nessun altro contatto.

DOMANDA – Quello che vorrei sapere, lei non comandavo ovviamente, ma lei con che spirito è andato lì, è andato lì senza sapere che cosa, con che persona avrebbe avuto a che fare oppure aveva già un’idea? questo volevo chiederle.

RISPOSTA – Dunque, noi abbiamo avuto la sensazione che si trattasse, perché al momento che sono stati visti che sparavano e che si stavano allenando e via dicendo abbiamo subito pensato che si trattasse di gente, insomma di individui poco raccomandabili, e non ci siamo posti altri problemi, allora chiaramente abbiamo preso le nostre misure, siamo intervenuti arrivati sul posto.

DOMANDA – Come siete andati?

RISPOSTA – Siamo andati con la nostra campagnola che avevamo.

DOMANDA – Quindi sulla vostra campagnola chi c’era, lei con Muffini?

RISPOSTA – Io con il brigadiere Muffini, sì.

DOMANDA – Basta?

RISPOSTA – Basta.

DOMANDA – Poi c’erano altre due, c’erano delle altre macchine?

RISPOSTA – No, no, noi siamo andati soli, io e il brigadiere Muffini con le nostre armi in dotazione.

DOMANDA – Mi decisi un po’ meglio questo proposito, visto che ne sta parlando, lei in particolare com’era armato, che aveva?

RISPOSTA – Io ricordo perfettamente che ho portato due mab, moschetto automatico.

DOMANDA – Che è quello di ordinanza.

RISPOSTA – È chiaro, in più ho portato anche il mio moschetto 91 38 perché era un’arma alla quale io sono stato molto affezionato perché ho anche alcune licenze premio.

DOMANDA – Questi due mab erano una di pertinenza suo e uno di Muffini oppure non so, queste armi erano indistinte?

RISPOSTA – Questo non glielo posso precisare perché le armi in dotazione, il moschetto 91 38 quello era stato assegnato a me personalmente.

DOMANDA – Quindi era il suo fucile quello.

RISPOSTA – Sì, certo, è un’arma in dotazione personale.

DOMANDA – Invece i mab?

RISPOSTA – I mab sono in dotazione alla stazione dei carabinieri.

DOMANDA – Quindi il moschetto 91 era suo, era l’arma in dotazione a lei, individuale, invece i due mab appartenevano alla caserma insomma.

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – Quindi poteva prenderli chiunque, però trattandosi pur di armi di ordinanza.

RISPOSTA – Chiunque no.

DOMANDA – Comunque non dall’esterno della caserma, si capisce. Va bene, come mai ha preso il fucile in più, un’arma in più.

RISPOSTA – Ho preso l’arma mi allunga in più perché mi sono posto il problema, proviamo, andiamo su, ci troviamo di fronte a gente che è armata, quindi mi potrebbe servire a distanza con quell’arma lì, ovviamente se ci sarà un conflitto a fuoco, che purtroppo c’è stato, è ovvio che con

quell’arma lì a lunga distanza posso anche difendermi insomma, cosa che io non potevo fare con l’arma che è il mab che è automatico, perché quello spara al massimo 30 o 40 m, tutto qua.

DOMANDA – Quindi cosa succede?

RISPOSTA – Quindi per strada, allora ho detto al mio brigadiere, comandante di stazione dico brigadiere, aspetti poco poco, anzi preciso, il brigadiere mi fa “Mancini come mai lei ha portato anche il mab?” dico “guardi brigadiere, lei lo sa, io gliel’ho detto anche poco fa, l’ho portato per questo motivo”, dice “va bene, non fa niente”. Per strada gli ho anche chiesto dico “ci fermiamo per favore un attimo vediamo un po’, proviamo le armi che funzionano”.

DOMANDA – Non era una verifica da fare prima di partire?

RISPOSTA – Quella l’abbiamo fatta, mi scusi dottore, l’abbiamo fatta quattro o cinque giorni prima, una settimana prima, non posso precisare il giorno.

