l ruolo dei dirigenti del MSI – commissione stragi – seconda parte

Ancora nel 1997 Maceratini si è presentato a Nettuno per una iniziativa organizzata dall’associazione reduci della X Mas. Ancora una volta, insieme con l’esponente di Alleanza Nazionale, c’erano Mario Merlino, Maurizio Boccacci, Adriano Tilgher e altri inquisiti nel corso delle diverse indagini relative all’eversione di destra. Le dichiarazioni di Vinciguerra e Stimamiglio sulla decisione di Rauti di rientrare nel MSI dopo l’inizio della strategia della tensione – che abbiamo appena visto – trovano una ulteriore conferma nelle convergenti testimonianze di Carlo Digilio e Martino Siciliano, i quali hanno aggiunto che la vera motivazione di quella scelta era rappresentata dalla necessità di ottenere una maggiore copertura politico-giudiziaria, proprio in virtù del diretto coinvolgimento del gruppo ordinovista nella campagna terroristica scatenata fin dalla primavera del 1969.

Ha riferito Martino Siciliano: «Dopo qualche tempo [alla fine del 1969] nel corso di una riunione plenaria di Ordine Nuovo nel Triveneto, mi venne annunciata la necessità di rientrare nel MSI, onde aprire l’ombrello nel senso di trovare riparo sotto l’ala del Partito. Non riuscii a capire in un primo momento questa strategia, ma poi mi fu spiegato che era un ordine che proveniva da Roma e che, in previsione della piega che avrebbero potuto prendere le indagini sugli attentati che erano avvenuti o che dovevano avvenire, era pur sempre meglio far parte del MSI, piuttosto che risultare facile preda dell’autorità giudiziaria restando al di fuori del partito».
In termini analoghi si è espresso Carlo Digilio: «Ricordo che Soffiati, il quale effettivamente conosceva Rauti, aveva mostrato disappunto e una certa contrarietà alla linea di Rauti di rientro di Ordine Nuovo nel MSI nell’autunno 1969 e che espresse questa sua perplessità a Maggi il quale invece era fortemente convinto nella necessità di tale scelta. Maggi diceva che era una strategia giusta perché in tal modo si apriva l’ombrello del Partito permettendo ad Ordine Nuovo, una volta all’interno del Partito stesso, legale e rappresentato in Parlamento, di proteggersi da iniziative giudiziarie».
Questo legame di solidarietà non si sarebbe spezzato nemmeno negli anni successivi. Infatti, a conferma del fatto che i legami tra i dirigenti missini e gli esponenti di Ordine Nuovo mantennero una notevole solidità anche negli anni immediatamente successivi alla strategia della tensione, esiste un rapporto dell’UCIGOS del 26 aprile 1979 avente per oggetto:
«MSI-DN – corrente rautiana – attività» dal quale emerge chiaramente che Pino Rauti è rimasto in stretto contatto con gli ordinovisti veneti inquisiti e recentemente condannati per la strage alla questura di Milano e sotto processo per la strage di piazza Fontana (e verosimilmente sotto indagine per quella di piazza della Loggia, a Brescia) Il contenuto dell’appunto è eloquente ed è integralmente riportato:

«Di recente l’onorevole Pino Rauti avrebbe promosso iniziative nel Veneto intese a fare rientrare gli ex ordinovisti della Regione nelle file del MSI-DN. In particolare il dottor Carlo Maria Maggi, ex leader veneziano del disciolto “Ordine Nuovo”, molto legato al suindicato parlamentare, del quale gode piena fiducia, avrebbe condotto una proficua campagna diretta a favorire la iscrizione di amici, conoscenti e compagni di fede al “tiro a segno” di Venezia.
Alle cariche elettive del sodalizio avrebbe fatto nominare l’ordinovista Paolo Molin, come presidente, e Carlo Digilio, come segretario, entrambi strettamente legati al Maggi sul piano ideologico e dell’amicizia personale. Il segretario del tiro a segno sarebbe responsabile, tra l’altro, della custodia, della manutenzione, dell’acquisto delle armi e relative munizioni, compiti che consentirebbero – stando ad indiscrezioni trapelate nell’ambiente degli ex “ordinovisti” veneziani – discreti margini di manovra per l’acquisizione di armi di provenienza non regolare. Peraltro il dottor Maggi avrebbe preso contatti con gli “ordinovisti” di Verona e Rovigo dichiaratisi d’accordo sul progetto Rauti e le condizioni più favorevoli ad un rilancio di tale iniziativa si sarebbero ottenute a Verona, dove avrebbe ripreso a lavorare a ritmo intenso Marcello Soffiati. Quest’ultimo, in occasione di diversi incontri con il dottor Maggi a Venezia e Verona, avrebbe assicurato di poter calamitare nella corrente rautiana, oltre a tutti gli ex “ordinovisti”, anche un certo numero di quadri e militanti del MSI-DN veronese. Nel quadro degli incarichi ricevuti, il Maggi manterrebbe una certa distanza nei confronti del MSI-DN, limitandosi a “trattare” con alcuni fedelissimi alla linea di Rauti ed in particolare con l’esponente veneto più rappresentativo Gastone Romani di Padova».

