“Carlo Calvi: Mio padre ucciso per coprire i legami tra mafia e politica”

Il figlio dell’ex presidente del Banco Ambrosiano non ha mai smesso di lottare: «Io credo che il limite delle indagini che sono state fatte, è che il movente dell’omicidio di mio padre è stato cercato solo nel riciclaggio. In una vicenda puramente finanziaria. Non è così…»
Lei, invece, cosa pensa?
«La verità è un’altra. Mio padre fu ucciso perché, ad un certo punto, qualcuno comprese che era diventato l’anello debole attraverso il quale poter scoprire, già negli anni Ottanta, gli stretti legami tra mafia e politica. È questa la ragione del suo omicidio».

Mafia e politica. I processi che si stanno svolgendo in Italia sembrano negare questa ipotesi… «Lo so che ultimamente questa idea sta perdendo forza, che ci sono state alcune sentenze. Ma il vero nodo della morte di mio padre resta quello: i rapporti mafia-politica. Quando hanno capito che attraverso di lui qualcuno di questi retroscena correva il rischio di essere svelato, ecco che mio padre fu costretto a fuggire a Londra. E lì assassinato».

Da chi?
«Proprio sul capitolo londinese io stesso ho indagato a lungo, anche attraverso un’agenzia che avevo ingaggiato. E sono state scoperte cose molto interessanti, come l’esistenza di un giro di neofascisti legati alla mafia e alla criminalità organizzata che hanno avuto sicuramente un ruolo nell’omicidio».

Una sorta di banda della Magliana in chiave londinese?
«Proprio così. L’equivalente. In quell’ambiente troviamo di tutto: il neofascista, il mafioso, il camorrista, il malavitoso. Tutti con i loro referenti politici e finanziari. A Londra mio padre è finito in quella rete. Lo hanno attirato in trappola per ucciderlo».

Quindi c’è una responsabilità anche di questa sorta di internazionale nera…
«Ne sono convinto. E guardi che molte delle ipotesi e delle mezze rivelazioni che sono state fatte in seguito non smentiscono questa ipotesi, anzi la integrano. Sono troppe le connessioni. L’insieme si regge se si pensa, appunto, allo schema della banda della Magliana applicata a Londra. E poi ho un altro sospetto…»

Quale?
«Che attraverso quegli intrighi finanziari nei quali fu coinvolto mio padre, alla fine qualcuno riuscì anche a trovare i soldi per pagare le latitanze di qualche fascista eccellente».

Addirittura?
«Sì. Basterebbe vedere quello che è accaduto dopo, quali sono i fascisti che hanno continuato a godere di impunità e, magari, si sono arricchiti rimanendo in Inghilterra».

Prima lei, riferendosi a suo padre, ha detto che, tutto sommato, fu coinvolto suo malgrado. Vuol dire che Roberto Calvi si è trovato ad essere solo l’ingranaggio di un sistema ben più potente?
«Sì, volevo dire proprio questo. Perché era il sistema che alla fine inghiottiva tutti, che condizionava le mosse e le scelte di molti. Posso dire che, alla fine, il potere di intimidazione finiva con l’imporre determinate scelte e determinati comportamenti. Pensiamo ad alcuni rapimenti, come quello Ortolani e altri, erano chiaramente modi per assoggettare alcune persone. Anche mio padre si è ritrovato stritolato in questo meccanismo che poi, alla fine, doveva consentire di finanziare i politici e i partiti tramite banche pubbliche, enti petroliferi. Magari utilizzando il Vaticano e la sua extraterritorialità per mascherare alcuni movimenti finanziari illeciti».

Ma questo meccanismo, come lo chiama lei, cos’era esattamente?
«Nacque del dopoguerra, perché c’era la necessità di finanziare tutte le forze che si opponevano al comunismo e appoggiavano la politica degli Stati Uniti. Almeno fino a quando è morto mio padre non aveva mai smesso di funzionare. Però, devo aggiungere, ben presto l’anticomunismo divenne solo un pretesto e l’aspetto che contava davvero erano gli affari».

Anticomunismo e affari talvolta andavano di pari passo. Basti pensare alla P2…
«Io stesso sono stato testimone diretto di uno di questi finanziamenti».

Quando?
«Se ben ricordo era il 1978 ed eravamo a Washington. Lì c’era una riunione alla quale avevano preso parte Philip Guarino, il tramite
di Licio Gelli con il partito repubblicano americano, Mazzocco, l’amico dell’ex direttore della Cia Colby, che negli anni passati aveva distribuito soldi in Italia per influenzare partiti politici e sindacati. Poi c’era mio padre e c’era Vito Miceli».

L’ex capo del Sid, cioè dei servizi segreti?
«Proprio lui. Al termine della riunione a Miceli furono dati dei soldi. Mio padre mi disse che il generale era regolarmente finanziato.
Per cosa esattamente non lo so. Ma penso che non si trattasse di denaro che Miceli metteva in tasca. No: serviva per la struttura. Per finanziare una politica oltranzista, filo-repubblicana».

Gianni Cipriani, L’Unità 28.02.2002

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