DOMANDA – Cioè, c’era una cadenza di controllo delle armi?

RISPOSTA – Quasi ogni settimana il brigadiere segnava sul brogliaccio pulizia e manutenzione armi, questa è una cosa che avviene tendenzialmente, fu fatto per scrupolo di coscienza. Allora ho preso il primo mitra e ha sparato, purtroppo il secondo non ha sparato, non ha funzionato, dico “vede brigadiere che ho fatto bene a farle quest’operazione”, dice “sì Mancini”, allora lui mi fa “io mi prendo, tu ti prendi il mab, io mi prendo il tuo moschetto”, dico “d’accordo”, e siamo arrivati sul posto.

DOMANDA – Quindi il moschetto se lo prende…

RISPOSTA – Se lo è preso il brigadiere Muffini e il mab me lo sono tenuto io. Arrivati sul posto abbiamo individuato…

DOMANDA – Un momento, con gli altri, la forestale, il maresciallo Filippi eccetera quando vi siete incontrati?

RISPOSTA – Noi siamo andati con il nostro mezzo, loro o sono arrivati prima di noi, questo non me lo ricordo sinceramente, oppure subito dopo di noi.

DOMANDA – Comunque li avete trovati sul posto, vi siete riuniti sul posto?

RISPOSTA – Ci siamo riuniti sul posto, sì.

DOMANDA – Va bene.

RISPOSTA – A questo punto i due sottufficiali, vale a dire il brigadiere Muffini e anche, c’era anche il brigadiere della forestale, però devo fare un passo indietro, nel senso che prima di partire, prima di partire, questo gliel’ha chiesto il brigadiere mio al signor capitano, e mandava un po’ di rinforzi insomma, difatti il capitano acconsentì e mando una Giulia con a bordo maresciallo capo credo che era Filippi, maresciallo capo Filippi e altri tre carabinieri, quindi altri quattro uomini, lì ci riunimmo tutti lì sopra. Una volta riuniti lì, due sottufficiali è il maresciallo Filippi…

DOMANDA – Ma vi siete riuniti prima di accedere, di andare nel luogo dove c’era la tenda?

RISPOSTA – Sì, sì. Il maresciallo Filippi e il brigadiere Muffini eravamo lì, sono disposti, loro si sono messi sotto 1 m dalla tenda, perché la tenda e poi stata individuata…

DOMANDA – Quindi voi avete visto questa tenda, questa tenda ponderata più o meno?

RISPOSTA – Circa 2 m, 1 m e mezzo, 2 m, non di più.

DOMANDA – Va bene, la Land Rover a che distanza era?

RISPOSTA – Da me poteva essere distante 5 m.

DOMANDA – Quindi vicina insomma?

RISPOSTA – Sì, vicina, mentre invece dai due sottufficiali qualche metro in più.

DOMANDA – Senta, chi è che comandava le operazioni, cioè, una volta che vi siete riuniti tutti chi è che diceva come vi dovevate appostare?

RISPOSTA – I due sottufficiali si sono messi di fronte a questa tenda, allora a noi e ai carabinieri, gli altri ci hanno fatto mettere in modo un po’ sparpagliati, tanto è vero che io mi sono messo dietro un albero, insomma, abbiamo accerchiato per il 70%, abbiamo accerchiato solo il lato davanti alla tenda ecco.

DOMANDA – Insomma, lei esattamente rispetto alla tenda, rispetto alla parte anteriore della tenda, all’apertura principale diciamo, lei dov’era?

RISPOSTA – Io mi trovavo sulla parte sinistra.

DOMANDA – Sinistra davanti o dietro?

RISPOSTA – Davanti, laterale.

DOMANDA – Sinistra guardando la tenda?

RISPOSTA – Ricordo così.

DOMANDA – Cioè guardando la tenda?