Le successive indagini dell’autorità giudiziaria di Milano e di Venezia – oltre quella di Brescia – hanno pienamente confermato gran parte delle informazioni contenute nel rapporto, che appaiono estremamente in quietanti, perché dimostrano non più genericamente i contatti tra missini ed eversori di destra, ma direttamente i legami di un alto dirigente del MSI, Pino Rauti, con un gruppo ritenuto dalla magistratura direttamente coinvolto nelle stragi e cioè nei crimini più orrendi commessi contro cittadini inermi e contro la democrazia italiana. Contatti che sono continuati negli anni.

Sul punto, la conferma testimoniale di Carlo Digilio è inequivocabile:
«Maggi e Rauti erano da sempre molto legati, io lo definirei un rapporto come quello del curato che va a confessarsi dal suo vescovo. Ricordo a titolo di curiosità che un giorno addirittura la moglie di Maggi si lamentò perché suo marito trascurava la famiglia e correva da Rauti ogni volta che questo arrivava a Venezia e ogni volta in genere che gli era possibile incontrarlo. Questo rapporto non si è mai interrotto, Rauti e Maggi sono sempre rimasti in stretto contatto, come ho potuto rilevare per tutto il periodo in cui ho frequentato Maggi e cioè quantomeno fino alla mia fuga nel 1982» .

Come detto in precedenza, secondo Carlo Digilio, Pino Rauti sarebbe stato un agente americano facente parte della sua stessa struttura. Una confidenza che gli era stata fatta dal suo «collega» Marcello Soffiati, e che era stata confermata dal superiore di Digilio stesso, il capitano David Carret. Del resto, come ha sempre affermato lo stesso Digilio, in diversi colloqui, il capitano degli USA aveva mostrato di essere al corrente dei progetti ordinovisti perché informato direttamente da qualcuno di Ordine Nuovo di Roma.

La testimonianza del collaboratore di giustizia circa i rapporti tra Rauti e gli ambienti americani trova una conferma documentale in una nota riservata, datata 12 novembre 1970, redatta da un fiduciario dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, la nota fonte «Aristo», che informa i suoi superiori nei seguenti termini. Anzitutto la fonte del Viminale segnala che i rapporti tra i giornalisti de «Il Tempo» Torchia, D’Avanzo, Rauti e Pasca-Raimondi «con l’addetto stampa dell’ambasciata USA risalgono al mese di febbraio 1967», quando evidentemente la linea del quotidiano rientrava tra i progetti politici statunitensi e i giornalisti venivano gratificati, chi con viaggi premio, chi con un contributo mensile.In questo quadro di collaborazione, Rauti coglie la possibilità di incrementare l’attività della sua organizzazione, e «tra la fine del 1967 ed il 1968 il Rauti propose all’addetto stampa di finanziare, sia pure parzialmente, le sue attività politiche (Ordine Nuovo, l’agenzia di stampa e le pubblicazioni di opuscoli vari a carattere politico) e dopo un certo periodo ottenne infatti un primo aiuto economico». Dunque, quando ancora i piani «stabilizzanti» che i circoli atlantici hanno programmato per l’Italia non sono divenuti operativi con le bombe, uno degli esponenti di spicco della destra eversiva è letteralmente «al soldo» dell’ambasciata americana di Roma. È noto, e documentalmente accertato, che nel medesimo torno di tempo altre strutture USA tengono sotto controllo neofascisti come Digilio e Soffiati.

Successivamente, sulla scorta dei buoni contributi forniti, ai primi aiuti economici ne seguono altri, «sino a giungere ai rapporti attuali [novembre 1970] che consentono al Rauti di godere di un assegno di lire 200 mila mensili». Quali siano questi contributi, è la stessa fonte Aristo a riferirlo, specificando che «l’ambasciata USA si è avvalsa e si avvale di Rauti per organizzare talune manifestazioni anticomuniste».

Al momento in cui Aristo-Mortilla ragguaglia i suoi superiori al Viminale, è passato quasi un anno dal tragico pomeriggio del 12 dicembre e le indagini, gravide di depistaggi e deviazioni, non hanno ancora imboccato la pista giusta. Negli Stati Uniti, e certo nell’ambasciata americana di Roma, tuttavia, qualcuno sa cosa è successo esattamente, e non può non saperlo visto che si avvale di un collaboratore come Pino Rauti, del quale, a questo punto, conosciamo bene ruolo e compiti nelle vicende stragiste di quegli anni. La sostanza è la stessa: rapporti di cointeressenza e di solidarietà.

Un’ambiguità di fondo che non è mai stata dissipata dai dirigenti missini, nemmeno dopo la svolta di Fiuggi. Questo nonostante i rapporti tra il MSI e il terrorismo di destra siano documentati da un’enorme mole di materiale processuale, di cui in questa relazione, per esigenze di sintesi, si è dato conto solamente in maniera sommaria.

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