RISPOSTA – Guardando la tenda io potevo essere pressappoco sul lato sinistro ecco, a circa 4 m, 5 m, una cosa del genere. Allora i due sottufficiali hanno intimato, o per meglio dire, il brigadiere Muffini oppure il maresciallo Filippi ha detto “siamo ai carabinieri, uscite fuori dalla tenda”, lo ha ripetuto tre o quattro volte però nessuno, in pratica nessun è uscito subito. A questo punto ha ripetuto mi pare la terza o quarta volta di uscire, è una persona ha fatto capolino dalla tenda e ha detto “sì, stiamo uscendo” e subito è uscito il primo, subito è uscito il primo, uscendo il primo i due sottufficiali lo hanno preso, lo hanno spostato dalla tenda davanti, portandoselo dietro cioè, lo hanno perquisito gli hanno fatto con le mani in alto, lo hanno lasciato lì, sempre rimanendo però…

DOMANDA – A che distanza dalla tenda è stato messo?

RISPOSTA – Sette o otto metri.

DOMANDA – Senta, c’è stato un problema di documenti?

RISPOSTA – Questo non lo ricordo questo particolare, ma credo di si, che abbiano chiesto i documenti per l’identificazione.

DOMANDA – Va bene, il primo esce, il primo chi sarebbe? Lei poi è in grado di attribuire un nome?

RISPOSTA – Questo non lo so, non me lo ricordo, anche perché non ero addetto al controllo dei documenti, quindi c’erano i due sottufficiali. Il secondo è uscito dopo un paio di minuti ed è uscito anche questo, quindi hanno fatto la stessa operazione, si è portato appresso i due sottufficiali, sarà stato identificato, se gli hanno chiesto i documenti o no, questo io stavo da un’altra parte quindi non mi ricordo se li ha consegnati o no, ma credo di sì, ci aspettavamo, perché questi individui erano quattro, ne mancava uno all’appello, il terzo.

DOMANDA – Che ne sapevate?

RISPOSTA – Perché evidentemente erano stati visti dalla forestale prima.

DOMANDA – Cioè, voi sapevate già quanti dovevano essere quindi prima delle operazioni?

RISPOSTA – Io ricordo vagamente questo particolare, ricordo con precisione il primo, ho parlato di quattro perché, perché il primo la sera, il quarto cioè, la sera prima aveva lasciato il posto e si è recato a Milano per firmare il libro della libertà vigilata.

DOMANDA – Questo l’ho saputo dopo ovviamente.

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – Lasci stare quello che si è saputo dopo, perché questo è di dominio pubblico, ma io le chiedo, quando siete andati lì, se se lo ricorda ovviamente, vi aspettavate di trovare tot persone oppure l’idea era vaga?

RISPOSTA – Io questo particolare non me la ricordo, però probabilmente, può essere successo da quando sono stati identificati primi due o il brigadiere col maresciallo di Città Ducale avrà chiesto quanti siete, quanti non siete insomma, e allora abbiamo aspettato il terzo. Il terzo ci ha spiegato più del dovuto rispetto ai primi due ad uscire, a questo punto…

DOMANDA – Lei lo vedeva bene quando è uscito, lei era sempre a pochi metri dalla tenda?

RISPOSTA -.Io ero nascosto dietro un albero.

DOMANDA – Dietro un albero, ma Lei prima ha detto che era, non so, quattro o cinque m, una cosa del genere, dalla tenda. Lei era rimasto lì?

RISPOSTA – Certo, io sono rimasto sempre lì.

DOMANDA – Quindi era pochi metri quindi vedeva abbastanza distintamente. Questo che fa?

RISPOSTA – Il terzo è uscito.

DOMANDA – Il terzo è quello che poi è morto?

RISPOSTA – Esattamente, il terzo è uscito, anziché portarsi verso la direzione dei due sottufficiali, perché credo che dall’interno lui ha potuto vedere i precedenti movimenti dei suoi colleghi, non si è diretto verso i due sottufficiali, addetti al controllo, ma bensì stava venendo verso la mia direzione, è uscito dalla tenda con le mani in tasca.

DOMANDA – In tasca?

RISPOSTA – Sì, con le mani in tasca, e appena è uscito ripeto, stava prendendo la direzione verso dove io ero dietro l’albero, anziché portarsi verso i due sottufficiali che stavano di fronte alla tenda. A questo punto io…

DOMANDA – Come mai, non gli stavano dietro come gli altri due?

RISPOSTA – Come?

DOMANDA – Lei prima ha raccontato che le prime due persone uscite sono state accompagnate, mani in alto, insomma perquisite.

RISPOSTA – Certo.

DOMANDA – Il terzo come mai non c’è stata questa attenzione da parte dei suoi colleghi?

RISPOSTA – I miei superiori, anche noi ci aspettavamo che uscisse impiegando lo stesso tempo che hanno impiegato gli altri due, quindi c’è stato all’incirca un minuto in più, non posso essere preciso, due minuti, 50 secondi, però con un leggero ritardo rispetto agli altri, quindi stava venendo verso di me con le mani in tasca e indossava anche un giubbotto pressocché del tipo militare. Quando io mi sono spostato dietro l’albero, mi sono portato allo scoperto, questo non ha fatto altro che, con la pistola che aveva dentro la tasca, ha sparato il primo colpo, ha sparato il primo colpo…

DOMANDA – In che direzione ha sparato questo colpo?

RISPOSTA – Nella mia direzione, tanto è vero che io ho sentito il colpo nell’addome, quindi istintivamente…

DOMANDA – Nello stomaco?

RISPOSTA – Non dello stomaco, nell’addome, quindi istintivamente, essendo anche già ferito, istintivamente ho mollato il mio mitra, l’ho mollato per terra e ripeto, istintivamente ho fatto, mi sono scagliato contro di lui per prenderlo, anzi, premetto che quando sono uscito diciamo che visto che lui stava venendo verso di me, ma in una frazione di secondo però, volevo chiaramente indirizzarlo verso dove stavano i due sottufficiali, però lui immediatamente ha sparato, perché mi ha visto, evidentemente lui non si aspettava la mia presenza, forse non mi aveva visto io stavo dietro l’albero. A questo punto ho subito il colpo, ho accusato il primo colpo, ho buttato, ripeto, il mitra per terra, buttato, lasciato per terra, istintivamente mi sono scagliato contro di lui, l’ho afferrato…

DOMANDA – Aspetti un momento, ma lei a quanti metri era da lui quando successe, quando le ha sparato?

RISPOSTA – Potevano essere, se dalla tenda erano 4 m, potevano essere 3 m, aveva fatto circa 1 m, non lo so, appena uscito dalla tenda.

DOMANDA – Senta una cosa, ma lei poi le lesioni ha subito? questo colpo all’addome quanto è stato veggente, che malattie ha avuto poi?

RISPOSTA – Se permette posso terminare il discorso?

DOMANDA – Per capire un momento la serietà.

PUBBLICO MINISTERO – Però noi gradiremmo che terminasse Signor Presidente, poi approfondiremo in ordine alla serietà, cioè, facciamo terminare la risposta il teste, poi facciamo tutto il resto.

PRESIDENTE – Ma io voglio capire che tipo di ferita, di che tipo di ferita si trattava insomma per comprendere il suo comportamento.

PUBBLICO MINISTERO – Non aveva perso conoscenza?

RISPOSTA – Ci devo arrivare Signor Presidente.

Le minacce di morte all’avvocato Ambrosoli

In data 8 gennaio 1979 l’avvocato Giorgio Ambrosoli, Commissario Liquidatore della Banca Privata Italiana, presentò alla Procura della Repubblica di Milano una circostanziata denunzia. Con essa riferiva che il 28 dicembre 1978, una perso­na, che si era qualificata con il nome “Cuccia” aveva chiamato più volte il numero telefonico della banca e quello del suo studio professionale. Solo alla quarta chiamata – alle ore 18,30 – Ambrosoli aveva potuto parlare con il preteso “Cuccia” il quale si era limi­tato a dire: “lei è stato in America e ha detto cose false. Deve tornare a New York entro il 4 gennaio con i documenti veri perché se viene concessa l’estradizione di Sindona, tu non camperai”.
La telefonata veniva quindi interrotta. Il successivo 2 gennaio 1979, in assenza dell’avvocato Ambrosoli, perveniva altra chiamata telefonica di per­sona che si qualificava “Sarcinelli”.

Il giorno 5 gennaio 1979 l’avvocato Ambrosoli aveva potuto accertare che la telefonata non era stata fatta dal dott. Sarcinelli, all’epoca Vice-Direttore della Banca d’Italia. Senonché il preteso “Sarcinelli” (la stessa persona che la volta precedente si era qualifi­cato “Cuccia”) chiamava nuovamente. Con tono meno intimidatorio, l’interlocutore si lamentava che il suo in­vito ad andare New York non fosse stato accettato. Affermava di essere rientrato a Milano la mattina, al­le ore 11,00, da New York. Sindona avrebbe potuto dare i documenti necessari per testimoniare a suo favore. L’avvocato Ambrosoli dichiarava all’interlocutore che non aveva nulla in contrario a vedere i documenti di Sindona, ma lo invitava a prendere contatto con i di lui di­fensori, perché gli fosse chiarito di cosa era richiesto. La persona dichiarava che lo avrebbe fatto il lunedì mattina e che avrebbe richiamato lunedì 8 gennaio alle ore 10,00. Alle ore 9,40 dell’8 gennaio perveniva altra telefonata, preannunciata ancora, con il nome “Sarcinelli”. L’interlocutore dichiarava di aver parlato con una persona – si dovrebbe presumere lo stesso Sindona o suoi incaricati – e faceva riferimento a un memoriale a mani dell’avvocato Ambrosoli.
La telefonata, cui assisteva il maresciallo Silvio Novembre della Polizia tributaria, continuava e l’igno­to interlocutore esponeva oscuri concetti: affermava che non voleva ripetere il discorso fatto il giovedì 23 dicembre, ma che, comunque, Sindona non doveva essere estradato in Italia. Poiché, peraltro, il soggetto non riusciva ad esporre con chiarezza le proprie richieste, l’avvocato Ambrosoli lo invitava a richiamarlo mercoledì 10 gennaio entro le ore 13.00 e cioè dopo il previsto colloquio con l’avv. Rodolfo Guzzi, all’epoca facente parte dei collegio di difesa di Sindona.
ambrosoli

Nella denuncia dell’8 gennaio l’avvocato Ambrosoli chiedeva ed otteneva dalla Procura di Milano il con­trollo della linea telefonica su cui pervenivano le telefonate di minaccia. In data 19 gennaio 1979 l’avvocato Ambrosoli presentava alla Procura della Repubblica un seguito di rap­porto-denuncia. Descriveva ulteriori episodi.
Il giorno 9 gennaio 1979 il preteso “Sarcinelli” aveva nuovamente chiamato due volte il numero telefoni­co della Banca Privata Italiana, presumibilmente da Roma. Oggetto delle telefonate erano ancora l’urgenza del viaggio a New York per depositare documenti di cui disponeva Michele Sindona, ma soprattutto veniva detto che “ambienti di Roma” imputavano ad esso Ambrosoli la mancata chiusura della vicenda Sindona. In particolare l’anonimo affermava che l’On. Giulio Andreotti aveva telefonato direttamente a New York di­cendo a Michele Sindona che l’avvocato Ambrosoli non voleva collaborare alla sistemazione del caso.

Affermava pure che il dott. Ciampi – all’epoca Diret­tore Generale della Banca d’Italia -, avrebbe dovuto telefonate ad esso Ambrosoli e si meravigliava che tale telefonata non fosse ancora pervenuta. Concludeva ripetendo che a Roma e a Milano diversi “amici” di Michele Sindona – compreso il dott. Cuccia attribuivano ad esso Ambrosoli la colpa della mancata definizione del caso e aggiungeva che – se fosse stata sistemata la vicenda – si sarebbe presentato in banca con una “bella busta”.

Il giorno 10 gennaio 1979 alle ore 12,00, aveva ini­zio un colloquio tra l’avvocato Ambrosoli e l’avvoca­to Rodolfo Guzzi il quale, sorprendentemente, chiedeva se fosse pervenuta una telefonata da parte del dott. Ciampi! L’avvocato Ambrosoli gli contestava che una tale domanda gli era già stata rivolta dal preteso “Sarcinelli” e Guzzi, dichiarandosi sorpreso dell’intervento dell’anonimo, ne attribuiva la paternità al proprio cliente Michele Sindona.
Quanto alla domanda sulla telefonata del dott. Ciampi, Guzzi precisava di avere incontrato l’On. Andreotti per discutere il tema Sindona l’8 gennaio: aggiungeva che il ministro Stammati – con il quale aveva parlato il 27 dicembre, il 2 gennaio e anche l’8 gennaio – l’ave­va richiamato la mattina del giorno 9 per comunicargli che il dott. Ciampi avrebbe preso contatto con Ambrosoli per discutere a Roma il progetto dell’avvocato Guz­zi per la definizione del caso Sindona. Quella telefo­nata, che confermava quanto gli aveva detto il dott. Cuccia il 5 gennaio mattina, era stata da lui riferita a Michele Sindona la stessa mattina del 9: l’anonimo, quindi, solo dal Sindona poteva avere appreso della probabile telefonata che il dott. Ciampi avrebbe dovuto fare ad Ambrosoli.
Durante il colloquio con l’avvocato Guzzi l’anonimo richiamava due volte il telefono di Ambrosoli: si lamentava che il legale di Michele Sindona non avesse insi­stito per il viaggio in America e che non avesse consegnato un memoriale. Aggiungeva che doveva “cominciare da loro” (i legali di Michele Sindona) invece che “cominciare da Ambrosoli”, senza specificare a quale azione si riferiva. Le due telefonate – sempre presente l’avvocato Guzzi – venivano registrate da Ambrosoli. Il 12 gennaio alle ore 11,00 circa, l’avvocato Guzzi telefonicamente chiedeva ancora all’avvocato Ambrosoli se fosse pervenuta la telefonata del dott. Ciampi. Af­fermava di aver parlato ancora con il ministro Stammati, il quale – a suo dire – aveva sollecitato il dott. Ciampi a telefonare. La stessa mattina alle ore 12,00 circa, perveniva al­tra telefonata dell’anonimo il quale protestava perché le sue precedenti telefonate erano state registrate: rifiutava di dire da chi avesse saputo ciò e aggiungeva che oramai esso Ambrosoli meritava di morire ammazzato perché “cornuto e bastardo”.

Il 12 gennaio 1979 l’avvocato Ambrosoli deponeva come teste innanzi al Pubblico Ministero confermando le sue denunce e aggiungendo ulteriori particolari. Riferiva, infatti, che il giorno 11 gennaio 1979 si era incontrato a Roma con il dott. Mario Sarcinelli. Questi gli aveva riferito che nel mese di ottobre 1978 era stato convocato a Palazzo Chigi dall’On. Franco Evangelisti, all’epoca sottosegretario, alla Presidenza del Consiglio, il quale, per conto dell’allora Presidente del Consiglio On. Giulio Andreotti – in quel momento assente per una missione in Libia -, gli aveva esposto il progetto Guzzi sottoponendogli anche le “bozze di lettere” che sarebbero dovute intercorrere tra Sindona e le banche di interesse nazionale e tra queste e l’avvocato Ambrosoli.
Il dott. Sarcinelli aveva risposto all’On. Evangelisti che la Banca d’Italia sarebbe stata obbligata a chiedere alle banche di interesse nazionale il rimborso dell’anticipazione di 126 miliardi qualora fosse stato portato avanti il piano dell’avvocato Guzzi e che, co­munque, egli era contrario perché a rimetterci sarebbe stata la comunità nazionale.
Ambrosoli riferiva, altresì, di aver saputo che, suc­cessivamente al diniego di Sarcinelli, il ministro Stammati si era incontrato con il dott. Cuccia per sottoporgli il solito progetto di “sistemazione”.
Dalle denunce di Ambrosoli, dalla sua deposizione, dal contenuto delle intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura e da quelle registrate dallo stesso Am­brosoli scaturiva un quadro assolutamente nuovo e inquietante. Si apprendeva, cioè, dell’esistenza di un progetto di sistemazione della liquidazione della Ban­ca Privata Italiana di cui mai i magistrati inquirenti avevano sentito parlare e poco ne conosceva lo stesso Commissario Liquidatore.
Emergeva, inoltre, nell’affare la presenza di gruppi mafiosi che fiancheggiavano Sindona con pressioni e minacce di morte nei confronti dello stesso Ambrosoli. Ma la cosa, a nostro avviso, più grave e su cui non si è ancora meditato abbastanza, è l’appoggio che a quel piano di salvataggio – vera e propria truffa nei confronti della Banca d’Italia e quindi della comunità nazionale veniva dato da al­tissimi esponenti politici, primo fra tutti l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri. On. Giulio Andreotti.

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In un primo momento sembrò, infatti, al Pubblico Mini­stero frutto di pura fantasia che uomini di tal peso politico si adoperassero ancora – a distanza di 5 anni dai fatti – per favorire in qualche modo Michele Sin dona. Eppure le indagini avrebbero dimostrato che era proprio così!
L’On. Evangelisti, pur minimizzando il suo intervento, non poté che confermare la convocazione a Palazzo Chi­gi del dott. Sarcinelli. Ha confermato, cioè, di avergli sottoposto il piano di “salvataggio”, pur ribadendo che, ricevuto il diniego e comunque l’opposizione di Sarcinelli, non se ne era più interessato. E invece le cose non andarono il tal modo, perché Andreotti in persona fece pressioni su Stammati e Stammati a sua volta fece pressioni (non raccolte) su Ciampi.
Va detto a chiare lettere che Sindona era tenuto costantemente informato da parte di Guzzi degli sviluppi di tali interventi. Sindona, poi, da parte sua, teneva costantemente informati gli uomini del crimine orga­nizzato di cui si era circondato per appoggiare le proprie iniziative. Non si spiegherebbe altrimenti come l’interlocutore che minacciava Ambrosoli si mostrasse a conoscenza di incontri riservatissimi e spendesse il nome di personaggi politici che, in un modo o nell’altro, erano entrati nella vicenda. Sarà su questo terreno che matureranno poi ben altre iniziative che culmineranno il 12 luglio 1979 con l’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli. Dalle indagini sulle minacce ad Ambrosoli, infatti, gli inquirenti scopriranno che anche un’altra persona da tempo era oggetto di analoghe minacce, violenze ed estorsioni: il dott. Enrico Cuccia, all’epoca Ammini­stratore Delegato di Mediobanca. Azioni antigiuridiche ed estorsive venivano, altresì, poste in essere, da tempo, nei confronti anche del banchiere Roberto Calvi.
Ed allora è stato evidente come le vicende attinenti alla gestione del progetto di “salvataggio” si siano intrecciate strettamente con le attività  criminali di minacce, estorsioni, attentati, omicidi di cui Sindona sarà l’incontrastato regista.

Requisitoria del sostituto procuratore della Repubblica Guido Viola al processo Sindona – 03.06.1984